sabato 9 settembre 2017

#PagineCritiche - Le parole della storia che condizionano il presente

Crociata e jihad. Origini, storia, conseguenze (God’s armies. Crusade and jihad: origins, history, aftermath)
di Malcolm Lambert
Bollati Boringhieri, 2016

Traduzione di Massimo Scorsone


475 pp.
€ 26


Il titolo dell’ultimo lavoro del medievalista britannico Malcolm Lambert mi ha incuriosito. Già autore di un saggio interessante sulle eresie nell’Europa cristiana durante i primi secoli dopo l’anno Mille, Lambert ha nello stile, molto british, uno dei suoi punti di forza. La chiarezza e un indubbio rigore metodologico sono capaci di offrire la molteplicità di sfaccettature che la storia ha conosciuto ma qui siamo dinanzi a due concetti anche molto “moderni”, specialmente quello di jihad.
Cosa possiamo trarre da questo libro? Intanto le similitudini fra le due religioni monoteiste, fra i processi che ne hanno accompagnato gli sviluppi: cristianesimo e islam. Si ha come la sensazione che per un certo periodo di tempo, diciamo fino alla presa di Costantinopoli del 1453 da parte delle truppe ottomane guidate da Maometto II, entrambe si siano affaccendate nelle stesse questioni: Gerusalemme, rapporti reciproci, riscoperta dei classici greci, cosa fare con i resti dell’impero bizantino, eresie e correnti di pensiero nate nel proprio seno e viste nei rispettivi campi come nemici interni ancora più insidiosi di quelli esterni.
Sto semplificando, ovviamente, anche per motivi recensori ma a scanso di equivoci, e come elemento critico nei confronti del cristianesimo, tra le differenze maggiori possiamo annoverare l’atteggiamento verso il terzo incomodo: l’ebraismo. Se in terra cristiana gli ebrei se la sono vista brutta fin dall’avvento della prima crociata, come i cristiani di rito ortodosso, nei territori musulmani, seppur con differenze sostanziali tra califfo e califfo, gli ebrei erano abbastanza tollerati, come i cristiani, a patto che pagassero un pedaggio (salato) ogni anno.
La prima parte è la più interessante e il focus è puntato sulla parte musulmana di cui si ripercorrono le origini maomettane e le imprese dei primi califfi. Non è questione di poco conto per due motivi: se da una parte con i primi califfi, l’islam conosce uno sviluppo territoriale sorprendente grazie a una serie di conquiste irrefrenabili, è in questi decenni che si va a formare la grande divisione che ancora oggi contraddistingue l’islam, tra sunniti e sciiti. Ma non è finita qui: perché nasce anche il sufismo, così come di mistici è caratterizzata l’Europa medievale, e prende corpo il mutazilismo, una dottrina che sottraeva il Corano all’eternità della parola divina e lo calava nel tempo, in sostanza nella realtà storica. Ed è noto: la storia si interpreta e reinterpreta, adattandola alle situazioni contingenti. Chissà se avessero vinto il mutaziliti.
Risale a questa epica islamica anche la prima disquisizione sul concetto di jihad e come per ogni parola dal significato non univoco, attorno a essa si formano due partiti, i falchi e le colombe. Da una parte c’è chi plasma il concetto attorno alla sura coranica 9,5: «Quando poi saran trascorsi i mesi sacri, uccidete gli idolatri (…) prendeteli, circondateli, appostateli ovunque in imboscate». Mi pare ci sia poco da aggiungere. C’è anche però chi interpreta il jihad in termini molto più individuali, intimi se vogliamo, come lo sforzo nel cammino di Dio che ogni credente dovrebbe compiere. Una sfida di fede, che nasce nel proprio animo e lì si sviluppa.
D’altronde pure nei testi cristiani ci sono passaggi poco pacifisti. Pensiamo a Matteo 10,34: «Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra: sono venuto a portare non pace, ma spada». I teologi si sono prodigati a riportare tali passi a un significato metaforico e non letterale. In questo caso, Matteo avrebbe inteso che la scelta per il Vangelo è costosa in termini di impegno nella vita e che il passaggio di Gesù non è neutro o indolore. Ma se uno si mette in testa che Cristo è venuto a combattere, non c’è filosofia che tenga.
