#Scrittori in Ascolto - Con Alberto Garlini

Alberto Garlini e Marco Caneschi

Organizza da 15 anni PordenoneLegge.it, il più importante festival letterario italiano con quello di Mantova e nel 2012 ha pubblicato “La legge dell’odio”, Einaudi Stile Libero: è Alberto Garlini scrittore e poeta che si è voluto cimentare con la “meglio gioventù” del neofascismo italiano, stretta tra i suoi miti e gli anni di piombo.

Un libro coraggioso, anche antropologicamente, che immagino ti abbia impegnato sul piano della ricerca storica.
«Pensa che volevo scrivere un libro sull’idea antropologica di nomadismo, incentrata su Chatwin, e mi sono ritrovato con il suo opposto, ovvero i miti della terra, della razza, del suolo. Sono arrivato a raccontare la vicenda del camerata Stefano Guerra prima pensando di mettere in conflitto nomadismo e stanzialità, una delle partizioni primarie dell’antropologia. Per un nomade l’immagine stessa di città equivale a un cimitero, alla morte, mi viene in mente Gengis Khan che non a caso ne radeva al suolo una ogni volta che la incrociava nei suoi spostamenti. Per un fascista, la città, la terra più genericamente, è tutto e va difesa a ogni costo. Ho cominciato così a leggere molto sugli anni “nomadi” di Chatwin ma allo stesso tempo tanta pubblicistica di destra e biografie di fascisti, infine ho notato una foto di Valle Giulia, il primo grande atto di rivolta universitaria italiana e ho notato che in prima fila in attesa degli scontri c’erano 21 fascisti acclarati. Per cui a questo momento, storicamente caratterizzatosi come patrimonio della sinistra, ha partecipato attivamente l’estrema destra. Con gli scontri a Valle Giulia ho deciso di aprire il libro che oramai era diverso dal progetto iniziale tanto che a Chatwin ho lasciato un cammeo, una piccola parte marginale. Come vedi la genesi di un romanzo è molto complessa».

Un racconto di macerie.
«L’ideologia della estrema destra si raccoglie attorno al mito del passato perduto, della tradizione. Ciò che è venuto dopo, la Rivoluzione Francese, l’Illuminismo, è una corruzione. A quel passato bisogna tornare, un passato aristocratico, eroico, dove la verità è una e già acquisita in partenza, non è sottoposta al tempo e non si forma secondo il tipico schema dialettico-borghese».

Per tornare a quel tempo mitico, i giovani neofascisti restano a uno stadio pre-politico e conoscono solo la violenza come modo per entrare in contatto con la realtà.
«Le grandi ideologie, liberalismo e comunismo, per non parlare del cristianesimo, sono in questo senso “politiche” perché incanalano la violenza e la rabbia del singolo in un progetto di emancipazione sociale, nella coscienza di classe e nella avanguardia rivoluzionaria del partito; nel sogno di un riscatto che permetta di sfruttare le possibilità offerte dal sistema; addirittura nell’attesa di una vita oltre quella terrena. Questi giovani non conoscevano il senso, appunto “politico”, mediatore, di questa attesa. Vittime di un complesso di sconfitta risalente alla fine di Salò, accresciuto dai numeri tutti a loro sfavore, auto-alimentavano la loro violenza e le conferivano un aspetto… erotico oltre che eroico. Stefano è talmente prigioniero di tale logica che dopo avere compiuto violenza verso qualcuno, vuole perfino conoscerlo, vuole sapere chi è».

Una frase del tuo libro è emblematica: forse l’intera stagione di violenza rivoluzionaria, nasce da una mancanza di scappellotti dei padri sui figli. Lo pensa a un certo punto perfino Stefano che, peraltro, fin dall’inizio è consapevole della patetica inadeguatezza del padre.
«Ti racconto un aneddoto tratto dal romanzo: siamo a Udine e alcuni fascisti piantano la bandiera della repubblica di Salò in cima al castello, un affronto per quelli di sinistra. E non c’è verso di convincerli a toglierla. A un certo punto questo manipolo di pochi individui è circondato da un nutrito gruppo di extraparlamentari, la polizia deve intervenire per evitare davvero il peggio e si raggiunge un accordo: la bandiera verrà tolta per essere consegnata a un reduce repubblichino. Ma anche la ricerca di un reduce è complicata per cui si giunge alla conclusione che il vessillo verrà ridato non proprio a un reduce ma a un tizio del sud, di simpatie di destra ovviamente, padre di uno dei neofascisti. Questo arriva in piazza e molla un ceffone proprio al figlio. Un gesto così banale, eppure un secondo dopo le due adunate si sciolgono in silenzio e tutto torna tranquillo. Non so se sono mancati ceffoni ben assestati, magari un po’ di autorità morale, quella sì».

La svolta nella vita di Stefano è l’amore per Antonella. Cosa è che incide positivamente, a fondo, sulla follia del giovane?
«Facile dire la morte della ragazza. Tuttavia questo evento induce in lui la nascita di un punto di vista sacrificale e non più cospiratorio: Stefano assume in sé la tragedia che è in ogni vittima, dinanzi a un corpo morto, magari oggetto di violenza, o sei paranoico e malato o metti in discussione l’efferatezza. Stefano coglie la possibilità di un percorso di riscatto, peraltro sempre all’interno della sua ideologia. Ed è questo il punto delicato. Non è che abbia trasformato Stefano in un sincero democratico, troppo scontato, ma avendo assunto fin dall’inizio gli occhi di un neofascista dentro quella psiche dovevo restare».

E allora ti chiedo che ruolo “empatico” ha il romanzo.
«Il romanzo serve a uscire dalla limitatezza della propria vita, è un esercizio di tolleranza. Io tengo dei corsi di scrittura in carcere, dove ci sono molti migranti. Dico loro: raccontate le vostre storie, perché chi legge subirà comunque una trasformazione. Comincia da qui la possibilità di creare narrazioni condivise, quelle che in Italia mancano per il nostro spirito di fazione e per il fatto che nelle classifiche di vendita non esistono purtroppo scrittori ai primi posti: ci sono cuochi, calciatori, tennisti, gente dello spettacolo, giornalisti. Potresti dire: beh, i giornalisti almeno… rispondo che mentre la tradizione giornalistica inglese ha dato ottimi scrittori, leggere i nostri giornalisti, oltre che a essere spesso orribile, è fare torto all’italiano e alla sua storia sedimentata».

Appuntamento con Alberto Garlini a PordenoneLegge.it 2014. A proposito, quando è?
«Dal 17 al 21 settembre».