Il castello errante di Howl: ironia e maledizioni

Il castello errante di Howl
(tit. originale Howl's Moving Castle, 1986)
di Diana Winne Jones

Kappa Edizioni, 2007
trad. D. Ventura

Mi sono accostata alla lettura del Castello Errante di Howl dopo aver visto l'omonimo anime tratto da questo romanzo (2004), per la regia di Hayao Miyazaki, autore del primo anime a ricevere un premio Oscar (La città incantata, 2001, Oscar nel 2003) e Leone d'Oro alla carriera 2005.

Capita sempre più spesso: scoprire un romanzo (meglio se di nicchia) perché si è rimasti affascinati dalla riduzione cinematografica. Da una lettura, insomma, all'altra. Da un linguaggio (quello del cinema, in cui il segno è immagine e il tempo di lettura empiricamente concluso in una "durata") a un altro (quello della pagina stampata, in cui è il lettore a creare l'immagine, e a vivere un tempo più elastico). Diventare lettori dopo essere stati spettatori è una vera sfida (secondo me molto più insidiosa dell'opposto passaggio "da lettore a spettatore"). Pensiamo alla cosa più semplice: conosciamo già il soggetto, in linee generali; i personaggi hanno già dei volti, dai quali dovremo più o meno emanciparci.

Se avete visto Il Catello Errante di Howl, amato in quello l'apologia della pace, la prorompente bellezza dei paesaggi e un certo romanticismo effuso con delicatezza, e volete leggere il libro di Diana Wynne Jones, preparatevi a un'esperienza diversa. Hayao Miyazaki, infatti, ha operato modifiche fondamentali al testo: per usare una metafora, ha preso la ricca materia del romanzo e vi ha tinteggiato sopra secondo la propria visione del mondo. Ha reso più lirico l'apparato di segni, semplificandolo al tempo stesso. Howl's moving castle (1986) non è infatti, di certo, un'elegia, ma una intelligente commedia fantasy, intessuta di humour saggio e gustoso. Il doppio statuto di questo romanzo è chiaro sin dall'incipit, in cui il retroterra magico offre soltanto delle coordinate di partenza per le lagnanze della protagonista:
In the land of Ingary, where such things as seven-league boots and cloaks of invisibility really exist, it is quite a misfortune to be born the eldest of three. Everyone knows you are the one who will fail first, and worst, if the three of you set out to seek your fortunes.
(Nella terra di Ingary, dove realmente esistono cose come stivali delle sette leghe e mantelli che rendono invisibili, essere il primogenito di tre fratelli è considerata una sfortuna piuttosto grossa. Colui che nasce per primo, infatti, è anche quello destinato a sbagliare per primo; e sarà ancora peggio se sarà l'ultimo ad andarsene di casa in cerca di fortuna.)

Sophie Hatter, nomen omen, lavora nella cappelleria che il padre le ha lasciato in eredità; non è «nemmeno figlia di un povero taglialegna, cosa questa che le avrebbe dato una qualche possibilità di successo» (sono figli di taglialegna gran parte dei protagonisti di fiabe), ma una borghesuccia immersa nel proprio lavoro con l'abitudine di parlare coi cappelli che prepara.

Come sempre (Propp docet), affinché la storia prenda il volo occorre che l'Eroe subisca un Danneggiamento, tale da indurlo alla Partenza che innescherà le sue avventure. Il Danneggiamento, in questo caso, è una maledizione della temibile Strega delle Lande (the Witch of Waste), che trasforma Sophie in una vecchia novantenne, con una clausola importante: non potrà parlare ad alcuno del sortilegio di cui è vittima. Ma, attenzione, occorre sempre andare oltre l'algebra del formalismo russo: in questo caso, è bene sottolineare che la maledizione non rappresenta altro che l'esplicitazione fisica di uno stato psicologico antecedente: Sophie si sente già, dentro di sé, vecchia, afflitta dalle responsabilità della primogenitura. Ecco i pensieri della giovane Sophie, prima della maledizione:
That night, as she sewed, Sophie admitted to herself that her life was rather dull. Instead of talking to the hats, she tried each one on as she finished it and looked in the mirror. This was a mistake. The staid gray dress did not suit Sophie, particularly when her eyes were red-rimmed with sewing, and, since her hair was a reddish straw color, neither did caterpillar-green nor pink. The one with the mushroom pleats simply made her look dreary. "Like an old maid!" said Sophie.
(Quella notte, mentre cuciva, Sophie ammise a se stessa che la sua vita era veramente triste e monotona. Invece di parlare ai cappelli, man mano che li finiva cominciò a provarli e a guardarsi nello specchio. Ma fu un errore. Il serio vestito grigio che indossava non le donava per nulla, soprattutto ora che aveva gli occhi cerchiati di rosso dal troppo cucire e non le stavano bene né le pagliette verdi, né le cuffiette rosa, visto che i suoi capelli erano del colore rossiccio dorato della paglia; la cuffia color fungo, poi, la faceva sembrare ancora più depressa.
- Sembro proprio una vecchia domestica - disse all'immagine riflessa nello specchio.)
-
La manifestazione magica di questa vecchiaia interiore, paradossalmente, libera Sophie. Non si capisce la logica interna di questo personaggio se non si chiarisce quest'antinomia. La vecchia Sophie riesce a fare tutto quello che la giovane Sophie non aveva il coraggio di fare: dare voce alla propria intraprendenza, andar via di casa e in cerca di fortuna.

