CriticaLibera - Dante a Palermo (5)

Dante a Palermo (5)
(Verosimile al 50%)
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13. Appena arrivati a Roma, andammo subito alla ricerca di un WC. Rasserenati gli animi, facemmo colazione: cornetto e cappuccino. Non ci bastò, così passammo al panino con la porchetta. Dopo il panino, data l’ora, pensammo che fosse corretto concludere il pasto con un piatto di carbonara in trattoria. E l’amatriciana? E l’abbacchio? E i ceci? E la cicoria? E il pecorino? Ma certo!, dovevamo assaggiarli. Li assaggiammo e ci imponemmo di smetterla e bere un caffè per tappare il nostro buco. Ma sulla vetrina di una pasticceria vedemmo un maritozzo. E con il maritozzo, che fare? Semplicemente abbandonarsi al suo richiamo… semplicemente abbandonarsi. Non avevamo ancora visto nulla di Roma, ma capimmo dalla gastronomia che sarebbe stata una città stupenda. Dedicammo la mattinata restante ai monumenti storici, anche se notammo che era faticoso camminare e digerire contemporaneamente. Forse non avremmo dovuto permettere che cappuccino e abbacchio si incontrassero, e nemmeno cornetto e ceci, o cicoria e maritozzo. Ma erano così buoni! Con le cinture dei pantaloni pendolanti, vagammo per la città; poi, in lontananza, notammo il corteo. «Andiamo, è il nostro momento!», disse Fulippu, stringendo “Indignatevi!” in mano (aveva i jeans alle caviglie e i boxer in mostra). Dante pescò dalla sua tracolla il “De Monarchia”, lo alzò in cielo ed esclamò: «Sono pronto!». E con aria di sfida aggiunse: «Il mio libro non sarà fresco come il tuo, caro Fulippu, ma ai miei tempi ne fece di casino!». I due mi guardarono, attendendo che anche io sfilassi la mia sciabola letteraria. Mi trovai smarrito. In tasca avevo soltanto qualche souvenir rubato qua e là: un paio di scontrini, un pacco di fazzoletti, un copri water di carta biodegradabile, una forchetta, bustine di zucchero e il menù della trattoria “Dalla fregna zozza. Specialità dello chef Er Cacarella: magnateve tutto, ma ridatemi la padella”, quattro pagine di specialità romane, con la copertina in pelle. «Andiamo!», dissi. E per giustificare il menù, conclusi con il ritmo di un attore di soap opera: «Tutto, tutto è letteratura». Ci inserimmo nel corteo, tra bandiere sventolanti, urla e trenini; e parlammo con tantissima gente. Poi, fatti all’incirca un centinaio di metri, o forse meno, ci fermammo. Dante uscì dal corteo, salì sulle spalle di Fulippu e puntò lo sguardo per capire cosa stesse accadendo. Il corteo era in silenzio. «A bello, che vedi?», disse una ragazza dai capelli rasati. «Fiamme!», urlò il Sommo. Alcuni imbecilli sprovvisti di logos[1], infatti, stavano per calpestare quei principi ai quali Fulippu, Dante, io e il resto del corteo abbiamo sempre creduto. Rumore di un’immagine che si sgretola. Immagine: foglie mosse dal vento.
Prova di dialogo numero uno.
Un uomo e una donna.
Uomo: Penso di essere allergico alla lavanda.
Donna: E come puoi dirlo?
U: Da quanto tempo hai messo quei rametti di lavanda nella credenza?
D: Non so… una settimana?
U: Ecco, una settimana. Infatti, starnuto esattamente da una settimana.
D: Non vedo come la lavanda e i tuoi starnuti possono essere collegati.
U: È facile, te lo spiego io. Starnuto da una settimana, perché da una settimana c’è della lavanda in giro per casa.
