venerdì 1 dicembre 2017

#PagineCritiche - La secolarizzazione: autonomia o invasione?

Paura reverenza terrore
di Carlo Ginzburg
Adelphi, 2015

pp. 213
40


La lettura di Carlo Ginzburg è una faticosa passeggiata di piacere. Non comprate perciò questo libro per curiosità, il prezzo peraltro non è esattamente un invito all’acquisto. Ma se lo farete e soprattutto se lo leggerete, l’arricchimento del vostro bagaglio culturale sarà garantito dalla manifesta superiorità dell’autore. Perché Carlo Ginzburg, il “professor Ginzburg” è tra i pochi, anzi pochissimi, in Italia che può permettersi di “professare” ovvero “dichiarare apertamente”. Mi pare inevitabile la pubblicazione di Adelphi di questi cinque saggi legati all’iconografia politica, in particolare ai concetti espressi nel titolo. A dimostrazione di che potente stimolo siano, nella seconda parte di questa mia modesta recensione intendo soffermarmi su un aspetto. Qualcosa che va controcorrente.

Prima dei saggi, significativamente definiti anche “esperimenti”, c’è comunque la prefazione in cui Ginzburg ricorda che con essi estende il concetto di Pathosformeln, formule di pathos, allo studio di immagini moderne viste come strumenti di potere. Immagini moderne che, tuttavia, presentano «radici antiche» e dunque sarà interessante capire come quelle radici siano state rielaborate. Pathosformeln è un concetto di Aby Warburg. Questo storico dell’arte, nel 1905, teorizzò il recupero, nel Rinascimento, di archetipi «della gesticolazione appassionata» tratti dall’antichità pagana. Ma la «gesticolazione appassionata» delle Pathosformeln è soggetta a una profonda ambivalenza. Un esempio? Una Maria Maddalena di Bertoldo di Giovanni che viene raffigurata con movenze di una baccante. Se non fosse che la Maddalena è dinanzi al Cristo crocifisso per cui il suo atteggiamento non sarà certo orgiastico ma di grande sofferenza: gesti simili ma significato rovesciato. Ginzburg chiama questo procedimento «inversione energetica».
Le Pathosformeln entrano subito in gioco nelle decorazioni di una coppa in argento dorato prodotta ad Anversa nel Cinquecento (primo saggio) che diventano funzionali a un messaggio politico adatto a chi voleva lavarsi la coscienza nonostante i massacri prodotti ai danni degli indios delle Americhe. Le formule artistiche che si ritrovano nella coppa, infatti, sono desunte dalla classicità, arrivarono ai contemporanei grazie a mediatori più prossimi e servirono a sublimare la ferocia della conquista spagnola. Con uno stratagemma felicissimo: non c’è un conquistadores tra tutte le figure, anzi queste sono ispirate da rappresentazioni di mondi mitologici tipici dell’antichità. È chiaro che la violenza viene così totalmente trasfigurata e fatti storici pericolosamente vicini, qualcuno potrebbe pur sempre prendere coscienza della loro reale portata, diventano innocui se scagliati lontano in una dimensione a-temporale.
Questa vaghezza, inaspettatamente, si può ritrovare perfino in “Guernica”, forse l’opera più conosciuta di Picasso (quinto saggio). È incredibile come questo quadro sia diventato un’icona dell’antifascismo senza che di fascisti ce ne sia traccia. Come gli spagnoli nella coppa. E cosa c’è allora in “Guernica”? Picasso confonde le acque con un talento istrionico fantastico: sì, ci sono esseri umani e animali legati dal filo della tragedia ma se a un certo punto l’artista dirà che il toro rappresenta la brutalità e il cavallo il popolo, pochi anni dopo cambierà versione: il toro è un toro e il cavallo un cavallo. La genesi dell’opera, d’altronde, documentata dalle fotografie scattate da Dora Maar, all’epoca amante dell’artista spagnolo, mostra profondi ripensamenti, in ossequio al principio picassiano per cui «un quadro è una somma di distruzioni».
Altrettanto moderna, novecentesca, è l’immagine del quarto saggio sul manifesto inglese del 1914 che ritraeva il generale Kitchener che esortava i giovani britannici a partire volontari per la Grande Guerra. Anche lo zio Sam che punta il dito dicendo I want you ne è un’imitazione. Una delle tante. «Anche un messaggio che sembrerebbe evidente e trasparente, come la propaganda, dev’essere decifrato» dice Ginzburg e la ricerca passa attraverso Plinio, Nicola Cusano, Hans Memling, Michelangelo, Caravaggio, George Orwell. Anche in un poster pensato per incitare all’arruolamento possiamo ritrovare «dispositivi visuali inventati dai pittori ellenistici».
