CriticaLibera: La donna è un’isola? Ma può essere anche il contrario




Ogni civiltà antica, dal Sudamerica alla Siberia, praticava il culto legato alla terra madre, la grande Dea benigna che dava a chiunque gratis i suoi frutti. Poi il dio maschile ha rovinato la magia, soprattutto ci ha tolto quel senso d’innocenza che coltivavamo da secoli per sostituirlo con eserciti di fede e confini. Dite ciò che volete ma l’antropologia culturale m’incoraggia a tanto.
Difficile affermare quanto resti sottotraccia di questo mito vecchio quanto l’infanzia del mondo. Che non sia scomparso completamente? Che la grande Dea sia rintanata lassù, un po’ spazientita, in Islanda? Così mi capita fra le mani “La donna è un’isola” e guarda caso la scrittrice è Audur Ava Ólafsdóttir, un’islandese. La parte migliore, lo dico subito, è all’inizio quando nella stessa serata la protagonista investe un’oca, la raccoglie per cucinarla, consulta una chiaroveggente che le predice alcuni eventi, lascia il suo amante ma rientrata a casa viene lasciata dal marito che le dichiara di punto in bianco che ama un’altra incinta da lui. Dialoghi niente male e ironia. Siccome però è tempo di cambiamenti, e non potrebbe essere differente date le premesse, la tipa in questione se ne parte per un viaggio seguita da un compagno inatteso, il figlio con problemi di parola e udito di un’amica che conduce una vita anarchica. Strani incontri e senso di maternità. Per le appassionate di cucina, aggiungo, che una lunga appendice finale riporta decine di ricette. Ovviamente questa cosa ha un senso ma lo scoprirete da sole.
Il viaggio della protagonista è un po’ il viaggio che fan tutti in Islanda: parlo in termini geografici, come avrete capito c’è anche un viaggio intimistico nel romanzo che può appartenere solo a chi lo vive. L’Islanda ha una sola strada degna di questo nome. Una. Stop. Un anello che di nome fa Hringvegur, o Route 1. Se vi piace l’inglese, direte Ring Road. Giro girotondo. Avete voglia di deviare? Fatelo pure ma all’aeroporto di Keflavik noleggiate un fuoristrada robusto e non una berlina. Ne riempirete il bagagliaio di attrezzi, benzina e sacchi a pelo. Oltre che di cibo. Perché nel deserto d’Islanda si può rimanere bloccati. Deserto, sì. Ma non siamo al circolo polare? Deserto. Fidatevi.
Ne vale la pena ma c’è poco da scherzare. Perché è qui, indubbiamente, che la Dea Madre si è rifugiata. E si muove, si stira, si rigira nel ventre del pianeta. Allora l’Islanda prende delle strane forme, starnutisce geyser, apre voragini, stupra le coste con colate di lava, spezza ghiacciai, crea lagune di iceberg, sputa fumo ad altezze siderali grazie ai suoi innumerevoli vulcani attivi che se si svegliano dal torpore all’unisono rimettono pure il martello di Thor. È una terra che si modella a ciclo continuo, una fonderia naturale immensa dove chissà quanta energia… un giorno ce la vedremo, chissà, schizzare per aria e pluff… ricadere in mare, magari cozzando con la Groenlandia e amen. A limitarsi alla Route 1, si coglie quanto sta accadendo nella fucina di Vulcano ma non si può apprezzarlo fino in fondo come nel cuore dell’isola. Ben attrezzati, ribadisco.
Chissà cosa pensavano i vichinghi danesi e norvegesi che per primi vi sbarcavano. Come facevano a decidere in che baia? Il presunto capo della spedizione, che non voleva sentire ragioni e sarebbe stato il re della nuova colonia, approssimandosi a riva buttava per mare un seggiolone di legno: il trono, praticamente. A seconda di dove si arenava, sarebbe sbarcata la ciurma. Poi, piano piano le colonie aumentarono, i vichinghi che ancora volevano continuare ad adorare il loro pantheon fuggivano dalla cristianizzazione delle terre di origine e sfidavano il mar glaciale e un viaggetto che costava diversi morti per naufragio. A 50 chilometri da Reykjavík questi barbuti esploratori fondarono un parlamento. O forse un parlatoio, visto che tanti non dovevano essere. È il 930 dell’era volgare. E qui prendevano decisioni. Ma è la zona prescelta a essere incredibile: praticamente a cavallo di due continenti. Perché vi emerge la dorsale medio-atlantica, che divide la zolla tettonica americana dall’europea. Quello che in genere si vede sottacqua nei documentari, qui affiora! E il sentiero che si snoda lungo il canyon principale permette un’incredibile camminata tra America ed Europa. Almeno da un punto di vista geologico.
Gli islandesi stanno provando a imballare la loro sterminata riserva geotermica stendendo tubi nelle spianate più accessibili. Ma è dura contenere la Dea Madre, così immagini da inferno dantesco sono dietro una curva e dense fumarole non si lasciano imbrigliare. Tuttavia l’ingegno umano è fatto per carpire il fuoco degli dei, fin da Prometeo: nascono stabilimenti termali a ridosso delle industrie, la gente si getta nell’acqua calda mentre di là dal marciapiede la tecnologia fa il resto e si accendono tutte le case, roba utilissima specie nei lunghissimi e bui inverni quando la Dea Madre in fatto di luce naturale è un po’ tirchia. Immersi in quel brodo torna alla mente la placenta cosmica da cui deriviamo, protettiva ma un tantino incazzata per il trattamento che le abbiamo riservato. Sì, non so se la donna sia un’isola, anche noi maschietti pretendiamo di fare parte dell’arcipelago del mondo, ma di sicuro quest’isola è una donna.