Pillole d'Autore - l'universo poetico di Charles Simic


Hotel insonnia,
di Charles Simic
a cura di Andrea Molesini
Adelphi, 2002

pp. 191
€  11,50


Il mostro ama il suo labirinto,
di Charles Simic
Adelphi, 2012

pp. 149
€ 12

“Io scrivo poesie per annoiare Dio e far ridere la Morte. Perché voglio che ogni donna del mondo si innamori di me”.

Avvicinarsi alla poesia di Charles Simic significa entrare in un universo inafferrabile e sconfinato. Affrontare un viaggio senza ritorno. Perdersi senza bussola. In un mondo misterioso e affascinante, dove ogni cosa viene nominata, disegnata, raccontata, scoperta per la prima volta. Un mondo assoluto perché incomprensibile, al di fuori da ogni sistema di riferimento. Dove la mappa delle nostre conoscenze e delle nostre sensazioni viene riscritta e ricompilata. Un’esperienza che ti segna. Qualcosa che resta.

Forse proprio per questo Charles Simic ha un grandissimo successo negli Stati Uniti. È senz’altro uno degli scrittori più acclamati d’oltreoceano. Premio Pulitzer, poeta laureato del Congresso, ha all’attivo oltre venti raccolte. Amico intimo di Mark Strand e James Tate. Eppure autore senza precedenti, caso davvero unico. Personaggio inimitabile e irripetibile. Lontano da tutte le correnti americane del secondo Novecento, da tutte le convenzioni e le scuole, gli avanguardismi. Per lui si è parlato di “imagismo minimalista”. Ma è un’etichetta che proprio non regge.

Purtroppo in Italia non è stato pubblicato molto. Anche se Adelphi ha colmato negli ultimi anni questa lacuna con una splendida antologia del 2002, Hotel insonnia, titolo che dava già il nome a una raccolta del 1992. Il volume è stato curato e tradotto da Andrea Molesini e offre un’ottima prospettiva di tutto il lavoro del poeta serbo-statunitense. A questa si aggiunge, sempre per Adelphi, una raccolta di riflessioni, uno zibaldone edito nel 2008 negli Stati Uniti e nel 2012 in Italia, dal titolo quanto mai significativo, Il mostro ama il suo labirinto (traduzione di Adriana Bottini). Lì è messo in bella mostra tutto il Simic che c’è in Simic.

Nato a Belgrado nel 1938 Charles conosce da bambino la guerra e la persecuzione, l’orrore e la miseria. Nel 1954 scappa negli Stati Uniti per raggiungere il padre fuggito qualche anno prima. Inizialmente vive a Chicago dove svolge lavori di ogni sorta per raggranellare qualche soldo. Si innamora dei poeti sudamericani Neruda e Vallejo, dell’immaginario di William Carlos Williams, della complessità di Hart Crane. Frequenta l’università e inizia a pubblicare le prime raccolte di poesie. Attività che continua ancora oggi, associandola all’insegnamento accademico.
Questo perché non è possibile parlare della sua poesia senza partire dalla biografia, dal momento che in lui vita e poesia sono una cosa sola, pur non toccandosi mai tra loro. Che è un ossimoro. Ma come tutto è ossimorico in Charles Simic (“La poesia è una forma di resistenza; bisogna tenere insieme gli opposti”). Ogni elemento – i suoi versi, le sue parole, i suoi guizzi – è teso verso uno sforzo impossibile. Si scrive perché non c’è nulla da dire, si parla perché non c’è niente da comunicare. Eppure ogni cosa viene subito ribaltata nel suo contrario. In una sorta di preterizione infinita (fintamente banale come una preterizione, incredibilmente semplice come una preterizione) e un gioco folle di incastri. A essere espresso è sempre il nulla, ma è un nulla che si scopre pieno di rivelazioni, che ci strappa l’anima, che ci colpisce con la forza della sua elementarità disarmante, che rivela agli uomini la loro incompletezza e ricorda “alle persone la loro umanità”.