E veniamo alla suggestione citata in premessa, che emerge dal secondo e terzo saggio, dedicati rispettivamente al “Leviatano” di Hobbes e al quadro di David “Marat all’ultimo respiro”. In questi due esperimenti, il ruolo centrale di terrore e venerazione viene affrontato con particolare sottigliezza: nel saggio dedicato a Hobbes, in particolare alla copertina del “Leviatano”, partendo dalla traduzione, compiuta dal filosofo inglese, di un passo de “La guerra del Peloponneso” di Tucidide, nel saggio dedicato al quadro di David richiamando «le interpretazioni che leggono in chiave politica l’intreccio di elementi classici e di elementi cristiani». Non entro a fondo di questi due saggi ma vado al concetto che mi preme e che riguarda la secolarizzazione, ovvero il processo di progressiva autonomia delle istituzioni politico-sociali e della vita culturale dal controllo e dall’influenza della religione e della chiesa. A questo punto, seguendo Ginzburg, sarebbe opportuno dire: presunta secolarizzazione.
È abbastanza comune ritenere Thomas Hobbes il padre della scienza politica moderna, il primo grande tentativo di sostituire alla concezione tradizionale aristotelico-tomistica nuove coordinate teoriche e la vera svolta del filone giusnaturalistico. Ora, se è vero che le leggi di natura sono svincolate dalla volontà divina e che lo Stato scaturisce dalla ragione degli individui con carattere funzionale piuttosto che universale-normativo, premessa secolarizzante, Ginzburg ci dice che la secolarizzazione non è un fatto divisivo tra la sfera civile e la sfera religiosa. Anzi, è necessario parlare di «invasione». E a entrare nel campo “avversario” è stato l’elemento “laico”. Ginzburg offre le prove: per Hobbes all’origine dello Stato c’è la paura, quella di ogni uomo di essere preda dei suoi simili, e il risultato finale di questo sentimento è la volontaria privazione del diritto di auto-governarsi a favore dello Stato-Leviatano. Verso cui si prova, riconoscenti, soggezione e reverenza. Lo Stato, per legittimarsi, ha bisogno dell’arma principale della religione, la paura per l’appunto, che tiene gli uomini in uno stato di soggezione ed è l’unico strumento per indirizzare le loro azioni al bene comune. Lo Stato moderno, in conclusione, non si oppone ma prende a prestito un qualcosa già presente nel campo della religione, invadendolo. Ecco spiegate, mutatis mutandis, le reazioni accalorate di quest’ultima. Riflettendo, in effetti, sul respiro che Hobbes dà al potere, viene in mente proprio l’aggettivo “assoluto”. Un qualcosa che si innalza sopra gli individui, che concentra tutti i loro poteri, direi perfino tutte le loro forze. Qualcosa di illimitato. Sembrano attributi di Dio.
Anche dall’esame del quadro di David e dallo studio del culto di Marat, Ginzburg trova conferma di questo affermato: «la Repubblica nata dall’abbattimento della monarchia di diritto divino cerca una legittimità supplementare invadendo la sfera del sacro». Per Robespierre non è vero che non esisteva un Dio assoluto, anzi era un devoto della Dea Ragione. Sostituiva, non cancellava. Invadeva con la politica un ambito preesistente, plasmato dal cristianesimo il quale, a sua volta, per affermarsi si era appropriato di contenuti e forme preesistenti. La storia senza radici ma come successione di mimesi.


Post scriptum: se la secolarizzazione è un’invasione, della politica nel terreno della religione, se a questa tesi abbiniamo quella di altri autori, cito Umberto Galimberti, per cui oggi c’è un processo diametralmente opposto, non è che l’idea di Ginzburg esce rafforzata? Se l’accusa dei laici, alla quale mi accodo, è che il cristianesimo si è fatto storia rinunciando totalmente a una dimensione sacra a favore di elaborazioni etiche riguardanti ciò che è bene e ciò che è male - Dio si è fatto uomo anche troppo entrando di prepotenza nella morale per condizionare ambiti che potrebbero essere risolti dalle leggi umane - non avrà agito così per reagire all’occupazione del proprio campo?

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