14. Il pomeriggio seguente, salutammo Roma ferita e ritornammo a Palermo. Durante il viaggio non accadde nulla di significativo: Fulippu flirtava in inglese con una polacca bellissima, Dante osservava il paesaggio dal finestrino, io osservavo Fulippu e Dante. Arrivati a Reggio Calabria, ci imbarcammo sul traghetto e andammo sul ponte per respirare l’aria fresca. Era buio intorno a noi. Notavamo, di fronte ai nostri occhi, il chiaro di luna sullo Stretto e Messina brillante più in là. Ci sentivamo parecchio stanchi e delusi: la stanchezza si fondeva alla delusione, la delusione alla stanchezza… la rabbia. La nostra occasione di democrazia si era perduta tra le fiamme e la distruzione di Roma. Avremmo preferito proporre, più che marciare e poi impallidire per la stupidità di questo mondo. Arrivati nel punto in cui le coste italiane e siciliane appaiono equidistanti, Dante andò a poppa, osservando il sole che meravigliosamente stava per sorgere dal mare; lo seguii. Qui si manifestò quella che dopo, passando nei pressi dell’Etna, io definii “L’illuminazione dello Stretto”. Con il palmo della mano rivolto al cielo, Dante disse: «È furbo il sole, che guarda il mondo, e non sente il suo rumore; senza alba e tramonto non si addolora per la bellezza che fugge, perché è lui bellezza… e luce! Lontano dalla stupidità, risplende. Ma non sa cos’è la notte, o cosa siano i sogni. C’è da scegliere: o il dolore e le storie, o la solitudine e lo splendore». Voltandosi, incontrò il mio sguardo perduto. Avrei voluto dire qualcosa, ma non lo feci. Osservammo l’alba, il mare tagliato dal timone e la spuma frizzante, la Calabria, gli innamorati infreddoliti che si scambiavano sussurri sotto la scialuppa. Poi, il Sommo mi chiese: «Perché viviamo ciò che viviamo?». Mi rivolsi al sole, che veniva fuori dal mare come una piccola arancia, colorando l’orizzonte di rosa. E risposi: «Viviamo… perché non riusciamo a fare altro». Qui si concluse “L’illuminazione dello Stretto”… ὑποκείμενον: mi piacerebbe essere una scimmia con il papillon, il piede di una sedia traballante, uno specchio in una stanza senza finestre, oppure un gelato che si scioglie, lo sciacquone del water, un aquilone legato al ramo di un albero, il sipario di un teatro… insomma, qualcosa che non ha coscienza, che non si tormenta. La coscienza è quel bambino malato che, a scuola, alza la gonna alle compagne.
Prova di dialogo numero due.
Un uomo e una donna.
Donna: Ma non ha senso! Allora, dovresti starnutire anche a letto. E invece, a letto non lo fai.
Uomo: Che vuoi dire?
D: Che voglio dire… ti spiego. Ogni sera, prima di andare a dormire, spalmo una crema. Indovina che tipo di crema? Alla lavanda.
U: E allora?
D: Allora sei proprio scemo. Non dormiamo insieme?
U: Sì.
D: Se tu fossi davvero allergico, moriresti.
15. L’evento più importante della nostra vita (della mia, quella di Dante e di Fulippu Ogghiu Friutu), fu vissuto in sordina. Il fatto è che dopo il ritorno da Roma, dopo il disincanto, decidemmo di non pensare più alla politica, un po’ come fece Platone successivamente la condanna di Socrate[2]. A casa, passato un periodo di noia, rispolverammo un vecchio videogioco, di proprietà degli inquilini precedenti, che se ne stava sul terrazzo a prendere polvere e pioggia; appiccicammo i vari cavi alla televisione, la quale (questo non è un’informazione secondaria) veniva accesa solamente per giocare. Passammo quattro giorni con le mani attaccate allo joystick, scorazzando su piste di formula uno e di sterrato, con automobili da sogno, che mai avremmo potuto guidare. Vivevamo di pizza a domicilio; il nostro caro amico pizzaiolo Mohammed era stato incaricato da Fulippu con ordini precisi: doveva portarci da mangiare tre volte al giorno, mattina (quattro formaggi), pomeriggio (margherita), sera (capricciosa). I nostri resti venivano ripuliti