The bastard of Istanbul


The bastard of Istanbul
- Elif Shafak -

Nel lasso di tempo tra l’edizione turca e quella inglese del suo romanzo, Elif Shafak, è stata messa sotto processo per aver infranto l’articolo 301 del codice penale turco e per aver denigrato, secondo le autorità, “l’essenza della sua nazionalità”. L’ autrice, che in realtà non ha mai oltraggiato la mezzaluna bianca in campo rosso, ha rischiato tre anni di prigione nel tentativo di portare avanti caparbiamente una serie di interviste a famiglie turche ed armene. Ha viaggiato instancabilmente tra Arizona, New York ed Istanbul al fine di tratteggiare, per scorci ed allusioni, la diaspora armena che seguì la fondazione della repubblica islamica nella Turchia dei primi decenni del XX secolo con le conseguenti epurazioni della minoranza cattolica.
La storia ruota attorno all’amicizia tra due ragazze costrette a vivere a cavallo tra un mondo islamico che si apre all’Occidente ( nel caso di Asya che vive ad Istanbul) ed un’ America che in certi angoli mantiene le prerogative, i sapori, gli odori, le tradizioni di un Oriente costretto all’esilio ( la vicenda di Armanoush e della sua famiglia). Eppure il loro legame non è che un pretesto per parlare di identità, censura, coesistenza di culture in un mondo essenzialmente pluralista che cerca le sue origini e che pure non vuole sentirsi vincolato, confinato entro gli orizzonti angusti di un’unica patria e di cui diventa emblema il tatuaggio di cui parla la ribelle Zeliha: un albero capovolto con le radici piantate nel cielo…
Le prospettive sono molteplici ma prevalentemente femminili: spesso gli uomini sono marchiati da destini infami, rivestono ruoli marginali o vengono messi a tacere… altre volte le loro figure prendono forma proprio perché collocate accanto ad una donna.
L’ironia pervade il romanzo sconfinando in sarcasmo nei momenti di maggiore tensione nello sforzo di recuperare uno sguardo distaccato in una città con tante contraddizioni quanti sono gli aromi che la attraversano… Proprio le spezie ed i frutti del bazar titolano i singoli capitoli ed assumono nell’ economia del racconto una funzione determinante e fatale che finisce per lasciare di stucco il lettore. Così cannella, vaniglia, pistacchi, mandorle, semi di melograno e scorze d’ arancia diventano i correlativi oggettivi di ricordi, profezie, leggende che si aggrovigliano inestricabilmente in continui slittamenti spazio- temporali… E’ una scrittura varia che passa dal lirismo di certe aurore sul corno d’oro, all’ intima familiarità dei dialoghi, dalla sentenziosità dei manifesti nichilisti di Asya alla colloquialità della chat virtuale o dalla pragmaticità di semplici, eppure invariabilmente infrante, regole della prudenza all’ aura remota che avvolge i racconti delle generazioni passate, generazioni che hanno vissuto la violenza su di sé ed il cui ricordo sembra impedire il perdono… almeno finchè la denuncia non sfocia nella morale di una favola per bambini: “Once there was; once there wasn’t. God’s creatures were as plentiful as grains and talking too much was a sin.”

Esposto Ultimo Eva Maria