domenica 1 ottobre 2017

"Le trombe d'oro della solarità, lo studio sui primi "Ossi di seppia" di Montale ad opera di Antonio Soro

Le trombe d'oro della solarità
di Antonio Soro
Edes, 2017

pp.194
€ 18.00 


Qualche volta per rapportarsi a un libro è necessario partire dalla fine e considerare le parole che ne animano l'explicit, alla luce delle quali è possibile svelare, come in filigrana, il senso compiuto,  l'afflato che ne regola composizione e coerenza. La peculiarità dell'approccio di un autore a una determinata materia, se in un saggio è certo affidata alle premesse metodologiche che ne informano l'introduzione, viene poi sapientemente distillata nelle pagine conclusive, probabilmente in virtù di quel guizzo emotivo a cui si lascia andare chi su quel testo ha speso giorni di ricerca e di studio e che ora, da quel capitolo della vita e della letteratura, nonché dal lettore, si deve congedare.
Ne Le trombe d'oro della solarità, (titolo "prestato" a questo studio sui primi Ossi di seppia di Montale dal verso conclusivo di una lirica che, con una leggerezza sconosciuta ai suoi contemporanei, manifesta tutto il peso di un manifesto poetico: I limoni), in corrispondenza della nota finale, si legge: 
"Sorprendente è forse la scoperta che la poesia dei primi Ossi, dentro un guscio di rottami e di percezioni disseminate come schegge, celi al lettore scenari di notevole armonia e congruenza. Nel suo pessimismo critico, Montale guardava al capolavoro di Dante come a un fenomeno irripetibile: «Poeta concentrico, Dante non può fornire  modelli a un mondo che si allontana progressivamente dal centro e si dichiara in perenne espansione. Perciò la Commedia è e resterà l'ultimo miracolo della poesia mondiale». L'autore di questo libro avrebbe voluto rispondere a Montale che in lui questo miracolo si è ripetuto, persino amplificato; nessuno, dopo Dante, ha saputo nel suo profondo restar fisso in quel centro, senza bussola, senza stelle, mantenendo la rotta della "navicella" antica lungo l'asse del mondo, e restituendo invece ai contemporanei, sulla superficie della lettera, la babele della perenne dispersione e frantumazione delle idee."
Questo parallelismo tra Montale e Dante a cui viene regalato tutto il rilievo di una considerazione finale, e dunque decisiva, non deve sorprendere. L'opera dantesca permeò le strutture della poesia montaliana, oliandone intimamente gli ingranaggi linguistici e spingendo l'autore ligure a pensare i propri scritti in maniera sistematica, in cui ogni silloge è in rapporto di contiguità con l'altra: «La mia poesia va letta insieme, come una poesia sola. Non voglio fare il paragone con la Divina Commedia, ma i miei tre libri li considero come tre cantiche, tre fasi di una vita umana». È chiaro che la citazione, sebbene contenente la preghiera di non osare analogie con ciò che per Montale rimane intoccabile modello, non è casuale. Il padre della lingua italiana ha un'influenza indelebile su colui che, nel rapportarsi in maniera eversiva ai dettami stilistici che informavano la produzione lirica italiana a lui precedente e contemporanea, resta per altri versi fortemente conservativo ed emotivamente attaccato alle letture della giovinezza, quei libri che avranno un valore determinante nella sua formazione letteraria.
Non stupisce quindi che sia proprio un "dantista" a intraprendere la strada, certamente irta di pericoli (per quanto illuminata da un copioso lavoro critico), di analisi e interpretazione dei primi componimenti che costituiscono gli Ossi di Seppia, più precisamente da In limine a Fuscello teso dal muro. La Comedìa, oltre a fornire un solido sostrato poetico che costituirà la base dell'analisi intertestuale condotta da Soro, viene individuata – seppure per vie diverse - come opera filosoficamente speculare alla produzione poetica di Montale per il modo in cui, nel volgere lo sguardo all'eternità, si avvale di un'umanità “concreta” e storicamente identificabile che va a occuparne il palcoscenico letterario. Allo stesso modo, un “metafisico” Montale, nell'estinguere il mito, contemporaneamente riscatta l'effimero fino a donargli sembianze d'eterno ma non può farlo prescindendo da un'umanissima quotidianità, negando ogni via che conduca al sublime.

