La "geografia dell'esistenza" di Dino Buzzati: i Sessanta Racconti


Sessanta racconti
di Dino Buzzati
Mondadori, 1958
pp. 476

Editi nel 1958 nella collana “Narratori italiani” Mondadori, i Sessanta racconti di Dino Buzzati raccolgono testi in parte già pubblicati in precedenti raccolte (I sette messaggeri, Paura alla Scala, Il crollo della Baliverna), in parte allora inediti. Considerati la summa del pensiero dell’autore, ne condensano i temi principali che si dilatano espandendosi all’interno di una narrazione plurale e multiforme, così frammentaria per un verso, ma estremamente tesa alla completezza di senso dall’altro.
Vi si trova l’inconfondibile tratto del Buzzati delle opere più note (Un amore, Barnabò delle montagne, Il deserto dei Tartari, La famosa invasione degli orsi in Sicilia..), con una vena teorico-filosofica che qui, nella dimensione più breve del racconto, recupera terreno ed esprime se stessa senza riserva.

Non penso che Buzzati abbia voluto presentarsi come un filosofo né abbia concepito la propria scrittura come una disquisizione dai tratti dogmatici, ma ha condotto attraverso i racconti un discorso su quel segreto mistero che è l’esistenza e sulle sue manifestazioni ordinarie e non. E questo mistero lo ha rappresentato in un sistema completo, che prende forma attraverso l’incrocio delle trame dei racconti.

Alcune delle storie di Buzzati prendono corpo nella consuetudine della quotidianità ma poi ci svelano il lato surreale degli eventi più comuni. Gli uomini dei suoi testi sono intenti a condurre una vita banale, costellata di azioni e di scelte mediocri: basta una parola dell’autore, un aggettivo al posto giusto e la situazione cambia forma. Accade l’insospettabile. Così, per esempio, il protagonista di Il problema dei posteggi si ritrova a seguito di una rocambolesca serie di inconvenienti a fuggire esausto alla ricerca di un posto per la propria auto. E dalla caotica città arriva addirittura nel deserto, anelando alla libertà:
Saltello, una strana leggerezza è nelle membra, accenno passi di danza. Evviva! Mi volto indietro, l’utilitaria è in fondo, piccolissima, uno scarafagetto addormentato nel grembo nudo del deserto. Ma c’è un uomo laggiù! È un uomo alto, coi baffi, se non prendo abbaglio, ha un berretto di tipo militare. E mi fa cenno in segno di protesta, e urla, urla. Ah, no, basta. Io saltello, io corro, io galoppo sulle mie anziane gambe, scalpito, mi sento una piuma. Le grida del guardiano maledetto si perdono a poco a poco alle mie spalle.
Il libro è pieno di personaggi che viaggiano verso ignote mete lontane. A volte il viaggio è ricerca di se stessi, brama di completezza, lo si intraprende  nella speranza di ritornare, un giorno, a casa “interi”. Come il principe protagonista del racconto I sette messaggeri che abbandona la Reggia per spingersi fino agli estremi confini del regno paterno, accompagnato da sette fidati ambasciatori che periodicamente ritornano nella capitale per portare e ricevere notizie. Ma un’oscura presenza li insidia durante il viaggio: il Tempo che logora e stringe nella sua morsa. È l’allegoria dell’uomo che avanza verso qualcosa che crede di conoscere ma che in realtà gli è sconosciuto:
Un’ansia inconsueta da qualche tempo si accende in me alla sera, e non è più rimpianto delle gioie lasciate, come accadeva nei primi tempi del viaggio; piuttosto è l’impazienza di conoscere le terre ignote a cui mi dirigo. Vado notando – e non l’ho confidato finora a nessuno – vado notando come di giorno in giorno, ma mano che avanzo verso l’improbabile meta, nel cielo irraggi una luce insolita quale mai mi è apparsa, neppure nei sogni; e come le piante, i monti, i fiumi che attraversiamo, sembrino fatti di una essenza diversa da quella nostrana e l’aria rechi presagi che non so dire.
Altre volte ancora, il viaggio ha connotati inquietanti e sinistri. È qui che la scrittura di Buzzati si fa puro mistero e il lettore si sente rapito, catturato da un enigma che l’autore non svela, nemmeno alla fine. In Qualcosa era successo il protagonista è bloccato su un treno che corre verso un orrore a cui non si riesce a dare nome. Nessuno sa cosa spinga migliaia di persone a scappare, i passeggeri sanno solo che verso quella cosa spaventosa loro stanno inesorabilmente andando:
Un fatto nuovo e potentissimo aveva rotto la vita del paese, uomini e donne pensavano solo a salvarsi, abbandonando case, lavoro, affari, tutto, ma il nostro treno, no, il maledetto treno marciava con la regolarità di un orologio, al modo del soldato onesto che risale le turbe dell’esercito in disfatta per raggiungere la sua trincea dove il nemico già sta bivaccando. E per decenza, per un rispetto umano miserabile, nessuno di noi aveva il coraggio di reagire. Oh i treni come assomigliano alla vita!
I treni corrono impazziti nei racconti di Buzzati, fuggono senza lasciare la possibilità di osservare il paesaggio o riflettere un po’. E sono tremendamente veloci, come il Direttissimo dell’omonimo racconto:

