Le Primavere di Vesna, Ida Verrei: morte e rinascita di una poco più che donna



Le primavere di Vesna
di Ida Verrei
Edizioni Croce, 2011

pp. 189
€ 15.00
[…] La donna si appoggiò allo schienale del sedile, sistemò la gonna sulle ginocchia, le palpebre si abbassarono, i lineamenti si distesero, si abbandonò al torpore che pian piano l’avvolgeva. Tutto era già stato. Tra i ricordi, tra le memorie di una vita, per tutti, c’è un motivo ricorrente che ne segna e  scandisce le stagioni più significative. Un’immagine, un rumore, un profumo, una vaga sensazione di déjà vu. La percezione di un mutamento che sta per segnare la tua esistenza, o di un ineluttabile ritorno al passato. Per Liana era il rumore del treno. Un treno che transita, un treno che parte, un treno che arriva o che squarcia il silenzio con il suo urlo metallico e canta col frastuono ritmico dello sferragliare. Il treno, sempre presente: odori, suoni, rumori, impressi nell’anima e nella mente

Lei è Vesna, una ragazza solare, brillante, un po’ capricciosa, certo, ma di animo nobile. Il padre e il fratello sono partigiani, combattono il Fascismo fino alla fine; non hanno paura, sfidano il pericolo, rischiano grosso, ma restano lì, più forti di prima, lontani e, al tempo stesso, vicini alla famiglia: la Storia – si sa – unisce e divide, ma non per sempre. La madre, brontolona, sì, ma tanto amorevole, si prende cura della casa e della figlia: non le accarezza le guance, né è abituata a stringerla forte a sé; la mamma, che poi è uno tra i personaggi più riusciti delle Primavere di Vesna, le accarezza il cuore: è lì con lei, quando tutto va a rotoli; è lì con lei, quando è costretta ad abbandonare il suo piccolo paesino. La madre, come il papà e il fratello, resta lì, non più forte di prima, perché le mamme – si sa – ‘nascono’ forti. 

La famiglia di Vesna, che con la bellezza del suo soprannome nasconde i timori, le paure e l’ingenuità di Liana, è questa: unita nel bene e nel male, fino alla fine, in un ‘per sempre’ che regala a tutto l’intreccio narrativo ‘qualcosa di più’; non lo rende una semplice successione di eventi, raccontati solo e soltanto per fare compagnia al lettore: le primavere di Vesna si intrecciano, si sovrappongono e susseguono senza sosta, dal 1937 al 1964, portando con sé ansia, dolore e disperazione; felicità, tenerezza e grandi sorprese, ma un solo e grande messaggio: in un modo o nell’altro, forse con un po’ di ritardo, forse in modo un po’ troppo affrettato, Vesna ce la fa, mette un punto e va a capo, ricomincia a vivere, anche quando tutto sembrava ormai finito.


È l’amore per se stessi il motore di tutto il romanzo di Ida Verrei; o meglio, l’amore per la vita, la voglia di andare avanti e di riscattarsi, anche quando è tuo marito, un ex-ufficiale dalle “pupille color nocciola”, a renderti la vita un inferno, a distruggerti la famiglia, a portarti via le figlie, impedendoti di continuare a vivere un sogno che, qualche anno prima, molti anni prima, non avresti mai e poi mai messo in discussione: Giovanni, il primo amore di Liana, non è più lo stesso; scappa dal matrimonio così come fuggì un tempo dai suoi ideali fascisti; perde l’amore di sua moglie e si rifugia in diversivi che non faranno altro che portarlo sempre più in basso. Giovanni cambia, e con lui anche Vesna, che, però, rinasce. Per l’ennesima bellissima volta.


Le Vesnas - scrive la Verrei - sono figure fantastiche legate alla giovinezza e alla primavera. Sono donne belle e sapienti, che vivono in splendidi palazzi in cima alle montagne. Un incantesimo permette loro di uscire e raggiungere la valle solo in un certo periodo dell’anno. Il loro arrivo porta la primavera

Prima di portare la primavera, di viverla, Liana sperimenta tutte le altre stagioni: conosce la gioia e la vivacità dei colori dell’estate; l’inconsistenza dell’autunno e il gelo dell’inverno, quando dentro l’animo, e non fuori casa, grandina:  le grandi donne – si sa – devono per forza avere i loro scheletri nell’armadio. Non importa che Liana abbia salvato Giovanni dalla furia fascista e dalla fine del Ventennio, né che abbia sempre cercato di conservare e difendere a spada tratta la sua verginità; deve esserci per forza qualcosa che stride, e non è il romanzo a insegnarcelo, ma la vita. Ecco che allora si lascia andare alla passione in una giornata uggiosa che, poi maledetta a lungo, la avvolge in un calore infinito:


Non sapeva bene se quello che le stava succedendo fosse reale oppure un sogno. Fu lei per prima ad accostare la bocca a quella di lui. Poi gli strinse forte le braccia attorno al corpo. […] Restarono qualche minuto così, con i respiri che si confondevano, con i corpi avvinghiati che si percepivano in ogni fibra, in un languore che invadeva reni e visceri. Sentì una mano sollevarle la gonna, e poi salire su, percorrerle le gambe, oltre le calze pesanti, sulla pelle nuda, verso il ventre, spostando delicatamente le mutandine. Desiderò che quella mano non si allontanasse ma continuasse ad avanzare, fin dove ormai era lava incandescente. L’insostenibile piacere che le davano quelle dita roventi la fecero gemere, ebbe un lungo brivido, e si aprì, perché lui la trovasse. […] Armeggiò qualche secondo con i pantaloni, poi le sfilò le mutandine, le allargò piano le cosce e le fu dentro. Un dolore acuto, un urlo soffocato e poi fu solo un vortice bruciante


Ecco che conosce un uomo, un altro uomo, che forse si è meritata: ha perso il controllo di se stessa; ha creduto che avrebbe potuto risolversi buttandosi a capofitto in un ‘diversivo’ che, seppur differente nella forma da quello di Giovanni, non lo è nella sostanza: si regala una illusione, e con essa tutte le sue conseguenze; ama farlo (ma non troppo). E allora di Vesna non resterà che l’ombra, il lontano ricordo di una donna che fu. Ma che tornerà.


Le Primavere di Vesna è proprio questo: non solo un viaggio nei ricordi, ma anche, e soprattutto, un viaggio nell’animo di una ragazzina divenuta poco più che donna, che affronta il mondo di petto, piange per i suoi sbagli e implora il perdono di Dio, inciampa, cade; poi, però, guarda avanti, un po’ nostalgica, ma non importa: il futuro la aspetta e lei non si sottrae. 


Ida Verrei è stata abile nel dipingere il ritratto di una storia di sempre, quella del cuore e dei moti dell’animo, con tinte e colori che appartengono solo a lei: scarseggiano le sequenze riflessive, primeggiano quelle narrative e descrittive in modo armonioso, senza mai stridere; tra battute, regionalismi e coloriture mai inopportune, i dialoghi catapultano il lettore in un mondo fatto di rinunce, sacrifici e scoperte, per un dipinto che è molto più di un semplice quadro. 

Michele Rainone