Simic nasconde ogni cosa dietro metafore arditissime. Tutto, anche se stesso. Eppure non c’è niente che alla fine non torni. È il cinismo dei forti. Di chi si sa avventurare in luoghi agli altri sconosciuti. Dentro i suoi versi si mettono in moto processi complicatissimi, contorsioni distruttive, si dispiega un soffocante gioco di rimandi. Eppure l’ironia del poeta, il suo sorriso beffardo, la sua leggerezza, la sua forza evocativa, mantengono tutto chiaro e cristallino, ci forniscono – mentre ne siamo del tutto inconsapevoli, mentre ancora ci sentiamo intontiti e schiaffeggiati – la chiave di ingresso e di uscita, i codici per decriptare, per appianare tutto. Per rimanere illesi e riemergere sempre con le tasche piene. Uscire da ogni testo migliori di quando ci siamo entrati. Così Simic ti trafigge e così ti tiene in vita.

Adesso però ci conviene mettere un po’ di ordine. Per fortuna anche in questa prima parte emotiva e caotica, certamente condizionata dalla grande riconoscenza e dal legame quasi passionale che mi lega alla poesia di questo straordinario autore, affiorano alcuni degli elementi essenziali della sua opera. In primo luogo la guerra, la violenza, la sopraffazione. L’orrore. Che tornano sempre come vecchie cantilene, che segnano le atmosfere e le facce dei suoi personaggi. Storie che appartengono ad altri e ci coinvolgono tutti. Però non c’è rabbia e non c’è rancore in Simic. La guerra e i soprusi sono lì, ci sono sempre stati. Si accettano con disgustata pazienza. Come la morte. Come la vecchiaia. Come tutta la vita.

Parlavano di guerra
davanti alla tavola ancora apparecchiata.
Sul lato opposto della via la prima finestra
della sera era già accesa.
Lui si sedette, curvo, calmo,
mentre la vecchia paura lo assaliva.
Imbruniva. Lei si alzò per portare in cucina
il piatto sgradevolmente bianco.
Fuori, nei campi nel bosco,
un uccello parlava per proverbi,
un Papa usciva incontro ad Attila,
il fosso era in attesa del plotone.

The Place da RETURN TO A PLACE LIT BY A GLASS OF MILK, 1974


Il dito tremante di una donna
Scorre la lista dei caduti
Nella sera della prima neve.

La casa è fredda e la lista lunga.

I nostri nomi, tutti, sono inclusi.

War, HOTEL INSOMNIA, 1992


In secondo luogo le metafore e le immagini. Inarrivabili. Imprevedibili. Ma senza sperimentalismi eccessivi e senza peripezie linguistiche; solo colori pastello combinati con la spensieratezza dell’infanzia (“Le stelle – impronte di denti sulle matite dei bambini”, Many Zeros, HOTEL INSOMNIA, 1992; “Era simile al cricchiare di una penna/ il silenzio della notte intenta a scrivere nel diario”, Factory, BOOKS OF GODS AND DEVILS, 1990).
Simic lega le cose e le parole pescando da un immaginario ignoto, disgrega ogni limite, colma ogni distanza. Crea un montaggio fittissimo, fatto di sequenze paratattiche e di scene che sfumano l’una nell’altra. Costringe chi legge ad abbandonare il suo mondo e a perdersi da qualche altra parte, indefinita e indefinibile (“La metafora offre alla mia intima essenza l’occasione per entrare in contatto con il mondo esterno. Tutte le cose sono in relazione e questa certezza risiede nel mio inconscio”, Il mostro ama il suo labirinto). Il New York Times Review of Books anni fa parlava di “un surrealista con uno scopo; creare immagini suggestive per suscitare nei lettori gli interrogativi esistenziali”. In realtà però bisognerebbe cogliere una differenza fondamentale; mentre nei surrealisti c’è sempre un certo misticismo, essi pescano nel codice onirico e disgregano i nessi logici per spalancare le porte del senso e trovare una verità altrimenti inaccessibile; Simic invece utilizza il linguaggio dei sogni e dell’inconscio per produrre un mondo nuovo, il cui valore sta proprio nell’impossibilità di un significato accessibile, nella disintegrazione della verità. Un mondo assoluto che esiste solo in quanto irreale (“Fare una cosa che ancora non esiste, ma che una volta creata sembra sia sempre esistita”). La libertà non sta dunque nel linguaggio e nella libera associazione delle parole, sta nelle cose stesse, ripulite del loro peso specifico e dei loro contorni opprimenti. Simic riproduce la vita nei suoi momenti più puri; quelli incomunicabili (“Che cosa vogliono i poeti in realtà? […] vogliono conoscere cose che non si possono mettere in parole”, Il mostro ama il suo labirinto). Crea il suo rifugio per resistere, in un mondo atroce e privo di senso.

