mercoledì 11 ottobre 2017

Sette giorni da morto per meditare sulla vita

Il settimo giorno
di Yu Hua
Feltrinelli, 2017

pp. 150
16,00 cartaceo 
9,99 € ebook


Nel romanzo Il settimo giorno lo scrittore cinese Yu Hua racconta le contraddizioni della vita, attraverso la visione di un morto. Da questo originale punto di vista, quasi privilegiato, l’autore denuncia quelle che sono le estremizzazioni della Cina contemporanea, che si manifestano attraverso la banalizzazione dei valori, la conquista materiale dei beni, l’attenzione al possesso. 

A me manca l’urna però, non ho nemmeno una “Riposa in pace” o una “In memoria eterna” da quattro soldi. Mi prende l’ansia: che fine faranno le mie ceneri? Le spargeranno in mare? Impossibile. Quello è un privilegio dei potenti: aereo privato e scorta di navi militari, lasciate cadere nell’oceano, nel cordoglio di parenti e sottoposti. All’uscita dal forno, troverò ad aspettarmi scopa e paletta e andrò dritto nel bidone della spazzatura.

Chi muore guarda al mondo con una punta di nostalgia verso la società dei valori, appartenenti al passato e ormai perduti nella società cinese contemporanea, che rispetto agli anni Ottanta, guarda alla tradizione come forma estrema di resistenza al materialismo-consumismo dilagante, frutto del periodo socialista postmoderno che, fermo restando il periodo di stasi dopo il massacro di Tian’anmen nell’89,  si è imposto in molti settori, esaltati dal boom economico e dalla globalizzazione. Ma il recupero della sfera dei valori antichi, dei legami più stretti, famigliari e amicali - da cui secondo le credenze popolari il defunto non può allontanarsi nei primi sette giorni dalla sua morte -  lo rende un libro in qualche modo più votato alla speranza che non alla denuncia.

In Brothers, best-seller mondiale, tradotto in Italia nel 2008, la denuncia sui mali dell’odierna Cina era sempre il metro per vedere la realtà, osservarla e giudicarla. Mancava la redenzione per i personaggi, la famiglia era un’architettura priva di contenuti. La mercificazione dei valori, che diventava mercificazione del corpo attraverso il sesso avevano valso allo scrittore forti critiche, da cui lo stesso si era difeso raccontando che questa era la realtà che viveva quotidianamente. Anche nel precedente Vivere! (premio Grinzane nel 1997, e da cui è tratto il film omonimo di Zhang Yimou, il personaggio si salvava per il suo profondo attaccamento alla vita. Nella Cina in dieci parole (Feltrinelli,2012) si elencavano i mali della società attraverso delle parole chiave, 
mirando al cuore dell’universo cinese e denunciando con ferocia e ironia lo svuotamento dell’idea della parola “popolo”.

In questo nuovo romanzo i personaggi cercano un valore nell’Aldilà - nel mondo meraviglioso che li aspetta, e vagando vicino ai propri cari si danno una spiegazione rispetto a certi fenomeni, e si salvano rifugiandosi nel passato e nei sentimenti. È l’immagine stessa della Cina moderna, che deve fare i conti col passato, di cui ha semplicemente dimenticato l’eredità, e deve recuperare nella comprensione della sua stessa storia la forza per poter andare avanti, dando una nuova chiave di lettura ai suoi giovani. Il confine tra vita e morte è labile, la morte non è che una prosecuzione della vita, ma l’appartenere ad una realtà parallela permette la denuncia dei mali della gioventù cinese: la deprivazione affettiva, l’urbanizzazione incontrollata, la corsa agli acquisti tecnologici, la disoccupazione giovanile, il sesso come mezzo di acquisizione del potere, insabbiamento degli scandali, morti misteriose per chi denuncia. 


Attardarsi a passare il confine è segno di una maturazione indispensabile che Yu Hua regala ai suoi personaggi. Sette giorni per comprendere, per dire addio al mondo materiale, per meritarsi la pace eterna, per perdonare le contraddizioni del presente, per scoprire che una solidarietà è possibile solo nel comune senso di responsabilità di tutti. Il romanzo è intriso di una ironia feroce ma anche di una  poeticità che è elemento caratteristico del paesaggio cinese, la pace sembra arrivare solo fuori da quel territorio atrocemente antropizzato delle città e il riappropriarsi dei luoghi naturali diventa la strada per riappropriarsi della propria anima. 

Tutto ciò che è materiale è contingente, anche il corpo. Yang Fei è morto, si sta recando alla camera ardente per la cremazione, ma una volta giunto lì decide di non proseguire, e prima di perdersi definitivamente ha sette giorni per riscoprisi, per conoscere il mondo di coloro che non hanno trovato sepoltura, per conoscere l’amore reale che nella vita di tutti i giorni ha solo intuito e invece, nella dimensione post-mortem, pervade ogni singolo gesto di questa comunità di spiriti, che aspetta la morte come salvezza e redenzione.

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