Il dominio dell'umano. Note critiche a "Felicità senza soggetto" di Mario Santagostini

Felicità senza soggetto
di Mario Santagostini

Milano, Mondadori, 2014

Cartaceo € 17,00



In principio, la "felicità senza soggetto" cui allude il titolo dell'ultima opera di Mario Santagostini coincideva, o almeno così si potrebbe credere, con una precisa utopia politica; un azzeramento del sé in un'idea storica più grande, omnicomprensiva, universale: "E io ero, come tanti, un comunista". Una felicità più sperata che reale, o meglio materiale ("E pensavo a un avvenire / senza il lavoro, a quando i corpi / ci sarebbero serviti a poco, quasi a niente"), destinata a essere disattesa storicamente, al punto che il soggetto in questione, oggi "ex comunista" e più res cogitans che mai, arriva a chiedersi "di cosa è fatto / un corpo, se merita / soltanto la vita, o già altro".
Se una felicità si profila, in questa raccolta, non è più umana ma, all'opposto, appartiene alle cose, alle "merci" ("Eppure, il solo vedere merci / ci metteva euforia / perché erano loro stesse, a essere felici."); a quelle merci feticcio di un capitalismo già in declino che hanno effettivamente sancito l'annullamento dell'individuo in termini di reificazione: "E qualcuno si chiedeva / se il loro riciclo / non fosse l'ennesima, / rassegnata forma di resurrezione. / Non molto diversa dalla mia, aggiungeva".
Da questa premessa, che poi sarebbe la lucida constatazione e successiva 'messa in pagina' del crollo delle illusioni giovanili, traggono giustificazione i nodi nevralgici del libro: l'ossessione intellettuale per la materialità dell'esistenza e un'inquadratura poetica che fa della distanza spaziotemporale la cifra distintiva di questi testi.
Declinata con un atteggiamento speculativo di ricerca inesausta e inesauribile, a cui tuttavia non sono estranei certi accenti di parodica rivelazione  ("Ecce materia"), la nuda "materia" attraversa come un fil rouge le maglie del libro e si erge ad assoluta protagonista, ovvero a oggetto privilegiato delle interrogazioni/osservazioni/elucubrazioni dell'io poetante: "Credo che certe specie / non pensano più la materia, / nemmeno quella di cui sono fatte". In questa prospettiva, la poesia di Santagostini si appropria di una visione leopardiana della realtà, per cui a "chi continua a parlare di miracoli" si contrappongono "le piante, / e qualche bestia", forti dell'unica verità che riescono ad esperire: "In loro, nessuna meraviglia. / Nemmeno sembrano vive". E proprio la lezione del grande recanatese (mai citato esplicitamente da Santagostini a differenza di altre figure poetiche ed artistiche presenti nel libro) sorregge alcuni momenti tra i più alti di tutta l'opera, come in Io, nel 1970 dove il lessico dell'Infinito si dispiega in tutta la sua forza evocativa e filosofica: "Che pena, viene / da dire, per la semplicità dell'infinito / quando sente tutta / la sua paura per l'inanimato". Un materialismo, questo di Santagostini come già quello di Leopardi (sebbene a dispetto di qualche dogmatico esegeta), che non si riduce a una fin troppo facile etichetta svuotata di senso, ma che riconosce nella materia-mater, pure se nella forma della negazione, il principio (e la fine) di tutte le cose: "Forse, la materia / non sa ancora dare / il meglio di se stessa: l'infinito. / Non è fatta per questo".

Così la felicità cui Santagostini anela si presenta come appannaggio esclusivo della "pietra", correlativo oggettivo per antonomasia dell'"inanimato", nonché emblema situato al polo opposto rispetto alla parola: "Ho pensato che le pietre / sanno fare a meno della vita. / Mi chiedo fino a quando. / Forse, il mondo esiste solo / per dare loro la parola, un giorno". Non è quindi senza significato che la pietra, nelle battute conclusive di quest'opera, coincida con un "silenzio" assoluto e regressivo che annichilisce quella capacità verbale che è, in ultima istanza, espressione storica di un determinato soggetto: "E il mio italiano torna a uno stato / non solo di silenzio, / ma si pietrifica. E la pietra tace. / Non è giusto, ma tace".
Il movimento retrospettivo che anima questa poesia non è però dettato da uno slancio irrazionale quanto piuttosto da una dichiarata disillusione nei confronti della linearità di un progresso storico che ha tradito ogni logica di bene. Ciò induce il poeta a ritornare sui propri passi, tanto che in Ancora l'idea del bene, autocitazione dell'opera del 2001, si legge:

