mercoledì 15 novembre 2017

"La madre di Eva": le colpe che non ricadono sui figli

La madre di Eva
Silvia Ferreri
Neo edizioni, 2017

195 pp.
€ 15,00




«È un abominio» sussurrai. Ma fu un sussurro che tagliò l’aria in due.

«Significa che non guarirà mai?» chiese tuo padre.
Maddalena sorrise: «Eva non è malata».

In questa scena ci sono tre persone: la madre di Eva, il padre di Eva e la psicologa che segue l’evoluzione umana e sessuale di Eva. L’uso delle parole in questo passaggio è estremamente indicativo dei valori morali che le tre persone si portano appresso: infatti, nonostante sia proprio la madre di Eva ad accompagnarla in Serbia per il cambio di sesso, è palese come la “questione Alessandro” (il nome con cui Eva si auto-battezza in quanto maschio, rivendicando la propria identità) sia per la famiglia un incubo da cui non riesce a svegliarsi. Un incubo che trasforma la tanto bramata paternità e maternità nel peggiore dei mondi possibili, un luogo dove ogni passo sul percorso verso la crescita della prole è fonte di infinite sofferenze per tutti: padre, madre, figlia/figlio.
Tutto nasce da una mancanza di comprensione dell’altro. È la comprensione della diversità – anzi, la comprensione della possibilità dell’esistenza stessa di una diversità dalla "norma" –, infatti, a gettare le basi per quella vicinanza empatica che sola può creare il ponte con l’altro; un ponte che può portare, attraverso il dialogo, al riconoscimento di una pari dignità e all’accettazione dell’individuo quale identico a me. Accettazione che, infine, ha come conseguenza diretta la pacifica convivenza dentro lo stesso sistema/ambiente. Accettando l’altro io, in quanto persona, riesco a comprendere le sue diversità e a integrarle all’interno dei miei valori.
Ecco, è questo percorso lineare che sembra essere totalmente assente all’interno della vicenda narrata in La madre di Eva; ed è al contempo questo percorso (o meglio, appunto, la sua assenza) a essere presente invece nel libro La madre di Eva, che invece proprio di questo parla: di cosa accade quando non si riesce a riconoscere e dunque ad accettare l’altro. Accade che l’amore materno e paterno si stravolga, si trasfiguri, cambi di significato e segno, divenendo un sentimento vicino al disprezzo e all’odio: il disprezzo per il figlio non riconosciuto e impossibile da riconoscere quale avente pari dignità degli altri figli "normali"; l’odio verso se stessi per l’incapacità di uscire dalle proprie convinzioni, dalla propria etica, dalla propria storia morale che affonda le radici in un cattolicesimo che ancora oggi, nel 2017, fatica a reggere il passo con la modernità.
Il concetto cristiano di colpa infatti risuona ovunque nel testo di Silvia Ferreri: in primis la colpa di aver generato una femmina non femmina, come se fosse possibile scegliere il sesso della prole e, soprattutto, metterlo a posto con una bacchetta magica. È proprio la madre, infatti, a fare questa considerazione: «Rettificazione chirurgica e anagrafica del sesso. Qualcuno che rimettesse ordine in quello che a me era riuscito male»; e ancora, è sempre lei ad affermare che «qualche maledizione deve aver attraversato la mia placenta, se oggi siamo qui. Se sono seduta in un corridoio al neon dove in tempo non si segna, ad aspettare che ti ripuliscano degli errori con cui sei nata».
Questo peccato originale sovrasta tutto il resto, si appropria dell’esistenza della protagonista e non la lascia vivere; ne distrugge la quotidianità e le speranze per il futuro, al contempo minando persino i ricordi del passato. Travolge ogni cosa.
La protagonista di cui parlo è ovviamente quella che dà il titolo al libro: la madre di Eva, persona che è anche donna, moglie, insegnante universitaria, ma che qui è appiattita nel suo ruolo primordiale, quello di genitrice. È lei la protagonista, nonostante le pagine siano piene di Eva. Eva è in realtà l’antagonista, colei che si scontra sul terreno affettivo con la madre e il padre. Eva è il male dal punto di vista della donna, perché Eva sovverte l’ordine naturale delle cose.
Con Eva non c’è dialogo, e infatti il libro è un lungo monologo che assume i contorni del mancato confronto. Anche questo deriva dall’incapacità di comprendere le possibilità altre dell’essere umano: Eva si sente uomo, fa di tutto per dimostrarlo, ma la madre e il padre sono avviluppati dentro se stessi, si chiudono gli occhi e non vogliono capire le motivazioni. Non è mancanza di interesse: è proprio orrore per questa diversità che è, per loro, mostruosità. Ma se il confronto/dialogo è mancante nella vicenda narrata, ciò non significa che lo sia nel libro in quanto oggetto da leggere. Ferreri ci pone davanti un tema fondamentale per la nostra post modernità che ha saputo abbattere la linearità di pensiero, e ci mostra un essere umano che non sa accettare l’altro. Così facendo però ci dà il là per porci una domanda essenziale: cosa faremmo se capitasse a noi? E questi “noi” siamo proprio noi, gente liberale e di forti convinzioni laiche, cresciuti in un’Europa che sempre più vuole rivendicare il diritto di ognuno ad autodeterminarsi e costruirsi la propria identità religiosa, lavorativa, personale, sessuale.
Cosa faremmo noi se fossimo la madre di Eva e ci accorgessimo, un bel giorno, di continuare a giudicare il mondo dall’alto della dicotomia normalità/diversità?

David Valentini


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