CriticaLibera - Le prose della crisi

Le prose della crisi
di Dario Orphée 
 

Numero 1.
Una mattina, il mio redattore chiama al cellulare e mi fa: so che stavi dormendo, ma ti devi alzare dal letto, perché c’è da scrivere un articolo molto importante. Ascoltami bene, rincoglionito, e prendi carta e penna. Mi sono rimasti gli ultimi centesimi. Hai sentito della crisi economica, no? Bene. Devi scrivere venti righe su questa crisi di m****. Non scrivere nemmeno un rigo in più, perché non te lo pago. Pochi minuti dopo, telefona nuovamente e fa: hai finito di scrivere l’articolo? Strappalo. Venti righe sono troppe. Non abbiamo i soldi per comprare l’inchiostro e dobbiamo risparmiare. Scrivine dieci. E non scrivere nemmeno un rigo in più, perché non te lo pago. Strappo l’articolo, sto quasi per iniziare il nuovo, ma il redattore chiama ancora e fa: cinque righe, cinque! E se l’articolo non è sulla mia scrivania tra un minuto, non ti pago. Mi corico e cerco di riprendere sonno. Il telefono squilla. È il mio redattore, che fa: mi serve un rigo, un rigo! Adesso! Dimmi una frase! Mi sono rimasti gli ultimi centesimi. Ci penso un po’. Poi dico: non bastano venti righe per parlare di questa crisi di m****. E il redattore, dopo qualche attimo di silenzio, fa: meraviglioso! L’indomani, il mio articolo di un rigo viene sistemato in prima pagina, sotto un mosaico di pubblicità colorate che pare lo vogliano soffocare. Chiama il mio redattore, che fa: hai visto che bel articolo? Secco! Senza la pubblicità non avremmo potuto stampare il quotidiano, perché non abbiamo i soldi per comprare l’inchiostro e dobbiamo risparmiare. Per oggi, puoi anche andartene a f******. Non ti posso pagare.

Numero 2.
Le giornate passano tra un tè e i crolli della borsa. Il cielo alterna il suo silenzio con nuvoloni grigiastri. Non si scrive più di altro: crisi è l’unica parola che ascolto dal cuore della gente. Ieri, subito dopo il tramonto, ha soffiato un vento molto freddo. Potevano esserci diciannove, diciassette gradi. Eppure, si rabbrividiva. Se l’insegna della farmacia non si fosse fulminata a causa del temporale, avrei saputo con esattezza la temperatura. Eravamo seduti a un bar, all’aperto. S******* pescò dalla sua borsa un foulard bellissimo: anche se è di seta, va bene, disse, e lo annodò intorno al collo. Sbandierando un capo del foulard da una mano all’altra, arrivava alle mie narici il suo profumo. Le dissi che mi piaceva, ma lei rispose che ormai questa fragranza poteva rimanere un ricordo: utilizzerò le boccettine che regalano allegate alle riviste di moda, mormorò. Poi, mi mostrò un piccolo quaderno. Alle pagine, ella aveva attaccato con la colla dei ritagli di giornale. Durante il suo soggiorno a Parigi, si era preoccupata di raccogliere tutti gli articoli sui suicidi causati dalla crisi. Tranne la prima pagina, che riportava la sua firma, e l’ultima, in cui trovai una mia vecchia poesia chissà come finita su L*********, il quaderno era pieno di disperazione. Lo chiusi e lo tenni tra le mani. Le chiesi se le andasse di bere qualcosa, e lei rispose: sì, grazie, l’importante che sia caldo. Le giornate passano tra un tè e i crolli della borsa. Il cielo alterna il suo silenzio con nuvoloni grigiastri. Non si scrive più di altro: crisi è l’unica parola che ascolto dal cuore della gente.

Dario Orphée