La sgradevolezza del perdente: «Il soccombente» di Thomas Bernhard, e altri


Il soccombente
di Thomas Bernhard
Traduzione di Renata Colorni
Adelphi 1985, 1999
pagg. 186 , Euro 10



Uno degli insulti a cui spesso si fa ricorso in particolari contesti è “perdente”: nella vita concepita, non a torto, come competizione, è fisiologico questo utilizzo; ancora di più tale aspetto è stato enfatizzato nelle società capitalistiche, in cui la figura del “loser” suscita compassione o disprezzo a seconda delle aree politiche. Purtroppo, mi sbilancio, per molti (nelle vita quotidiana) l’antinomia “vincente/perdente” diventa unico criterio di classificazione degli uomini, finendo per impoverire il panorama sociale e idealizzare l’individuo “vincente” come il ricettacolo di ogni qualità e pregio umani (corteggiando la demagogia, si potrebbe dire che gode di maggior considerazione un vincente disonesto che un perdente onesto). Curiosamente, invece, non è raro notare come nel campo delle espressioni artistiche questa sublimazione eterea da uomo a idea avvenga per il “perdente”: sono tanti gli artisti di vari campi e gli intellettuali che si ispirano agli “ultimi”, costruendo figure che racchiudono tutti i pregi possibili, vittime però della sfortuna o dell’egoismo altrui: nessuno nega che siano anche figure autentiche (penso a tal proposito al bellissimo Le ceneri di Angela, di Frank McCourt), ma è spesso una soluzione di comodo la proposizione del personaggio “sconfitto” depurato da ogni ignominia, edulcorato, e che suscita simpatia captando l’immedesimazione. Un modo, a parole, anche per lucidare la coscienza mostrando attenzione verso i più deboli.

Molto più raro è che costui venga reso più umano, con anche tutte le sgradevolezze che può portarsi dietro. Perché, nella realtà e non nella carta, un perdente può essere terribilmente sgradevole, e stargli a fianco è dura.


Thomas Bernhard
Ne Il soccombente di Thomas Bernhard la storia è lineare: a Salisburgo, presso una famosa scuola di musica, si incontrano tre giovani pianisti: la voce narrante, senza nome, è una di questi. Gli altri due sono Wertheimer, promettente virtuoso, e Glenn Gould, il classico genio che pare nato per suonare il piano. Quando Glenn esegue le Variazioni Goldberg di Bach, per Wertheimer è l’altrettanto classico “inizio della fine”; verrà letteralmente annientato dalla consapevolezza che lui non diventerà mai la leggenda, ruolo riservato a Glenn. In un’Odissea postuma – narrata dal protagonista nella città in cui si trova dopo aver assistito al funerale di Wertheimer, suicidatosi dopo circa tre decenni da quel primo incontro, e dopo la morte naturale di Glenn, e dopo la fuga della sorella – leggiamo quella che è diventata nel tempo una vita, per Wertheimer, di perenne sconfitta; una vita piena di meschinità, invidia neanche celata e disperazione, rancori sfogati sugli innocenti (la sorella, unico suo appoggio: letteralmente schiavizzata per piegarla alle sue esigenze, tanto che lei scapperà con uno svizzero).

«Facciamo una grandissima fatica per salvarci da questi soccombenti e da questi uomini da vicolo cieco, poiché questi soccombenti e questi uomini da vicolo cieco ce la mettono tutta per tiranneggiare il mondo che li circonda e uccidere a poco a poco le persone che li frequentano, mi dissi. Per deboli che siano […] essi hanno la forza di esercitare sul mondo che li circonda un effetto devastante, pensai. […] quelli ci trascinano con sé, appena possono ci trascinano verso il basso, mi dissi, con tutta la violenza di cui sono capaci, disposti a sacrificare chiunque, anche la propria sorella, pensai.»