Dopo gli ultimi notiziari
Prendi coraggio
Per grattare un paio di volte
Alla parete del tuo nascondiglio.

Ora che le luci sono spente,
avverti li freddo,
la desolata solitudine,
e così porgi il tuo quesito,

o forse un saluto sentito?
E resta la notte
Senza stelle,
interminabile e in ogni caso
senza traccia di pietà.

The Mouse in the Radio, JACKSTRAWS, 1999.

E poi in ultima battuta (per chiudere questo nostro limitatissimo intervento e non certo il discorso sull’opera di questo straordinario poeta) ci sono le ambientazioni, le strade, la metropoli, le stanze, i personaggi. Scacchi, formiche, grucce, macellai, coltelli, vagabondi, zingari, gatti neri, giochi di carte. Che rivelano il suo rifiuto per gli intellettualismi e l’amore per le atmosfere urbane, per la pittura espressionistica, il cinema americano delle origini, la musica jazz e blues, ma anche le favole, le filastrocche, gli scioglilingua. E che riescono nel difficilissimo compito di restituire al lettore straordinari pezzi di letteratura, puri e limpidi come lacrime di bambini.
Eppure (o forse proprio per questo) sono poesie cariche di una tensione estrema, popolate da figure umane scultorie, catturate nella loro eternità, mentre si allungano o accoccolano in posture e gesti esiziali. Poesie lunghe e narrative o molto brevi ed evocative, in cui ogni cosa si carica sulle spalle il peso del nostro dramma personale e collettivo, di una tragedia inconfessabile. Ma è una tragedia che non viene mai mostrata, accaduta e consumata in un mondo senza spazio e senza tempo, che solo con l’azzardo dell’intuito possiamo associare al nostro. Sono testi che parlano sempre d’altro che rivelano solo ciò che tacciono, che ci distraggono mentre la vita ci cade addosso e ci sporca le ossa. Che, come tutte le cose belle, lasciano insoddisfatti, con una fame e una sete implacabili e disperate, con il pugno chiuso a stringere qualcosa che sappiamo di non poter mai possedere. In ogni poesia di Simic c’è qualcosa che manca e non trova posto; e proprio quella mancanza le completa. E le rende perfette.

Mi piaceva quel piccolo buco
con la finestra che dava su un muro di mattoni.
Nella stanza vicina c’era un piano.
Un vecchio storpio veniva a suonare
My Blue Heaven
due tre sere al mese.

In genere però era tranquillo.
Ogni camera con il suo ragno dal soprabito pesante
che cattura la mosca nella rete
fatta di fumo e cerimonie.
Era così buio laggiù
che non riuscivo a vedermi nello specchio del lavabo.

Di sopra, alle 5 del mattino, scalpiccio di piedi nudi.
Lo «Zingaro» che legge la fortuna
(ha il negozio all’angolo)
va a pisciare dopo una notte d’amore.
Una volta, persino il singhiozzo di un bambino.
Era così vicino che per un attimo
Pensai di singhiozzare io.

Hotel Insomnia, HOTEL INSOMNIA, 1992