Con un ritardo di anni e anni accumulati, siamo così di nuovo in viaggio. Ma per dove? Cala la sera, i vagoni sono gelidi, non c’è rimasto quasi più nessuno. Qua e là, negli angoli degli scompartimenti bui, siedono degli sconosciuti dalle facce pallide e dure che hanno freddo e non lo dicono. Per dove? Quanto è lontana l’ultima stazione? Ci arriveremo mai? Valeva la pena di fuggire con tanta furia dai luoghi e dalle persone amate?

Ancora una volta in scena è la furia del Tempo che incalza, ancora una volta c’è un uomo spaventato che viaggia verso l’ignoto.
Il mistero è una componente propria di diversi testi del libro. Quasi sempre l’autore ritrae personaggi in balìa di situazioni che non comprendono, spaventati dall’assurdità di eventi straordinari. Chi ha piazzato la bomba sotto l’appartamento dell’inconsapevole protagonista di All’idrogeno? Perché in Paura alla Scala tutti i personaggi della Milano bene sono rinchiusi dentro il teatro, incapaci di reagire a una paura che li paralizza? L’insolvibilità degli enigmi di Buzzati trova il suo culmine nel racconto Una goccia in cui il protagonista è preda di una situazione assurda: una goccia sale le scale del palazzo e con il suo “tic tic a intermittenza” spaventa tutti.
Che strana vita, dunque. E non poter fare reclami, né tentare rimedi, né trovare una spiegazione che sciolga gli animi. E non poter neppure persuadere gli altri, delle altre case, i quali non sanno. Ma che cosa sarebbe poi questa goccia: - domandano con esasperante buona fede -  un topo forse? Un rospetto uscito dalle cantine? No davvero. E allora – insistono – sarebbe per caso un’allegoria? Si vorrebbe, per così dire, simboleggiare la morte? O qualche pericolo? O gli anni che passano? Niente affatto signori: è semplicemente una goccia, solo che viene su per le scale. […]Tic, tic, misteriosamente, di gradino in gradino. E perciò si ha paura.
Accanto al Tempo e all’Inspiegabile è la Morte la terza grande presenza che aleggia sui personaggi dei racconti. Aspetta silenziosamente, impercettibilmente si rivela prima di colpire. Ed è sull’idea della morte come lento processo agonico che si costruisce il capolavoro Sette piani che racconta la straziante discesa di un malato verso la fine. I sette piani dell’inquietante casa di cura rappresentano una crescente perdita di speranza. Ci si sente impotenti, come il protagonista, nell’assistere a una discesa che non viene motivata in alcun modo: accade e basta. 
È proprio questo il lato straordinario di certi racconti di Buzzati: si costruiscono su situazioni che semplicemente accadono. E non pretendono di spiegare la vita, riflettono la vita che naturalmente accade

Questa è l’essenza della 
“filosofia” di Buzzati: il nostro autore-giornalista ci ha consegnato dei racconti magnificamente scritti, sostenuti da una scrittura leggera, referenziale, sempre proporzionata, che parlano della vita e ce la raccontano in modi che non sospettavamo. E tutti insieme creano quella che chiamerei la “geografia dell’esistenza di Buzzati”.
In questa labirintica geografia trova posto anche la Speranza. È così che si conclude uno dei racconti più surreali e poetici del libro, Sciopero dei telefoni:
Chi era? Un angelo? Un veggente? Mefistofele? O lo spirito eterno dell’avventura? L’incarnazione dell’ignoto che ci aspetta all’angolo? O semplicemente la speranza? L’antica, indomita speranza la quale si va annidando nei posti più assurdi e improbabili, perfino nei labirinti del telefono quando c’è lo sciopero, per riscattare le meschinità dell’uomo?

Claudia Consoli