«Tuttavia, la catastrofe di Wertheimer ha già avuto inizio nell’istante in cui Glenn Gould, rivolgendosi e Wertheimer, gli ha detto che era il soccombente. […] Noi diciamo una parola e annientiamo un essere umano senza che questo essere umano da noi annientato, nel momento in cui pronunciamo la parola che lo annienta, abbia cognizione di questo fatto micidiale, pensai.»

«Pur essendo in molte cose più fine e sensibile di me, finiva sempre per armarsi, fu questo il suo errore più grande, di sentimenti sbagliati, insomma era un vero soccombente, pensai. […] Voleva essere un artista, a lui non bastava essere l’artista della propria vita, benché questo concetto racchiuda tutto ciò che può rendere felice qualsiasi persona lungimirante, pensai. Wertheimer insomma si era innamorato, o addirittura era rimasto ammaliato dal proprio fallimento, pensai, e in questo fallimento si era incaponito fino alla fine. In effetti potrei dire perfino che pur essendo certamente infelice nella sua infelicità, sarebbe stato ancora più infelice se dall’oggi al domani avesse smarrito la sua infelicità […] In verità sono molte le persone che proprio perché profondamente immerse nella loro infelicità, in fondo sono felici, pensai.»

«A un’analisi più attenta, così lui [Wertheimer, n.d.A.], i cosiddetti svantaggiati e i cosiddetti poveri e i cosiddetti diseredati si rivelano per loro propria natura senza carattere e disgustosi come gli altri […] Il cosiddetto intellettuale ha in odio il suo stesso cosiddetto intellettualismo ed è convinto di trovare la propria salvezza presso i cosiddetti poveri e svantaggiati, quelli che in passato venivano chiamati umiliati e offesi, diceva, ma da loro, anziché la propria salvezza, egli trova le schifezze che già conosce, così diceva, pensai.»

Leggendo Il soccombente, mi sono venuti in mente due esempi musicali: il primo è l’album Mr Simpatia [Vibra Records, 2004] di Fabri Fibra, probabilmente la sua opera migliore, un disco capolavoro che ci mostra un “perdente” senza filtri, che non fa nulla per attirare le simpatie e la compassione e si mostra con tutti i suoi aspetti respingenti, con un non casuale ricorso a rara violenza verbale e a pesante volgarità, sbattendoci in faccia anche le cose più politicamente scorrette, ma per questo catartiche: la donna come oggetto sessuale e la misoginia, l’omofobia, l’abuso di droghe e l’odio viscerale per chi invece “vince”.

Da Rap in vena:

Mi sveglio e vado al lavoro con l’umore storto/tanto che il primo stronzo che incontro lo vorrei morto/faccio benzina e già ’sto scemo guarda male/cazzo vuoi c’hai un lavoro di merda ed io uguale.
[…]
e non ne vale la pena/se questo è un lavoro meglio farsi in vena/almeno per un po’ non sentirò il problema/vorrei vedere il mio capo andare in cancrena.

Da Venerdì 17:

Entro in casa mia arrampicandomi dal terrazzo/punto un lanciafiamme sulla mia famiglia e la ammazzo/così voglio vedere quando vado all’inferno/se il demonio c’ha la faccia di Erika o del suo ragazzo/ora sto con gente con cui mi devasto/ultimamente fumo eroina tabasco/e ti assicuro è buona ce la vende Vasco/per me il rap è uno stress perché ho fatto fiasco/e adesso io lavoro nell’ufficio di un fallito/sogno ormai da anni di ucciderlo con armi di ogni tipo.

L’altro esempio è una corrente del black-metal che, negli ultimi anni, ha dedicato spazio al “loser”: alcune band lo apologizzano, col rischio però di cadere nel retoricamente ridicolo, mentre altre restano in un genuino equilibrio tra autodistruzione e catarsi: penso a gruppi come gli svedesi Shining, soprattutto con l’album vii: Född Förlorare (“nato perdente”, “born loser”) [Spinefarm Records, 2011], e la conterranea one-man band degli Svart, con Förlorad (“sconfitto”, “perdente”) [Frostscald Records, 2010].

Piero Fadda