Patrizia Poli, Signora dei filtri

Signora dei filtri
di Patrizia Poli
Ilmiolibro.it, 2009

La vicenda di Medea, di Giasone, di Orfeo, degli Argonauti, dell’oro di Eeta, della Grecia arcaica: questo il materiale narrativo con cui si confronta il romanzo di Patrizia Poli. Ho scritto vicenda e non mito perché la storia narrata, i personaggi e gli ambienti sono ricostruiti a partire dal basso, dalla quotidianità, e risultano così plausibili, così vicini al comune sentire, vivere, gioire e soffrire da perdere ogni solennità mitica. E anche il soprannaturale che il mito tramanda è ridotto al senso comune, alle possibilità insite nella razionalizzazione del mito stesso, in un percorso inverso a quello dell’immaginazione mitologica. Patrizia Poli riesce nell’impresa di ri-umanizzazione del mito senza però la spocchia del razionalista, senza l’ironia o la supponenza del materialista, rispettandolo e riportandolo ad un naturalismo di stampo lucreziano, tutt’altro che arido. Solo per fare un esempio: il soprannaturale del passaggio nel regno dei morti di Orfeo e della definitiva perdita di Euridice è derubricato a sogno dello stesso Orfeo, il che però non vuol dire che il suo dolore, il senso di un vuoto incolmabile non siano reali e non abbiano conseguenze concrete nell’animo del personaggio.
Sul piano dell’espressione, la cifra stilistica del romanzo è l’equilibrio: equilibrio linguistico – si tratta di una lingua piana, precisa, non ricercata, senza fronzoli; equilibrio compositivo – la linearità cronologica e la puntuale determinazione spaziale non sono mai abbandonate, se non nel brevissimo (e bellissimo) prologo; equilibrio retorico – le figure non sono ingombranti, non assorbono nell’immagine o nel gioco di parole il significato, non rubano l’attenzione del lettore; equilibrio sintattico – la frase di Patrizia Poli non è deliberatamente paratattica (secondo il riprovevole costume attuale che fa della semplicità manierata il dito dietro cui nascondere il vuoto di contenuti) né raffinatamente ipotattica, non affida, cioè, ai meandri del pensiero o dell’analisi il contenuto da comunicare, è, bensì, una frase semplice che descrive dall’esterno, come occhio-che-guarda; equilibrio diegetico – la narrazione si sviluppa alternando la voce del narratore onnisciente, i dialoghi, l’indiretto libero dei personaggi e il diario di Orfeo, assicurando in questo modo anche la varietà di toni e di punti di vista, ovvero quella coralità che è una delle proprietà letterarie più peculiari dell’autrice. Ed è proprio nel contrasto tra l’equilibrio espressivo e la materia narrata, quant’altre mai frutto del disequilibrio, dell’eccesso, della follia, a segnare la riuscita letteraria del romanzo.
Da un lato, la materia narrata non deborda, non si fa grido inarticolato, non stravolge nell’enfasi o nella svenevolezza l’espressione, dall’altro, la stessa espressione, ammettendo increspature, effrazioni alla pura comunicazione, non cancella quanto d’incomunicabile, d’irrazionale e irriducibile la materia narrata comporta. Sotto l’equilibrio si avverte la profondità, l’abisso, la resa alle forze irrazionali, comunque in qualche modo operanti nell’agire dei personaggi (e di ognuno di noi). Si tratta d’increspature, di emersioni appena percettibili, sulle quali l’autrice non indugia, quasi di fenditure inappianabili che testimoniano lo sforzo, la tensione per trattenere contenuti psichici che metterebbero a repentaglio l’assunto comunicativo e narrativo. Nel prologo Medea, ormai bandita dal consorzio umano, sola in un’isola deserta, dice
“So quando la fame è in agguato dietro un cespuglio, e quando la preda smette di dibattersi, quasi un sollievo, e si arrende”. 
Quasi un sollievo… (al riguardo vorrei notare che anche qui, come nel Respiro del fiume – l’altro romanzo di Patrizia Poli che abbiamo recensito sul nostro sito -, è rappresentata una scena di suicidio dalle caratteristiche molto simili: il placido e imbelle scivolamento dal dolore, vivo e crudele e immeritato, alla morte) E ancora di Medea:
“Era la sua disgrazia, accorgersi di tutto, avvertire ogni vibrazione, intuire i pensieri della gente e l’ostilità che la circondava. Era sempre stato così, da quando ricordava, e ne aveva molto sofferto, senza mai farne parola con nessuno, per orgoglio, per non mostrare debolezza”. 
Come dire: l’eccesso di odio e d’amore, la follia dell’incantatrice, della Signora dei filtri (farmaci o veleni, non pozioni magiche) ha un’origine non dissimile da quella del diverso, dell’artista, di chi potrebbe diventare la Signora della scrittura. Insomma quell’equilibrio, quella scelta comunicativa e narrativa sono anche la trasfigurazione artistica – letteraria, nello specifico – delle forze che potrebbero squassarlo. È, alla fine, il consentimento alla scoperta della costante compresenza e di una comune origine dei contrari: chiaro e scuro, solarità e lunaticità, vita e morte.
Ah, dimenticavo. Signora dei filtri è un libro autopubblicato, ovvero poco più (non me ne voglia l’autrice) di un dattiloscritto affidato ai capricci ondivaghi della Rete. Io credo che meriti qualcosa di più: ad esempio un editore che dica al pubblico: “comprate e leggete questo libro, ne vale la pena, io stesso ci ho scommetto qualche soldino”.
Orsù, editori - piccoli, medi o grandi – date, o fate dare, un’”occhiata” a questo romanzo, chissà che…

Paolo Mantioni