Del dopoguerra, ricordo poco.
Ma invasi dal sogno
d’una forma abitativa allo stato purissimo,
si tiravano su palazzi,
rimesse, hangar. La speranza
era di vederli, un giorno,
svuotati. Lo spirito, quello
di chi già abita una Gerusalemme
celeste, città della
resurrezione senza morti.
Si assiste impotenti, nello svolgimento delle varie sezioni del libro, a una progressiva disintegrazione materica e a una conseguente meccanizzazione dell'umano, come ad esempio nella sequenza che trae ispirazione dall'opera futurista di Sironi: "Io raffiguravo gente / che non ha mai amato il corpo. / [...] / Per questo, in certe mie periferie / c'è posto solo per operai / che rimpiangono di non essere / fatti di ferro, o roba / derottamata". A questa altezza, i confini dell'umano e quelli della 'civiltà delle macchine' si confondono a tal punto che i ruoli e le funzioni si invertono; se "idrofori, radar, megafoni / e radio a galena" diventano strumenti "sensibilissimi / al vento, a quei suoni. / Fino a una semieuforia fatua, / già quasi umana", viceversa la "politica", campo d'azione attinente al bene collettivo, andando incontro al proprio fallimento ("Qui, anche la politica ha fallito"), "non dà risposte. / Non ha più nulla di umano".
L'unica prospettiva di fuga, allora, contrariamente a quanto dichiarato dal titolo, si delinea nel ritorno ad un "io" (così la terza sezione della raccolta) ormai lontano, e perciò quasi estraneo, nello spazio ("Sono tornato a Cinisello, / una domenica afosa"; "Queste erano le mie zone / di allora: viale Sarca, le strade / vicino alla Pirelli, Sesto San Giovanni") come nel tempo: "Pensavo: non amo me stesso, /amo questi anni, / la loro felicità senza soggetto"; a questo proposito, è rivelatoria la forma standardizzata dei titoli di alcuni testi che ricorda neanche troppo vagamente le note didascaliche sul retro di foto un po' ingiallite: Io, appendice. In piazza Tirana, forse nel '63; Io, nel 1970. Premessa; Io, nel 1970; Io, nel 1985. Ma pensando altri anni.
Il confronto con il presente è impari: "Una volta, sognavo / qualcosa di meglio / della materia, della vita. / Ora non sono in grado / d'aspettarmi nulla, l'eterno / poteva essere diverso". Nell'ultimo raggruppamento di poesie, Postcreatura, l'avverbio di luogo qui, ricorrente in più di una cirostanza, decreta la frattura abissale tra il passato dell'utopia comunista (della felicità senza soggetto) e l'opaco e mostruoso presente che non lascia nemmeno prefigurare un qualsiasi abbozzo di futuro: "Io credo che per certe specie / la vita è qualcosa / di basso, e ripugnante. / Per altre, nemmno esiste. / [...] / Qui, anche il vero ti evita. / Come se vivesse"; "Qui, c'è chi si chiede ancora come / è stato un corpo / cosa avrebbe fatto per sollevarsi in aria"; "Ho amato la materia come un mio simile / e continuo a farlo. / Poi, un creare onnivoro / e sfasato mi ha portato qui, dove anche Dio esiste"; "Certo, qui una volta si creava, / poi si è passati al vivere. / Adesso, aspettiamo". Non può esistere, in questa realtà di esseri che sono già post-, oltre l'umano, nessuna forma di felicità pura proprio perché il soggetto che era da trascesendere è stato annientato in ogni sua dimensione e assorbito dalle cose, dalle merci. Un soggetto forte, cioè, come quello che Santagostini, dietro lo schermo del Petrarca, è ancora capace di ricordare: "Un surplus d'universo, nemmeno / il più dolente: questo / è stato il mio Canzoniere, in fondo". Di ricordare, e dunque di ricreare grazie alla materia della parola poetica.


Pietro Russo