Il metro estensibile di Ivana Tanzi

Il metro estensibile
di Ivana Tanzi
Puntoacapo editrice, 2010

€ 14.00

Il metro estensibile è una raccolta corposa, composta di oltre cento testi e tuttavia continua, priva di sezioni intermedie. Questa caratteristica potrebbe a prima vista suggerire una certa disorganicità nel progetto; ma in realtà è possibile trovare sottili rinvii fra una poesia e l’altra. Molte, ad esempio, alludono a una situazione di equilibrio precario, come quella in cui si parla di un rovo che, una volta agganciatosi all’abito, può solo fare danni, che lo si tiri o che lo si lasci (pag. 21). Il filo (a pag 16, pag 114) e con esso alcuni correlati riferibili alla delicatezza e alla fragilità (come la camicia da notte, o il velo – che in una poesia è addirittura enumerato in una serie di paralleli semantici, analogici e onomatopeici, a p.108) sembra essere del resto una delle figure chiave del libro, quasi un’allegoria di levità. Quindi non ci troviamo affatto di fronte a un libro frammentario: i rimandi e la strutturazione complessiva esistono, e sono molto forti.
Altro elemento di coesione è la presenza di un particolare erbario e di un altrettanto particolare bestiario, che insieme forniscono la cifra di libro autunnale, crepuscolare in tutti i sensi. Troviamo una gazzella come immagine del femminile, locuste come figure di clochard, un merlo come eponimo e simbolo dei giorni invernali estremi. La vegetazione allude quasi sempre alla stagione morta, anche quando, come in 21 agosto (pag.32), o in Dopo Ferragosto (pag. 36) siamo ancora in estate; ma un’estate al tramonto, o di tramontana. C’è anche, sempre a proposito di autunno e di stagioni, un bellissimo trittico sul vento (pag. 94, 95 e 96) in cui l’ultima poesia, fra l’ironico e il misterioso, chiama il vento con l’insolito e dissacrante appellativo di “parrucchiere”. L’erbario non è mai lussureggiante: calle, peonie, betulle non sono colte in un’esagerazione cromatica o vitale. C’è una poesia apertamente ispirata alle foglie d’autunno (p. 121), ma pervasa da un’oggettività ironica, che rinnova il tema ormai adusato; un’altra, quasi alla Marianne Moore, fornisce addirittura la descrizione para-oggettiva di una composizione floreale. «Convivono da tre mesi in un vaso/ un pigro potus/ e un’altezzosa calandola. In un latro/ una zamioculcas spavalda/ per ora si contiene nelle misure/ di un’aspidistra severa/ e un po’ sciatta.» (pag. 10). Uno dei luoghi topici del libro, del resto, è proprio Venezia, figura della malinconia. Tutti questi elementi da “giardino d’inverno” fanno certamente propendere nella Tanzi per una poesia di matrice simbolistico - crepuscolare, tanto più che l’autrice non innalza a simboli i suoi “correlati oggettivi”: piuttosto li coglie nella loro frantumazione, non senza un certo distacco fra il malinconico e l’ironico. Un riferimento ottocentesco fra i più diretti è Pascoli, di cui manca però il senso angoscioso dell’ineffabile; nel Novecento italiano, più ancora che un Gozzano, viene in mente il Palazzeschi di Cavalli bianchi, ma con una giocosità meno esagerata. In ambito europeo si può pensare anche a Maeterlink, quello di Serre calde (penso, per quanto riguarda il bestiario di quest’ ultimo, ai pavoni); di cui manca però nella Tanzi l’atmosfera apertamente e decisamente surreale, l’effetto allucinato, e anche il gusto un po’ parnassiano per la locuzione preziosa. Oppure Laforgue, di cui Tanzi però non rileva il gusto per la lamentazione aperta, diretta, poematica. Sullo sfondo si intravedono i classici, soprattutto Orazio e Catullo.

Prevale nella Tanzi il gusto per l’elencazione e, a volte, per l’epigramma: sono fra le sue poesie più riuscite quelle brevi, a metà fra l’aforisma e il presagio pensoso ( Sine sole sileo, pag. 24; Il rovo, pag. 21; Il detto, pag. 11; Quando tutto è perduto, pag. 117); Monade, pag. 62; Soli, pag. 92; Doni e festeggiamenti, pag. 73; Il viaggio, pag. 71). E’ significativo che, proprio come nell’aforisma, spesso la riflessione gnomica sia scatenata dal pretesto iniziale di un gioco di parole (come in Soli, pag. 92). C’è poi anche un’anima “civile”, che nel libro rimane sullo sfondo: Millenovecentosessantuno (pag. 16), Alla fine dei tempi (pag. 37), Volontariato (pag. 54) e altre.

Credo che il pregio di questa poesia risieda proprio nella sospensione fra magia e ironia, dove i toni non sono mai né troppo abbassati né troppo elevati e, a volte, sfiorano l’intenzionale ambiguità, con effetti decisamente originali. Lo stesso testo eponimo è un componimento autoironico, che però dice cose abbastanza serie sull’amore. 
«Si dice, o si canta, che sia/ l’amore una catena. Il mio/ preferisco paragonarlo/ a un moderno guinzaglio/ o a un metro estensibile: una molla mantiene/ gradevolmente teso e richiama/ a sé il nastro che si sia allungato/ a misurare il perimetro dell’universo/ o dell’isolato.» (p. 69). 
Un’indicazione per comprendere tale particolare misura si trova forse nell’ultima poesia, Della soglia, dove la poetessa stessa ci dice che il suo percorso è frutto di un equilibrio difficile fra tensione all’alterità, alla trascendenza, e desiderio di fedeltà alla terra. La raccolta ci dice che l’equilibrio poetico raggiunto da Ivana Tanzi è maturo e che il “vizio di scrivere”, come quell’edera che sempre ricresce (pag.52, Il vizio di scrivere), continua ad essere testimoniato anche nella difficoltà di scrivere poesia oggi: cioè in mezzo alla chiacchiera, al tutto già detto, all’indifferenza dei tempi. 

Alessandra Paganardi