#CritiComics | "La gigantesca barba malvagia": fiamme eterne e mostri tricotici

La gigantesca barba malvagia
di Stephen Collins
Traduzione di Leonardo Favia
Bao Publishing, 2014

pp. 240
€ 21,00 cartaceo

C'è una canzone delle Bangles che fa da colonna sonora a “La gigantesca barba malvagia” di Stephen Collins (Bao Publishing, 2014). “Eternal flame” confonde e consola: è una classica ballad anni Cinquanta contaminata però dai cori e dalle cotonature degli Ottanta che sembra partire come una canzone d'amore e poi si riveste se non di un tono religioso, almeno di un'atmosfera mistica. Gioca continuamente a rassicurarci con la sua classicità e a disorientarci con inaspettate virate moderne. Non si tratta però di un mix di elementi tra loro opposti al fine di ottenere uno strambo giocattolo, “Eternal flame” costruisce piani distinti che comunicano tra loro e si fondono sino a formare un'unica e inquietante entità da cui emergono in maniera indistinta i due elementi.

Anche il lavoro di Stephen Collins sembra un blob mutaforma in cui l'illustratore continua a sommare elementi alla premessa rendendo la sua creatura sempre più grande, sempre più varia e sempre più complessa. Eppure tutto sembra iniziare come una favola: il nostro protagonista vive in un mondo perfetto, l'unico problema è quel pelo che un giorno spunta sul suo viso glabro. Un pelo che ben presto diventa una barba ingovernabile che si espande per tutti la città come un mostro malvagio.


In questi mesi ho riletto “La Gigantesca Barba Malvagia” una decina di volte e ogni volta, affrontando le prime pagine del libro, ho sempre paura di trovarmi davanti alla classica favoletta morale per bambini con un mondo tutto ordinato e a modino che viene scombussolato dall'arrivo inaspettato di un elemento estraneo. Dalle rime al tratto pulito dell'illustrazione, in queste prime pagine troviamo tutti gli elementi del genere, salvo poi comprendere le intenzioni dell'autore che interrompe momentaneamente i versi e introduce nella narrazione tono e temi che sono un chiaro richiamo a Kafka, a Svevo e in generale a quella letteratura novecentesca che si è occupata dello smarrimento dell'identità. Ma anche qui l'autore evita la semplice traduzione per immagini di un percorso letterario e – per arginare l'espansione tricotica – trova una soluzione che ricorda certa fantascienza britannica. Ma l'inarrestabile magma narrativo di Collins (aiutato anche dalla bella traduzione italiana di Leonardo Favia) non si ferma qui e trasforma la gigantesca barba da semplice elemento disturbante a creatura lovecraftiana che sembra avvolgere con i suoi tentacoli tutto l'Universo come a imprigionarlo e fagocitarlo per sempre nel suo disordine. Stephen Collins pur favorendo di volta in volta il nuovo elemento, mantiene nella sua scrittura tutti i caratteri precedentemente introdotti mostrando una sorprendente capacità narrativa nel gestire i differenti toni del racconto senza precipitare in alcuna deriva schizofrenica, ma procedendo imperterrito nella creazione di un'atmosfera perturbante e inusuale.
Questa sicurezza nel gestire il racconto permette poi a Stephen Collins di concentrarsi sull'aspetto emozionale, tenuto a bada per gran parte del volume e fatto deflagrare in un finale catartico (sulle note di “Eternal flame”) e in un epilogo meno consolatorio del previsto.

"La gigantesca barba malvagia" sembra innocuo ma poi cresce a dismisura, ci lascia stupefatti e ci spaventa fino a catturarci come il demone (o l'angelo) tricotico che rapisce il protagonista e lo porta con sé come una fiamma eterna.