domenica 22 ottobre 2017

#PagineCritiche - Il lamento di Alessandro dal Lago contro il populismo digitale

Populismo digitale. La crisi, la rete e la nuova destra
di Alessandro dal Lago
Editore Raffaello Cortina, 2017 (prima ed.)

pp. 169
€ 14,00



Bisogna che chi si occupa dell’età contemporanea, con lo sguardo accordato a monte alla materia sociologica, si guardi bene dal gridare incessantemente all’allarme, acquattato dietro l’O-tempora-o-mores di cui si fregiava Cicerone, giacché a un’epoca non è certo dato annunciarsi completamente positiva o in cammino verso la deflagrazione. Osservare la contemporaneità, pure a dispetto della natura fatua di cui è vestita, significa porre in essa labili architetture destinate a disgregarsi al primo moto del suolo. Così, quella crisi di cui rende conto la citazione di Gramsci a esergo del saggio “Populismo digitale” del sociologo Alessandro dal Lago, edito da Raffaello Cortina Editore, descrive il tragico interregno dove “il vecchio muore e il nuovo non può nascere”, sospeso dentro l’incertezza dell’attualità. Al sociologo non resta che interrogare l’interregno più vicino.

Ovunque, sugli avvenimenti cui l’informazione decide di erudire i lettori, sulle opinioni in pieno contraddittorio – dove non in piena contraddizione – la modernità agisce in uno scambio di immediatezza privandosi di quelli che sono “corpi intermedi”, deietti a valle a causa, pare, dello strumento digitale. Non che, sia chiaro, tale immediatezza applicata all’informazione presenti un volto cinico, in malafede, ma pure una rapida multivocità non può che dispiegare la terribile deriva dell’immediatamente plurale. Ciò che le democrazie insegnano è la vitalità del dialogo, dove pure il compromesso tra regioni politiche diviene diplomazia al fine di arrestare ogni sorta di soliloquio. Si può sostenere il dispiegamento di un monologo dalle molte voci che appartiene in misura più autentica all’universo dei social network?

Erudita, nell’opera, la genealogia del populismo e gli errori cognitivi per cui il rimando a «un passato leggendario» o al desiderio di «un fondo umano-sociale comune» rischiara un sentimento comune dentro individui ormai politicamente apolidi. Pure, interessante la coestensione proposta tra populismi e democrazia come esercizio di una volontà popolare, sia essa oggetto di discorso inteso come retorica, pur quella della brevità, oppure discorso come «oggetto discorsivo aperto», secondo un riferimento al filosofo Ernesto Laclau .

Trasparente, tuttavia, l’errore compiuto dall’autore tra le invettive del saggio. «Un tempo», scrive, «i cittadini potevano formarsi un’opinione attraverso la lettura dei giornali e la visione dei telegiornali, ma ovviamente non erano in grado di agire sul sistema politico se non grazie al voto». La citazione al Cicerone della prima Orazione contro Catilina sembra appropriata, giacché quell’invocazione di un tempo dove i costumi erano più salubri, mascherata da commento all’apparenza privo di giudizio, non si risolve che in una critica piuttosto avventata dell’epoca contemporanea. I giornali, bisognerà pure che qualcuno li scriva e decida per una notizia invece che per un’altra, per uno stile invece che per un altro, per un interlocutore invece che per un altro; e il lettore acquisterà in ogni caso il quotidiano che più si avvicinati alla propria fede politica.

Il rimpianto di dal Lago è una sorta d’informazione bipartisan che soffi nel petto dei cittadini un afflato politico di qualsiasi sorta atto a guidarne il cammino verso l’urna, le dita a formare una X a matita sulla coalizione più adatta. È invece l’esatto contrario: ciò che il cittadino già avverte nel petto, l’informazione semplicemente lo conferma. L’avvento delle testate online e della relativa confusione tra menzogna e interpretazione – eppure “i fatti sono cocciuti”, confida il filosofo Michel Foucault all’amico Paul Veyne – ha inasprito la trascendenza della ragione, consacrata dal celebre Slavoj Žižek quale l’ideologia sottesa a ogni prodotto culturale.  

Nessun dubbio sul condizionamento della «libertà di opinione e di espressione» a causa di «linguaggi e protocolli del Web», assoggettati a padroni esperti del marketing. Con semplicità disarmante dal Lago sostiene «agli imprenditori più visionari non sono sfuggite le possibilità di sfruttare politicamente l’influenza dell’informazione online», esattamente come ad altri imprenditori, al principio degli anni ’90 non erano sfuggite le possibilità di sfruttare politicamente l’influenza dell’informazione televisiva; così come ad alcuni intellettuali comunisti non era sfuggita la possibilità nel corso del secondo dopoguerra di sfruttare politicamente l’influenza dell’informazione cartacea.

Sembra che nel saggio il processo «d’inveramento» riguardi soltanto una delle parti, certo di ambigua legittimità. In un punto, quasi alla maniera d’un romanzo, si ritrovano insieme i principali interlocutori negativi cui il saggio è dedicato accusati di aver fabbricato dal web la propria fortuna politica: «Trump è un tycoon dell’edilizia, universalmente noto per i suoi metodi imprenditoriali brutali e spregiudicati. Grillo è un uomo di spettacolo, che qualche anno fa dichiarava un reddito annuo superiore a quattro milioni di euro. Marine Le Pen l’erede di una famiglia politica di lungo corso». In fila, tali nemici del pudore, sembrano diventare essi stessi il loro reddito senza tener conto della fortuna familiare, come nel caso di Trump, o del lavoro personale, come in quello di Grillo.

A questi seguono, quasi in una costruzione piramidale, i piccoli abitanti di una civiltà in pantofole costituiti loro malgrado come «soggetti digitali», disincarnati a causa del proprio comportamento virtuale. Molto più acuta la riflessione proposta da Judith Butler in L’alleanza dei corpi (Nottetempo, trad. Federico Zampino) per cui si è a un tempo soggetti estetici ed etici: ogni manifestazione estetica, pure vestirsi e presentarsi al mondo, fanno del soggetto un operaio della propria affermazione. Mentre per dal Lago le figure che infestano l’universo digitale non sono che naufraghi assoggettati al canto della prima demagogia, per Butler qualsiasi individuo agisce positivamente sulle proprie decisioni quotidiane. Il soggetto non è allora un hater nell'anonimato identitario da accusare di «tangenzialità», reiterazione a ogni costo dei propri credo, bensì un individuo che decide lucidamente della propria esistenza e di cui interrogare necessità e frustrazioni.

Come vincere, allora, «la prevalenza della politica digitale»? Abbandonare il saggio di dal Lago e occuparsi di quella reale.

Antonio Iannone

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