giovedì 23 novembre 2017

"In gratitudine": la trasparenza di chi è giunto alla fine

In gratitudine
di Jenni Diski
NN editore, 2017

Traduzione di F. Cremonesi

270 pp.
€ 18,00




A fine libro Fabio Cremonesi, traduttore del memoir di Jenni Diski, fa luce sulla nascita di questo testo riportando che la scrittrice «inizia a pubblicare il suo "diario del cancro" l'11 settembre 2014, circa un mese dopo la diagnosi, in forma di rubrica sulla London Review of Books». Ci informa anche che la rubrica va avanti fino al 4 febbraio 2016, praticamente fino a due mesi prima della morte della Diski. Il diario è dunque tenuto in tempo reale e, salvo pochi rimaneggiamenti per necessità editoriali, confluisce direttamente dentro In gratitudine.
Avendo io l'abitudine di dare un'occhiata a ringraziamenti e postfazioni prima di iniziare a leggere un libro, ho avuto subito accesso a questa informazione, che ha contribuito di molto a conferire al tutto un'aura di rassegnata disperazione. Il cancro che l'autrice mette subito in mostra nel prologo chiamato DIAGNOSI è infatti una condanna a morte: una certezza assoluta, un non plus ultra ben piantato alla fine del percorso, un segnale di divieto già visibile nel momento in cui il medico consegna l'esito delle analisi. Quanto distante sia questo segnale di divieto è l'unico dubbio lecito e irrisolvibile, circoscrivibile nella temibile domanda "Quanto tempo?" che la stessa Diski ha terrore di porre, poiché consapevole che la risposta potrebbe venire espressa in settimane anziché in anni.
Cosa cambia dunque nel lettore quando apprende della contemporaneità nell'avanzamento di scrittura e malattia? Cambia che su tutto il testo scende un alone cupo che si esprime sotto forma di un'altra temibile domanda: cosa faremmo se sapessimo di avere una malattia incurabile che ci può lasciare poche settimane di vita? Quanti conti in sospeso avremmo da chiudere? Quante persone da ringraziare? Quante con cui far pace? E soprattutto: quante cose ci resterebbero da dire?
È con questo stato d'animo che, da lettore, ho affrontato questo libro. Jenni Diski, dal canto suo, offre al mondo tutta se stessa: le sue paure e le sue paranoie, i suoi ricordi, il suo amore ma, più di tutto, la sua spontaneità. La sua è la trasparenza di chi è giunto alla fine, di chi già vede le colonne d'Ercole della propria vita a un passo dal naso; è il nitore assoluto di chi sa che la vita è alle spalle, che ciò che è stato fatto è ormai accaduto e che niente – nemmeno il peggiore dei mali, nemmeno la più orribile delle colpe – ha ormai importanza se non in quanto fatto storico, perché il passato, semplicemente, non è modificabile.
È con questa schiettezza, dal vetro terso dietro il quale Jenni Diski ci parla dal passato appena recente, che la scrittrice racconta al mondo (a tutti e a nessuno in particolare) gli anni giovanili, le rivolte personali ed europee degli anni sessanta, ma, soprattutto, il rapporto con Doris Lessing. E se, fra le tante persone che Jenni Diski necessariamente ha dovuto incontrare nel corso della propria via, sceglie di parlare di Lessing è perché ha ancora qualcosa da dirle; qualcosa che si rifà al binomio in gratitude/ingratitude, un binomio irrisolvibile in vita a causa del temperamento focoso e ribelle della Diski negli anni della giovinezza. Dunque il rapporto Diski/Lessing resta in sospeso fino al momento della scrittura del libro, e adesso che la fine si avvicina e l'autrice si è liberata del fardello di una vita, sente di dover tirar fuori quest'ultimo peso e di poter rendere una giustizia (ancorché parziale) a chi, nel momento del più alto bisogno, l'ha accolta fra le mura di casa, di fatto portandola sulla strada della scrittura.
Inizio e fine sono strettamente connessi in questo libro. Se escludiamo i primi anni di vita, di cui si conservano ricordi sporadici, sono infatti quelli della tarda fanciullezza e dell'adolescenza a rappresentare i primi mattoncini che andranno a costruire la personalità di un individuo.
Il rapporto con Doris Lessing e il cancro sono l'alfa e l'omega della persona Jenni Diski. E di questi due limiti l'autrice ci parla, gettando luce sulla propria vita come solo può fare chi tutto ha raggiunto e "non più oltre" può andare.

David Valentini


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