sabato 9 dicembre 2017

#CriticARTe - "Di Michelangelo sappiamo fin troppo, ma non tutto quello che vorremmo": la vita del Buonarroti raccontata da Giulio Busi

Michelangelo.
Mito e solitudine del Rinascimento
di Giulio Busi
Mondadori, 2017

pp. 422
25,00 € (cartaceo)



«Questo non è un libro di storia dell’arte. È la storia di una vita. Una vita che con l’arte s’interseca, la taglia come vetro». Con queste poche parole, tanto lapidarie quanto evocative dell’atmosfera delle molte pagine che verranno, Giulio Busi apre la prefazione al suo Michelangelo. Mito e solitudine del Rinascimento, l’ultima, voluminosa, biografia riguardante l’artista toscano appena edita da Mondadori. Tre giri di frase all’insegna della negazione, della riaffermazione e del compromesso, a suggerire che, proprio come l’uomo di cui si andrà a parlare, e a dispetto della letteratura prodotta nei secoli a suo proposito, la strada non sarà né diritta né in discesa; al contrario, sarà disseminata di bivi, sbarramenti, scorciatoie, false piste e vie di fuga. Queste Istruzioni per trovarlo, Michelangelo, avvertono il lettore che non solo si è ancora ben lungi dall’avere detto l’ultima parola sull’autore del Giudizio universale – nemmeno questo libro, del resto, ha intenzione di pronunciarle – ma anche che l’unica posizione dalla quale sarà possibile volgersi verso il maestro (e magari azzardare un dialogo) si confermerà quella più «scomoda, difficile, precaria». Una posa che non potrà che risentire della statura del biografato, e dunque essere, proprio per questo, insostenibile e desiderabile.

Professore ordinario alla Freie Universität di Berlino, presidente della Fondazione Palazzo Bondoni Pastorio, autore di numerosi studi e saggi e collaboratore delle pagine culturali del quotidiano “Il Sole - 24 ore”, con questo volume Giulio Busi (si e ci) concede un bis biografico dopo il successo dell’opera dedicata a Lorenzo de’ Medici (pubblicata sempre da Mondadori nel 2016). E, da ottimo  interprete qual è, lo fa senza sconti sul grado di difficoltà, sia per quanto riguarda il protagonista della trattazione – il Buonarroti in tutta la sua umana ed estetica maestà – sia per quanto riguarda  l’impostazione stessa del lavoro, che verrebbe quasi da definire “bifronte”. Da una parte, per la prima metà (si va poco oltre le 200 pagine), ecco la narrazione delle vicende biografiche e artistiche del maestro: un primo e imponente blocco di contenuti che l’autore scolpisce con efficacia, animando scene e figure che si muovono con la gradevolezza di un romanzo. Dall’altra, a seguire e come per effetto di una separazione che appare “scismatica” ma allo stesso tempo non irreversibile, ecco invece la corposa sezione più specificamente documentaria denominata Le fonti su Michelangelo: eccessi, reticenze e non finito bibliografico: un lungo e assai dettagliato commento ai singoli capitoli di cui la biografia, per l’appunto, si compone, concepito non come un elenco di riferimenti a testi, archivi e biblioteche nazionali e internazionali, bensì come una scrittura/lettura da apprezzare anche in autonomia; quasi un omaggio da parte dell’autore alla categoria della chiosa, in cui la pedanteria dei rimandi puntuali e molteplici è scongiurata e resa più graziosa dalla compagnia fedele della sua vox, che non si tace nemmeno qui, nel dominio incontrastato della pignoleria, e che anzi fa sentire la sua presenza ausiliaria non lesinando ulteriori commenti e non privandosi del gusto di disseminare qua e là ammonimenti, ammiccamenti e sentenze (del tipo: «senza lucerna del bello, Michelangelo lo si vede male»). Non è un caso che questa sezione si estenda per un numero di pagine quasi pari rispetto alla biografia vera e propria, ma soprattutto che sia scritta adottando un carattere di dimensioni appena inferiori rispetto al corpo di testo più convenzionale: non ci sono scuse, insomma, per liquidare queste note alla stregua dei soliti fronzoli destinati al pubblico più eletto e più dotto (che ad ogni buon conto vi troverà di che leggere, approvare ed eventualmente contestare).