da Stalin il topolino. Bevevamo acqua di rubinetto[3] e i bisogni li facevamo a turno, per non abbandonare il videogioco. Avremmo potuto vivere così per sempre (e non ci sarebbe nemmeno dispiaciuto). Purtroppo, come accade in tutte le favole, arrivò il mostro. Fulippu, infatti, aveva dimenticato di pagare le bollette della luce, e aveva dimenticato anche di ritirare la posta che era piena di solleciti di pagamento; al quinto giorno di ritiro dalla vita sociale, mentre stavamo iniziando una nuova partita, ovvero il novemilasettecentoquarantunesimo giro (al volante di una bellissima monoposto c’era Dante), l’emissione di corrente elettrica fu bloccata. Oltre le parolacce, aprimmo bocca per chiederci cosa fare; innanzitutto rescindemmo il contratto con il pizzaiolo, poi spaccammo qualche sedia (per scaricare la rabbia), poi ancora decidemmo di andare al Ballarò per un aperitivo a base di panelle e “Bomba[4]”. E così fu. Come sempre, a Ballarò, ci sedemmo sulle casse di birra vuote, per rilassarci e per permettere al tempo di non infastidirci. La gente ci apparve parecchio agitata, ma non ne capivamo il motivo. Passata circa un’ora, scendemmo alla Vucciria per verificare se tale agitazione fosse presente anche lì. Era presente. Incontrai il mio vecchio amico di Bologna e biologo molecolare Piripino Senzadita, con il quale qualche anno fa visitai Monreale per uno studio sulla posizione dei monumenti rispetto il sistema astrale. Correndo verso di noi, disse con gli occhi di una donna innamorata: «Avete saputo? Il governo è caduto! È caduto, come cadono le foglie, perché arriva l’autunno. È caduto… e non è stata la gente, democraticamente, a farlo cadere». Era caduto davvero. Pochi giorni dopo assistemmo a una sorta di confutazione del principio di non contraddizione: il presidente di una università (privata) al governo di uno Stato che odia l’università (libera). C’è da dire, tuttavia, che anche dalle più stridenti contraddizioni possono fiorire logiche inizialmente incomprensibili. “Dunque”, pensò Dante, “stiamo a vedere e, nel caso, mettiamoci in testa che è nostro dovere partecipare alla democrazia… nonostante sia arduo parlare di partecipazione: la gente, in questo periodo storico, è al pascolo, privata della creatività critica”. Ha ragione: senza creatività critica, non è possibile democrazia; e senza democrazia, è troppo facile l’inganno. Ma Dante non era monarchico? Qui ci vuole una poesia:

[…] E forse il mio cercare e il mio agitarmi
non mi dovrebbero immalinconire?
Forse il significato dell’esistere
sta nel cercare il suo significato[5]? […].
Prova di dialogo numero tre.
Un uomo e una donna.
Uomo: Secondo te un’ipotesi, per esempio la mia ipotesi, cioè il collegamento tra la lavanda e l’allergia, è sicuramente errata solo perché sostieni che dovrei starnutire di notte?
Donna: Se la crema non fosse alla lavanda, la tua ipotesi avrebbe alcune possibilità. Siccome è alla lavanda…
U: Siccome lo è, la mia ipotesi è errata. E se, invece, non mi andrebbe di starnutire di notte?
D: Ma smettila! Le possibilità sono due: o hai un’allergia alla lavanda, oppure non ce l’hai. E tu non ce l’hai, perché la lavanda… l’hai ingerita.
U: Ah… questo non lo avevo capito.
D: Tu non capisci mai niente.
U: Falso. Una cosa l’ho capita: la crema è insapore.
Dario Orphée


[1] Chissà perché presenti alla manifestazione, chissà perché non espulsi immediatamente.
[2] Cfr. la lettera VII. Ma vi sono dubbi sull’attendibilità.
[3] Per quelli del nord, bere acqua di rubinetto è normalissimo. In alcune parti del sud, tranne per le città e i paesini delle montagne, bere acqua di rubinetto è anormale, come l’acqua distribuita.
[4] Bevanda dolciastra la cui ricetta è -più e meno- segreta. La gradazione alcolica rispetta fedelmente il suo nome.
[5] E. Evtušenko, “Poesie 1952-1973”, Garzanti 1982. Pag. 60.