lunedì 25 settembre 2017

Livia Aymonino: trattenere i ricordi attraverso il cibo

La lunga notte di Adele in cucina
di Livia Aymonino
Giunti, 2017


404 pp.
€ 16,00




Un uomo o una donna si svegliano in piena notte e, andando in bagno per riprendersi da un incubo, vedono il proprio riflesso allo specchio. A questo punto gli occhi stanchi, i capelli ingrigiti e scarmigliati e le rughe attorno agli occhi diventano indizio dell'età che avanza implacabile, oltre che casus belli per tornare con la mente ai ricordi e iniziare il romanzo sulla vita del protagonista. 
Lo specchio è dunque il luogo della riflessione e dell'altro da sé, un topos letterario ormai desueto ma molto utilizzato in passato.
Stessa funzione riflessivo-catartica ma spostata, decentrata rispetto alla tradizione, ricopre nel "romanzo ricettario e viceversa" di Livia Aymonino il tavolo della cucina, luogo di lavoro polivalente e al contempo amico di fiducia di una donna costretta a fare i conti con le rughe rinvenibili non sul volto, bensì sulle mani. Lo svegliarsi in piena notte è ovvio pretesto per scavare in un passato che tanto prossimo non lo è più: perché la Adele che negli anni Settanta passava le giornate in un loft newyorkese insieme agli amici, sballandosi di droghe e coltivando gli aspetti artistici di una vita fresca e vivace, non è più né più mai potrà essere la Adele sessantenne, sposata con figli e che di notte si ritrova sola in cucina a impastare biscotti.
Il tema del tempo che trascorre senza che si possa combattere questo lento fluire verso il nulla è reso bene da luoghi, persone, eventi raccolti in immagini vivide e rapide, appunti di un vissuto che potrebbero essere quasi racconti indipendenti se non fossero legati dalla memoria, vero nucleo di raccolta dell'identità personale. Come turisti in una città chiamata Vita di Adele, veniamo presi per mano e sbalzati avanti e indietro, fra l'America, la Milano e la Roma di un tempo e la cucina (intesa come luogo fisico) di oggi; lì dove la storia si andava costruendo, qua dove quella storia viene rivista in retrospettiva già sapendo come i fatti si siano evoluti.
A fare da ponte, da collante mnemonico fra e qui, il cibo; che non è mero vezzo sensoriale né ovvio sostentamento biologico, ma cifra di una vita unica e irripetibile. Adele, palese controparte narrativa di Livia Aymonino (dopo tutto non c'è neanche un tentativo di celare questo diretto confluire dell'autrice nella sua protagonista), vive per la cucina, che fra i mille cambiamenti occorsi nel tempo era e resta simbolo della sua persona e personalità. Tutto cambia: gli amori vanno e vengono, le amicizie si perdono e di loro restano volti approssimati nella memoria, le case crollano e si cambiano; eppure questa passione no, questa resta e consente di trattenere il colore/calore nei ricordi degli eventi importanti, ricordi che altrimenti sarebbero destinati a sfumare in scale di grigio.
Un romanzo-ricettario, dunque, o un ricettario-romanzo: a prescindere dalla mole di pagine dedicate al racconto rispetto a quella dedicate alle ricette, è difficile dire quale dei due elementi sia più rilevante. La ricetta, oltre a essere indicazione e istruzione per noi lettori, è anche ancoraggio, legame, parte integrante della storia, soprattutto quando il piatto viene personalizzato, e dunque vissuto ancor di più. La personalizzazione della ricetta infatti rende il passato ancora presente, un lumino nella notte per chi rischia di perdersi nella nostalgia.
La lunga notte di Adele in cucina è dunque romanzo godibile, che con occhio leggero sfiora i temi principali della storia contemporanea, oltre a tematiche sempre attuali quali il cambiamento e la formazione.
A coda della recensione, è necessario fare una piccola nota sulla cura del testo: non si segnalano grandi refusi, però qualcuno di troppo ce n'è; così come si rilevano piccole incongruenze sulle norme redazionali, come le alternanze newyorchese/newyorkese e un peculiare uso delle d eufonica («ad Adele» ma «e espatriarono»).

David Valentini



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