Il racconto di Giulio Busi è ordinato, cronologico, articolato in capitoli che il più delle volte hanno al centro la realizzazione di uno o più capolavori michelangioleschi, e che fin dalle titolazioni tradiscono la natura squisitamente letteraria di una prosa tutt’altro che neutrale, a cui non fanno difetto né il rigore scientifico né l’ironia (ma un’ironia possibile, evidentemente, solo a chi goda di un rapporto confidenziale con il suo oggetto). Così, per esempio, Luglio 1496: un Cupido addormentato, e altri cupidi ben svegli si sofferma sulla vicenda del piccolo dio pagano scolpito dal Michelangelo ventunenne, che inizialmente venne spacciata (con poco successo di beffa) per reperto archeologico; in Maggio 1504: il David con la fionda, e i teppisti con i sassi si ritrovano le vicissitudini che portarono alla realizzazione della celeberrima statua dell’eroe biblico, mentre alla decorazione della volta più famosa dell’Occidente è dedicato Ottobre 1512: Sistina e Contro-Sistina. Pagina dopo pagina, tra cave di marmo e impalcature, affreschi e disegni, liste della spesa (!) e poesie, si arriva infine a Febbraio 1564: subbiando sopra quel corpo, in cui l’artista è ormai prossimo al suo congedo dalla vita terrena, con la morte che lo coglie anziano ma ancora attivo, intento all’ultimo capolavoro, la Pietà Rondanini.

Con la complicità di un ulteriore escamotage grafico e narrativo, per cui ogni qual volta viene descritta un’opera il carattere si fa corsivo e il tono più evocativo, a tratti lirico, Busi riesce a restituire il ritratto di un Michelangelo costantemente diviso tra Firenze e Roma, la cui dimensione quotidiana, terrena, non ha meno valore di quella “mitica”:
«eterno insoddisfatto, eterno orgoglioso. Malinconico, intransigente, gioviale, visionario, calcolatore, approfittatore, impresario, poeta. Impareggiabile, quando si tratta di liberare forme dal marmo, farle respirare, dar loro vita, trovare a quei corpi un posto al mondo, che facciano scuola, che facciano storia».
Forse, a voler trovare a tutti i costi almeno un difetto a un volume così appassionante, ci si potrebbe un poco rammaricare per il fascicolo di immagini, posto al centro a fare da (quasi) perfetto spartiacque tra le due sezioni. Per quanto numerose, di ottima qualità, nonché sempre accompagnate da didascalie esplicative (queste ultime prive, tuttavia, della tecnica, delle dimensioni e della data di realizzazione delle singole opere), si avrebbe voluto ancora di più – se non tutto il possibile – e ancora più nel dettaglio. Un’ingordigia (come definirla altrimenti?) presto ridimensionabile on line con l’aiuto di un buon motore di ricerca, e che tuttavia sarebbe stato meglio soddisfare direttamente tra le pagine. Resta il fatto che pur sempre di supporti e di riproduzioni si tratta: più che il passaggio dal cartaceo al digitale, il percorso più coinvolgente – e il più auspicato, tutte le volte che di arte visiva si tratta – non può che essere la trasformazione del lettore in spettatore, l’attesa che separa dall'ammirazione dal vivo delle opere. Poco importa che sia la prima volta o l’ennesima di una lunga ed esercitata consuetudine: la sufficienza non sarà mai raggiunta, e il mistero ultimo dell’uomo e dell’artista continuerà a sfuggire a chiunque cerchi di afferrarlo e fissarlo una volta per sempre. Giulio Busi lo sa bene, e non manca di ripeterlo a proposito della mole documentaria: «di Michelangelo sappiamo fin troppo, ma non tutto quello che vorremmo». Questo suo lavoro, che ce lo mostra da una prospettiva consapevolmente parziale, si rivolge a tutti, anche ai più profani, nella certezza (o nell’auspicio) che chiunque, ciascuno a suo modo, finirà col provare nei confronti del personaggio e della sua opera un desiderio di sempre maggiore familiarità:
«l’uomo con cui abbiamo a che fare è sempre più complesso di quanto lo si vorrebbe. Così contraddittorio com’è, lo sentiamo più vicino e meno titanicamente astratto. Ci piace proprio per questo, per la sua irriducibilità, che è un altro modo di definire la prerogativa che i contemporanei chiamavo “terribilità” di Michelangelo».

Cecilia Mariani


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