martedì 17 ottobre 2017

"Chi ha bisogno di te": le donne tristi di Elisabetta Bucciarelli

Chi ha bisogno di te
di Elisabetta Bucciarelli
Skira, 2017

139 pp.

€ 13,00


I diciassette anni sono uno dei momenti più complessi di un'esistenza: la quotidianità finora banale si trasforma in qualcosa di nuovo e inesplorato, sempre in bilico fra quell'età adulta che sta per sbocciare con la maggiore età e quella lunga mattinata pigra e assolata che è stata l'adolescenza. Essere figlia di genitori separati e ragazza ancora in cerca del primo amore, poi, non può che rendere tutto più difficile e al contempo variopinto; aggiungiamo un'intelligenza emotiva al di fuori della norma e abbiamo i semi di una storia pronta a divenire quercia.
È dunque la genuina curiosità verso il mondo che cambia ‒ che cambia perché cambiano noi ‒ il sentimento che maggiormente emerge dalle brevi ma intense pagine di questo nuovo gioiello firmato da Elisabetta Bucciarelli, un testo leggero e silenzioso come le farfalle tanto amate da Meri, e altrettanto elegante; è un romanzo di formazione, questo, delicato come pochi nell'affrontare temi che basterebbe veramente poco a trasformare in incubi: l'amore sconosciuto, la famiglia disastrata, i genitori inarrivabili, le delusioni amicali. Lo sguardo sul mondo di Meri è ciò che dà colore alle pagine bianche, che riempie di profumi di alberi e piante le scritte nere del classico e sempre elegante Garamond.


Eppure è questa sua curiosità, legata al desiderio di gettarsi con tutta se stessa nelle cose intorno, a farci prevedere il futuro tribolare di quella che diventerà, con molta probabilità, una donna triste. Basta vedere la vita della madre 
‒ sempre nel ruolo di Madre e mai esperita da Meri come donna, moglie, persona con un nome; come d'altronde capita al Padre, che padre resta fino alla fine ‒ per prevedere l'evoluzione della figlia: una donna colta, intelligente, desiderosa di amare ma inconfondibilmente e inevitabilmente (qui i due avverbi calzano bene) sola. È la solitudine esistenziale di chi cerca il proprio posto nel mondo e sa, al contempo, che le cose cambiano sempre e i punti di riferimento saltano. «Si può anche essere persone diverse in momenti diversi» dice l'amica Sara a Meri, e questa verità universale è così lampante che subito, leggendola, sappiamo che quel "può" è in realtà un "deve". È necessario cambiare per non morire di inedia, ma verso quale direzione? Verso quale porto può dirigersi una barca che ha perso la rotta?
Al centro della storia, appena spostato un po' di fianco rispetto alla curiosità, sta l'amore. Quell'amore che scuote e sconquassa, che fa tremare e balbettare e seccare la gola; quello di cui tutti parlano con toni enfatici eppure ancora non è arrivato per la giovane protagonista. L'amore sbagliato e confuso, che un giorno piomberà fra capo e collo e allora sarà impossibile dirgli di no. È questo ancestrale sentimento che Meri cerca di scoprire, pur sapendo che
una volta arrivato, l'amore non passa quando vuoi tu, resta anche dopo, per un tempo che non si sa. Resta anche per un padre che pensi ti abbia abbandonato e per una madre che sta sottraendoti la felicità.
E allora perché tanta fretta?, ci si chiede. La risposta, forse, è che ci attira con forza brutale ciò che con quella stessa forza può distruggere. E niente a questo mondo può fare più a pezzi dell'amore, sembra dirci l'autrice.
Meri, dunque, ma anche la Madre e l'amica Sara ‒ sulla quale rimane un dubbio, alla fine del libro, sul ruolo che svolgerà da quel momento nella vita di Meri, perché proprio lei afferma in modo sibillino che le persone possono essere diverse in momenti diversi ‒ da un lato; il Padre e quel Davide che ritorna dall'altro. La scrittura femminile di Elisabetta Bucciarelli esplora, come nel suo precedente La resistenza del maschio (NN editore, 2015), l'universo delle relazioni umane e ci mette davanti alle creature piccole e meravigliose che siamo noi tutti. Le sue donne come sempre sono sognatrici erranti nella nebbia, i suoi uomini insicuri, spezzati eppure ancora pulsanti e vitali.
Non c'è traccia di eroismo in questo testo: a camminare sul palco dell'esistenza, con un passo felpato per non disturbare le vibrazioni altrui, siamo sempre e solo noi, esseri fragili i cui pezzi abbiamo sparpagliato in tutte le relazioni andate a male, ma anche conservato in quelle che invece ci hanno salvato ‒ letteralmente e metaforicamente ‒ la vita.

David Valentini

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