I Mondi di Guido Mazzoni

I mondi
di Guido Mazzoni
Donzelli, 2010

pp. 66, 13


Nonostante I mondi segni il suo esordio in volume nelle vesti di poeta, Guido Mazzoni (classe 1967), già docente di letteratura all’Università di Siena, è un nome piuttosto noto al «pubblico della poesia» (Berardinelli-Cordelli copyright) per le sporadiche apparizioni di alcuni dei suoi testi su varie riviste legate al settore (la prima datata addirittura 1992, nel terzo dei Quaderni di Poesia Italiana Contemporanea diretto da Franco Buffoni) e soprattutto grazie alla pubblicazione dei saggi Forma e solitudine (Marcos y Marcos, 2002) e Sulla poesia moderna (il Mulino, 2005) che testimoniano un’attenzione “critica” nei confronti del genere in questione. La lettura di questo libro, accolto nella sempre più virtuosa collana di poesia della Donzelli, conferma infatti un lavoro di ricerca, puntiglioso e radicale, di una poetica che, innestata su uno specifico sostrato speculativo, muove le mosse da una «superficie» fenomenologica riconoscibilissima nella costante attenzione alla realtà zoomata, per non dire scandagliata, da ogni angolatura possibile, in un’indagine intellettuale che è anche (e forse nasce da) un «gioco psicotico di curiosità e di lotta» (Rettilineo).
La minuziosità con cui vengono declinate le forme del reale, con una preminenza per la componente visiva esplicitata già nell’esergo kafkiano in apertura, rimanda alla lezione del Sereni de Gli strumenti umani, in modo particolare a quello del primo nucleo della silloge, Uno sguardo di rimando. Nella prosa L’Opzione il poeta di Luino scriveva:
ho il feticismo dello sguardo fin da quando ero ragazzo, tanto da ritenere impossibile e più che impossibile ingiusto che uno sguardo, l’impegno di uno sguardo, non sia ripagato da uno sguardo di ritorno.
(cit. da V. Sereni, Poesie, Milano, Mondadori, 1995, p. 505)
Su questa tematica pare insistere particolarmente (ma non unicamente) la prima delle sei sezioni che compongono l’opera di Mazzoni, delineando una dialettica “io-mondo” in cui il sereniano «sguardo di ritorno» si configura come visione da parte dell’alterità nei confronti del soggetto cogitans
e questa calma che cresce se lo sguardo
degli altri torna tollerabile.
(Prato Est)

[…] Solo così
voi potete vedermi e io posso esistere;
solo così fra qualche ora appariranno,
alla fine del viaggio, le persone per cui vivo.
[…] e i soliti pensieri
sono la realtà, se lo sguardo
di tutti mi riassorbe
e questa luce mi annulla con il suo velo.
(Il cielo)

L’«io» che emerge in questo libro (che si potrebbe anche definire “lirico”) è dunque un soggetto doppiamente “passivo”: esistente solo in quanto forma materiale inserita in un dato «spazio» all’interno del campo visivo «degli altri» e a sua volta assorto nella visione/registrazione fenomenica circostante. Sotto questa luce, allora, i «mondi» sono piuttosto delle «monadi» (si veda la poesia AZ 626), dei microuniversi che, incapaci di instaurare una qualsiasi forma di relazione, determinano l’esistenza gli uni degli altri in una dinamica che si potrebbe riassumere, banalmente, nella formula: sono guardato dunque sono.
Lo sguardo di Mazzoni, spesso estraniandosi (cioè uscendo dai confini del sé, non di rado con qualche scappata nel territorio di un passato che si ridesta «nel dormiveglia» o «nel tepore / dell’allucinazione»), pur rivendicando l’unicità del soggetto («dico “io” per non perdere me stesso, dico “io” perché la paura di perdere se stessi è l’unica cosa che possiamo condividere», Esperienza, II), è consapevole di «quanto sia piccola la distanza che ti separa dagli altri» (Superficie):
Se ora osservo le persone dalla finestra, se le guardo uscire dalle auto e incrociare le traiettorie nella piazza, vengo attratto dalla stessa idea. Sono tante, disperse negli orli di questa figura, parlate dalla forma di vita che le muove, le nutre, le veste, le fa pensare in un certo modo, chiuse in una sfera tanto complicata quanto irrilevante per noi che le osserviamo. Io sono come loro.
(Esperienza, II)
Alla fine questi momenti di «straniamento», lontani dalla categoria novecentesca di alienazione, si connotano di un intenso valore epifanico-conoscitivo, come nella prosa che dà il titolo all’intera opera:
Pensando a quante poche cose mi interessassero davvero, a quanti pochi moventi elementari reggessero la vita mia e degli altri, capivo che in queste formazioni, in questi minimi eventi si svolge la lotta per quell’equilibrio cui diamo il nome di felicità, e che oltre questo pulviscolo, oltre questa rete non c’è nulla. Ma capivo anche la profonda irrealtà di quella comprensione momentanea, la gratuità di quell’attimo di straniamento così fragile in rapporto alle forze primarie, banali, che entravano in gioco dentro le piccole sfere di vita che potevo vedere nei vetri illuminati, tutte incomparabilmente più vere della mia idea ancora giovanile che la realtà non fosse, non potesse essere solo questo.
(I mondi)

La parabola di questo percorso che è insieme poetico e gnoseologico (altro retaggio attribuibile all’insegnamento sereniano) non può che arrestarsi di fronte all’«orizzonte che non puoi oltrepassare» (Superficie), giungendo così a un sapere che a scanso d’equivoci si potrebbe dire stoico/socratico:
Ora so che non ha senso rompere
la miopia che ci fa esistere, vedo diversamente
le monadi che ci proteggono, le loro trame nel disordine;
seguo le macchie di luce che il sole
getta sul paesaggio, il cielo puro e indifferente.
(AZ 626)
In ultima analisi la poesia di Mazzoni, sulla scia di Montale (altro nume tutelare de I mondi), può solo constatare, attraverso la via della negazione, «che la vita esiste e non significa» (Elephant and Castle) perché «gli esseri non chiedono altro; esistono per sé / con cinismo e innocenza nel tempo che posseggono» (Gli esseri).


Pietro Russo