La prospettiva di analisi, la quale si connatura sempre puntuale ed esaurientemente argomentata, dall'unità metrico-linguistica si muove alla ricerca della giusta collocazione dei componimenti sull'asse diacronico della vita e dell'evoluzione interna alla produzione versificatoria dell'autore, procede all'individuazione di sensi, sincronicità, suggestioni letterarie di cui la macchina poetica montaliana è inesauribile generatrice, giungendo spesso a esiti originali e inaspettati.
È questo il caso del capitolo dedicato dalla trattazione a Corno inglese: si tratta un generoso ed appassionato studio del rapporto dialettico tra il componimento e The Storm di Emily Dickinson a cui è affidata l'inedita conclusione che, quasi con un colpo di scena finale, ipotizza tra i materiali che avrebbero potuto fornire l'ispirazione per la lirica la Danse macabre, poema sinfonico di Camille Saint Saëns.
Altrettanto arguta è la ricostruzione di un fil rouge che, partendo da una comune origine, consistente  in un ipotesto musicale (la musica di Debussy), si snoda tra Minstrels e Pelleas Y Melisanda di Neruda. Qui, il lemma «rimbalzi», hapax nell'opera dell'illustre ligure, e la sua posizione all'interno della lirica fanno pensare a un punto di convergenza tra le due poesie:
"Poiché non si tratta di un termine appartenente alla musicologia, ci si chiede come Montale e Neruda abbiano potuto utilizzare la medesima catacresi, "un motivo che rimbalza" su due rispettive tematiche che si incontrano nell'opera musicata di Debussy. La difficoltà del cercare di stabilire chi possa aver letto l'altro per primo sta nel fatto che sia il Crepuscolario che Minstrels vengono terminati nel 1923. Se tuttavia si accetta l'ipotesi già citata della Arvigo, secondo la quale Minstrels potrebbe addirittura aver visto la luce nel 1918, allora sarebbe lecito congetturare che sia Neruda, in qualche maniera, a trarre ispirazione dal poeta italiano. L'ipotesi attende ulteriori sviluppi di ricerca filologica."
Illuminante è poi la sezione del saggio dedicata all'analisi critica dei Sarcofaghi: in essa spicca la vivace riflessione che anima l'approccio dello studioso alla prima lirica, Dove se ne vanno le ricciute donzelle; grazie a un attento esame dei campi semantici le considerazioni a cui si giunge hanno il proprio quid nella scissione tra il primo Leopardi, che Montale va celebrando in un susseguirsi di vivide immagini, e la sua poetica più tarda, nel passaggio dal pessimismo storico al pessimismo cosmico:

"Se il bassorilievo celebrava la plenitudine della vita nell'utopia-speranza di un ritorno dell'uomo al locus amoenus, fuor del sarcofago, incapace di trovare uno stato di quiete interiore, sta invece il Leopardi ormai sconfortato e perso; quello, secondo Montale, davvero «troppo morto» per potersi in qualche modo riconciliare con il Leopardi luminoso che Montale va celebrando; quello trasfigurato che, in realtà, non è più nel sarcofago ma sopravvive nella poesia stessa di Montale, che per alcuni attimi rivive le emozioni del giovane recanatese, recuperandone stilemi e immagini che a lui furono cari."
In maniera analoga, merita un cenno il capitolo dedicato a Ora sia il tuo passo: qui Montale si confronta con l'opera e l'insegnamento di Pascoli, ricorrendo a un linguaggio simbolico che ormai aderisce poco e male a un demistificante universo poetico, che allude e nuovamente forza lo sguardo del lettore/spettatore all'angoscioso passaggio dal tempo mitico a quello storico. Nella obsoleta divinità di un Anubi declassato a cane randagio, nello smarrimento di qualsiasi proiezione mitopoietica della morte – ora riconosciuta in qualità di mera entropia e logoramento di ogni corpo – si rispecchia la produzione di un poeta che per Montale "è tutto nell'Ottocento".

Ci limitiamo a tali esempi in quanto sarebbe fuorviante, in questa sede, fornirne un numero eccessivo per meglio esplicare i criteri ermeneutici di cui Soro si avvale nell'arco del suo studio e i relativi risultati che da questa indagine scaturiscono, lasciando alla curiosità del lettore il compito di scandagliarli e di immergersi a poco a poco nella visione del mondo di una delle grandi Voci del Novecento italiano.
Concludendo, Le trombe d'oro della solarità si presenta come opera che sonda le profondità della coscienza poetica montaliana, setacciandone le problematiche conseguenti a un'audace polisemia, andando a indagare le concordanze tra testi, raccogliendo le eco dei grandi autori disseminate tra i versi, restituendo, con forza, un nuovo e "fresco" punto di vista che sarà, non lo mettiamo in dubbio, trampolino di lancio per nuove ricerche e riflessioni, permanendo nel frattempo tra gli strumenti indispensabili di chi si dedichi all'approfondimento critico degli Ossi di seppia.

Nike Gagliardi


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