venerdì 1 dicembre 2017

#CriticaNera - Amare Nestor Burma: Delitto al luna-park di Léo Malet

Delitto al luna-park
di Léo Malet
Fazi Editore, 2017

[Titolo originale: Casse-pipe à la Nation]
Traduzione di Giuseppe Pallavicini

pp. 203
€ 15,00 (cartaceo)



Se ti chiami Nestor Burma e, oltre a essere di natura un tipo poco convenzionale, di mestiere fai "l'investigatore d'assalto", un semplice imprevisto, come ad esempio una segretaria che non si palesa tra i passeggeri di un treno proveniente da Cannes, potrebbe anche esserti fatale. Come minimo, significa rimanere coinvolti in una losca faccenda nella quale uno sconosciuto prova a farti la pelle buttandoti giù dalle montagne russe di un luna-park. Proprio così inizia, in medias res, la nuova avventura del protagonista creato dalla penna di Léo Malet, Delitto al luna-park, che la meritoria Fazi manda in libreria per la gioia dei molti aficiondos (tra i quali è certamente da annoverare il sottoscritto) del detective privato dalla battuta pronta e dalle botte in testa (la sua) ancora più facili. 

"Il caso degli errori", come lo definisce alla fine un personaggio secondario della storia, procede appunto per equivoci, scambi di persona, incroci si storie, incidenti più o meno fortuiti e tutto un ricco repertorio che farebbe invidia a un commediografo di vaudeville. Ma, come sempre accade nelle avventure di Burma, la trama, pur ben imbastita da Malet, sembra quasi ridursi a un pre-testo che delinea lo spazio d'azione e topografico (qui il XII arrondissement parigino) nel quale irrompe, come il famoso elefante nella cristalleria, la verve linguistica e corpacciuta del "detective anarchico più famoso di Francia" (parole e musica dell'aletta di copertina). Sì, perché al lettore, dopo essere arrivato tutto d'un fiato alla conclusione, molto agra e poco dolce come nella migliore tradizione del noir, rimangono addosso i modi schietti e le battute fulminee di Burma.

Manca poco, insomma, che il suddetto lettore non si trasformi in una di quelle caricature degli amanti del genere che lo stesso Malet tratteggia con divertita malignità proprio in un paio di occasioni in questo Delitto al luna-park. Così come memorabile rimane la boutade di Burma il quale, davanti alla flemma e ai lunghi tempi di deduzione di un ispettore di polizia, rimugina spazientito: "Deve essere lui quello che chiamano 'il Maigret di Bel Air'. Maledizione! Con un tipo così, ci vorrà ancora un bel po' di tempo". 

In effetti, al di là delle strategie di marketing editoriale, la distanza tra il commissario di Simenon e il personaggio di Malet non può essere più abissale. Tanto è sornione e pacato il primo, quanto è dinamico e quasi iperattivo il secondo. Astenendoci dal giudizio su chi sia il migliore tra i due (ma perché deve per forza esserci un migliore?), rimaniamo in fremente attesa della prossima avventura di Nestor Burma che molto difficilmente, ne siamo più che convinti, ci deluderà. 


Pietro Russo

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