Rapsodia su un solo tema: liberi di essere

Rapsodia su un solo tema - Colloqui con Rafail Dvoinikov
di Claudio Morandini

San Cesario di Lecce, Piero Manni s.r.l.
pp. 268


Emerge dall’ombra del corridoio lento e curvo, più basso di quanto me lo immaginassi. Subito mi ricorda un Edipo cieco accanto alla figlia, o un Tiresia” – Rafail Dvoinikov sorprende: Claudio Morandini, autore di questa Rapsodia, ne fa un ritratto a tutto tondo, dinanzi al quale crollano tutti gli altri personaggi, Ethan Prescott compreso. La sua vita privata non conquista, si avverte l’esigenza di andare avanti, di correre furiosamente verso gli “incontri con Dvoinikov”, di assaporare i suoi consigli, di ascoltare le sue storie. È come se tutti i personaggi gli facessero da spalla: Polina vorrebbe catturare il lettore con il suo sfrenato desiderio di possedere un omosessuale; Ethan vorrebbe essere al centro dell’attenzione per via della sua liaison amorosa con Carl; tutti i protagonisti, insomma, vorrebbero, ma non riescono: restano schiacciati dall’interesse che un dimenticato come Rafail Dvoinikov desta con i suoi ricordi pieni di musica e passione (il binomio non manca mai all’appello).

D’altra parte, è proprio l’autore ad aver battezzato queste duecento pagine abbondanti col nome di Rapsodia su un solo tema – Colloqui con Rafail Dvoinikov. Sin dall’inizio si avverte questa presenza funerea nell’aspetto ma non nello spirito. Il compositore non deve dar conto a nessuno di ciò che dice e confessa, non si preoccupa più di scrivere: davanti a sé ha soltanto la strada, già battuta, dell’anzianità. È una sorta di riscatto dagli anni del regime russo, dalle costrizioni di Vladimir Galavamov, dai suoi dettami, dalle sue assurde considerazioni.

C’è un macro-colloquio in tutta l’opera, a fronte del quale i micro-dibattiti vengono meno, o meglio, si fondono: un colloquio che è presentato come il racconto di “musicisti che parlano di altri musicisti che raccontano di altri musicisti che immaginano la vita di altri musicisti ancora”. La poca dimestichezza col settore non deve far indietreggiare i più curiosi: la semplicità dello stile e degli intrecci è funzionale a questo grande dibattito, in cui ogni musicista ha una parte ben precisa e non meno importante dei suoi colleghi. Tutto è musica, insomma: anche il rapporto tra Carl ed Ethan, lo pseudo protagonista che compie una serie di viaggi in Russia per incontrare l’eterno compositore.

La parola viaggio, tra l’altro, occupa un posto di primo piano: chi ha avuto la fortuna di entrare nei fantastici mondi di Gulliver non potrà fare a meno di ricordarli, o meglio, di collegare l’esperienza del medico a quella di Joseph Mathias Mayer, autore del Viaggio Musicale nel Secolo Ventesimo. Il lettore entra in un mondo diverso, si distacca dagli intrecci amorosi e dalla vita privata di Ethan, mette da parte i racconti di Rafail Dvoinikov, per fare un tuffo nella musica del Novecento, osservata da un compositore di qualche secolo prima. È come vedere Gulliver alle prese con i lillipuziani, con i cavalli saggi, con quelle strane realtà così diverse dalla sua, così condannabili (e condannate). Che Ethan abbia voluto raggiungere lo stesso obiettivo, non è certo; che l’incontro tra due mondi diversi, attraverso gli occhi di un classicista, sia affascinante, sì. Sono ben dieci le lettere che compongono il viaggio, non sono sufficienti, e non per demerito dell’autore. Il lettore potrebbe stare ore e ore ad assistere alle strane vicissitudini di Joseph, questo non lo stancherebbe: ecco perché una ventina di pagine, le dieci lettere, non bastano, anche se il messaggio è stato lanciato, le allusioni sono state colte, tutto è stato recepito.

Sono tre mondi, quelli che si intrecciano: quello del presente – Ethan, Carl, Claire, Polina – quello del passato – i racconti di Dvoinikov – quello del futuro, ossia il tuffo di Joseph nel Novecento. Tre mondi, tre cori, un unico obiettivo: quello di porgere al lettore una serie di volti del mondo della musica che appassionano, e non solo per la sfortuna che si abbatte sulle loro vite. Il lettore si appassiona perché è testimone di questo grande colloquio, è osservatore di questi volti, corre persino il rischio di affezionarsi a qualcuno.

C’è musica, ma non solo: tutto un secolo rivive nelle sue ombre, nei suoi protagonisti più spregevoli, nei suoi momenti più difficili, nei suoi finali più inaspettati, come quello di questa Rapsodia. C’è libertà. D’altra parte, l’autore lo fa presente sin da subito: “[…] Si può rimanere liberi, come artisti e come uomini, anche sottostando alle direttive di un potere oppressivo”.

Michele Rainone