Il vagabondaggio di Sophie, in realtà, dura ben poco, perché trova rifugio nel castello errante che dà il nome al romanzo. Qui incontriamo un antieroe per eccellenza, che irride a stirpi millenarie di stregoni dediti al serio esercizio dei loro poteri. Nome? Al secolo, Howell Jenkins (per lo meno nella sua terra natale, quel Galles in cui ha conseguito un dottorato con una tesi su incantesimi e sortilegi): per altri, Jenkins lo Stregone, il Mago Pendragon, l'Orribile Howl. Lo stregone di questa storia ama passare ore in bagno, esplode in una crisi isterica quando Sophie scombina le pozioni che usa per tingersi i capelli, e passa le sue giornate corteggiando ragazze, che attirano il suo interesse finché non s'innamorano di lui. Tra le altre cose, fugge dalla Strega delle Lande e da una maledizione. Myiazaki, nell'adattamento cinematografico, riduce questa componente da latin lover e ne inserisce una eroicizzante, trasformando Howl in un pacifista attivo (che in forma di uccello, in un teatro da guerra totale distrugge bombardieri e demoni). Tutto questo, nell'originale, è assente: nel Castello, un raffreddore di Howl ha, letterariamente, più peso della lotta contro la Strega delle Lande (che la Jones risolve, nei diversi punti, piuttosto velocemente).

Non è difficile intuire la portata ironica di questo ritratto. Sophie si trova a interagire col mondo di Howl, riesce a capovolgerlo: autoproclamandosi donna delle pulizie del castello, lo investe come potenza ordinatrice. Calcifer, demone del fuoco legato a Howl da un misterioso patto, protesta col suo padrone dopo essere stato utilizzato come fiammella da cucina: «Mi ha tiranneggiato!» («She bullied me!»). Il demone riconosce subito la donna come l'unica capace di domarlo: è proprio questa, in fin dei conti, la verità che permetterà di risolvere il groviglio di maledizioni che pende sui personaggi.


Howl's Moving Castle, come i migliori fantasy, offre chiavi di lettura interessanti anche al lettore adulto. È, prima di tutto, un libro di sottile ironia che sfida i cliché del genere fantasy; è, al contempo, un libro intessuto di maledizioni, ognuna delle quali è un simbolo di una pregressa schiavitù. Anche Howl, infatti, è a suo modo uno schiavo: anche lui ha subito un Danneggiamento, perché è ha perduto qualcosa di molto importante, e la Jones ci fa intuire che proprio questo, in fondo, gli impedisce di essere un uomo migliore. 

Diana Wynne Jones ha frequentato, a Oxford, lezioni di Tolkien e Lewis, e ha continuamente presenti modelli letterari inglesi come Shakespeare (Howl ridacchia tra sé e sé che «c'è qualcosa di marcio in Danimarca») e Donne (la maledizione che insegue il mago altro non è che la citazione quasi letterale del componimento  Song, che verrà ripresa con lo stesso intento da Neil Gaiman nel più recente Stardust, 1999). Con una lingua leggera, a volte un po' troppo rapida nei passaggi logici, l'autrice ha creato una storia originale, in cui il quotidiano è magico e il magico è quotidiano. Scansando con sorridente disinvoltura il rischio di cadere nel sentimentalismo, Diana Wynne Jones afferma saggiamente: un uomo può recuperare il proprio cuore così una donna può recuperare la propria autonomia; e il vero happy ending è una sfida alla ricerca della felicità, non la felicità in sé.

L. Ingallinella