martedì 7 novembre 2017

La Repubblica inquieta - La costruzione di una coscienza civile attraverso la memoria storica

La Repubblica inquieta - L'Italia della Costituzione. 1946-1948
di Giovanni De Luna
Feltrinelli, 2017

pp. 304

€ 22 (cartaceo)
€ 12,99 (e-book)



L'ultimo libro di Giovanni De Luna si intitola La Repubblica inquieta (edito da Feltrinelli, 2017) ed è un bellissimo saggio che ripercorre la storia politica del nostro Paese nel periodo che va dal 1946 al 1948, inquadrando, dunque, la nascita ed i primi momenti di vita di questa Repubblica bellissima e inquieta (proprio come recita il titolo) che è l'Italia.

Un cenno merita la dedica, colma di un impegno civile che troppo spesso dimentichiamo:
"Dedicato alle italiane e agli italiani che vissero con passione e impegno gli anni di formazione della nostra Repubblica. In particolare a quelle e a quelli che hanno scelto di consegnare alla storia le loro memorie, raccontando quel periodo in modo da consentirci oggi di conoscerlo e riviverlo".
La Repubblica cominciò a muovere i primi passi in un momento difficilissimo per gli italiani, gli anni immediatamente successivi alla fine della seconda Guerra Mondiale, anni nel corso dei quali si aspirava ad avere un'anima autenticamente repubblicana mediante una classe dirigente che elaborò l'attuale carta Costituzionale, una delle più belle e moderne di tutto l'Occidente, al centro della quale si trovano ancora oggi valori e principi fondamentali di grande attualità.

Il libro diventa ben presto una galleria nella quale si susseguono i ritratti di personaggi come Alcide De Gasperi, Palmiro Togliatti, Luigi Einaudi e Piero Calamandrei: le vicende pubbliche di questi ed altri grandi uomini dell'epoca si intersecano con aneddoti riguardanti la loto vita privata, il passato comune nella Resistenza.

Tra i capitoli che maggiormente colpiscono l'attenzione del lettore vi è quello in cui si narra della divisione delle "due Italie", del crescente divario tra Nord e Sud, accentuato anche dall'uso del dialetto, poichè
"l'italiano era la lingua di uno Stato lontano e nemico".
Il Fascismo aveva provato (senza riuscirvi) a "nazionalizzare gli italiani", costruendo tramite il controllo e la propaganda una cittadinanza militarizzata e ideologizzata, asservita al culto del Duce e a simboli, riti, feste che avrebbero consentito agli italiani di avere uno spazio pubblico condiviso ma scevro dai tradizionali vincoli di appartenenza familiari e parentali, distinto per la completa adesione al regime.
Tuttavia (per fortuna) Mussolini aveva trovato lungo il suo cammino delle forze (quali la monarchia, l'esercito ed il Vaticano) che gli preesistevano e che avrebbero seguitato a sopravvivere al suo governo e che avevano impedito la realizzazione del suo progetto, mentre all'ideologia del partito si sostituiva ancora una volta quella della burocrazia statale.

Il tentativo della gerarchia fascista di diffondere un messaggio uniforme grazie all'inerzia della burocrazia di Stato, si era concluso con la riproposizione di modelli identitari già esistenti, tra i quali la famiglia piccolo-borghese (emblematica è la pellicola di Ettore Scole, Una giornata particolare, avente per protagonista un nucleo familiare che ben rappresenta gli ideali ed i valori dell'epoca) posta alla base degli insegnamenti del regime, ma ben presto divenuta impermeabile agli avvenimenti ed agli stimoli dell'esterno, fino a giungere alla ben nota indifferenza descritta magistralmente da Alberto Moravia.   

Il 2 giugno 1946 si presentò come l'alba di una nuova epoca storica: dopo venti anni di dittatura il 90% degli aventi diritto si recò alle urne ed espresse la propria preferenza elettorale
"in una febbre di partecipazione politica vibrante come una molla troppo a lungo compressa da un regime totalitario".
L'Italia tutta (e, per la prima volta, anche le donne), nauseata dalla monarchia dei Savoia perché coinvolta ed asservita al Fascismo, aveva deciso che sarebbe stata la Repubblica la forma di Stato che da allora in avanti l'avrebbe guidata. 

Il libro di Giovanni De Luna si legge senza fatica, mentre sotto i nostri occhi scorrono le immagini di un Paese povero, legato prevalentemente all'agricoltura ed all'allevamento, con una rete di trasporti quasi inesistente (il 40% delle stazioni ferroviarie era stato gravemente danneggiato dal conflitto bellico) ed un alto tasso di analfabetismo, ove l'industria era presente solo nel nelle città del Nord, in particolare a Milano, Torino e Genova.

L'Italia che viene descritta era anche un Paese tutto da ricostruire, ove la materia prima era costituita dalle braccia e dalle menti dei nostri nonni, i quali scelsero di affidarsi alla Repubblica, decidendo dopo anni di privazioni, ingiustizie, sofferenze e guerre di adoperare come unica arma una penna e di regalare la libertà di scelta ai loro figli e a quanti sarebbero venuti dopo di loro.

Io credo che l'insegnamento più grande che possiamo trarre da questo libro sia proprio questo: ogni volta che decidiamo di non votare, ricordiamoci che in un tempo non troppo lontano dal nostro quella che oggi sentiamo come una libertà fu una conquista pagata a costo di grandi lotte.

Ogni volta che vedo mio nonno indossare il vestito migliore per andare a votare provo una grandissima tenerezza, perché capisco che quello che oggi per me è un diritto, per qualcun'altro fu un autentico privilegio, un dovere.
Leggere libri come La Repubblica inquieta ci aiuta a non dimenticarlo mai, ci costringe a ricordare una Storia fatta non solo di date e battaglie, ma anche di uomini, donne e bambini che hanno contribuito alla costruzione della coscienza civile del nostro Paese.

Ilaria Pocaforza

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