Quando poi il saggio passa alle crociate, ovvero alle guerre per Gerusalemme che cominciano nel 1098, il racconto di Lambert propone una tesi garbatamente provocatoria, che si evince: hanno cominciato i crociati. Comunque, è qui che entriamo nella zona grigia che per il cristianesimo e l’islam si è tradotta nel principio, supportato teologicamente, dell’uccidere in nome di Dio. Un principio che il primo ha tradotto con la crociata, il secondo con il jihad. Insomma, messi di fronte e a distanza ravvicinata, la Terra Santa, i due contendenti avrebbero tratto dal reciproco confronto lo stimolo a dare il peggio.
Oggi si insiste molto sull’aspetto di “pellegrinaggio” delle crociate ma non bisogna dimenticarne quello istituzionale: erano spedizioni militari, di un’imponenza che neanche i papi si immaginavano, promosse e dirette dalla chiesa di Roma. Il soggetto attivo era laico (re, principi, signori feudali e semplici fedeli, soprattutto franchi ma un ruolo importante lo ebbero le italiane repubbliche marinare e poi l’elemento tedesco durante la terza), ma il deus ex machina era l’autorità suprema della cristianità. Il jihad dell’islam, reazione inevitabile, è stato in quel periodo una guerra priva di dimensione istituzionale, perfino un po’ anarchica, e anche chi se lo è assunto sulle spalle, tipo Saladino, ha spesso dovuto fare i conti con le divisioni interne al proprio campo.
Il problema, per il libro intendo, è che con il passare dei capitoli perde in limpidità, la materia d’altronde è tanta e il filo conduttore che le si vorrebbe apporre diventa nebuloso. Al massimo concedo l’onore delle armi ritenendolo una lettura introduttiva ma, francamente, non si colgono le conseguenze storiche di quegli eventi. Certo, si giunge al colonialismo e alla voracità della Francia e dell’impero britannico nei tempi moderni, alla caduta dell’impero ottomano, rigirato come un calzino peraltro da un figlio di quell’impero, Ataturk, ma perché, oggi, jihadisti e qualche novello crociato vogliono riportare indietro di mille anni le lancette dell’orologio? Solo per un’interpretazione arbitraria di una parola, di una sura o di un versetto del Nuovo Testamento?
Una considerazione e due punti deboli: si dice che l’islam non ha avuto l’illuminismo mentre l’Europa cristiana sì. A parte il fatto che da parte di ambienti cattolici ancora ai giorni nostri quello stesso illuminismo viene visto come fumo negli occhi e se ne contestano, alla maniera di un De Maistre, radici e conseguenze, appare quantomeno paradossale che in epoca illuministica, restando in ambito francese, l’interesse per l’Oriente islamico conosca un’impennata inattesa. Basti pensare ad autori come Diderot e Voltaire e alla traduzione delle “Mille e una Notte” che fu l’evento letterario di tutto il Settecento.
Sulla scorta di questo arrivo alle lacune: la prima è l’accenno che viene fatto a un anno fondamentale per la storia europea. Il 1517. Sappiamo benissimo il putiferio che venne fuori da quelle 95 tesi affisse all’uscio di una chiesa a Wittemberg da parte di Lutero. Ebbene, in quegli stessi momenti, il sultano Selim I rafforzava il divieto della stampa in arabo. Il primo torchio a caratteri mobili arrivò nei territori ottomani nel 1727. Pensiamo alla forza che ha avuto la stampa nello consentire la vittoria della Riforma, la Bibbia tradotta in tedesco e la strada aperta al luterano sacerdozio universale e, più in generale, allo sviluppo della lettura e della circolazione delle idee. A questa svolta, di cui l’espressione politica suprema dell’islam è stata privata e che a me pare fondamentale, si dedica, per l’appunto, un inciso.
La seconda: il mancato affondo sull’analisi del XVIII secolo, quando il potere centenario dei musulmani cominciò a indebolirsi a livello mondiale. Fu una coincidenza, ma le terre emerse del pianeta che l’islam governava attraverso tre dinastie, gli ottomani dai Balcani alle città sacre dell’islam al nord Africa, i safawidi in Persia e in Asia centrale, i moghul nel subcontinente indiano, entrarono contemporaneamente in crisi e i dotti reagirono ai cambiamenti aggrappandosi nuovamente all’erudizione richiesta da una vera società islamica. Gli studiosi restrinsero le loro fonti di osservazione al Corano e agli hadith, le tradizioni scritte e orali risalenti a Maometto, rigettando qualsiasi informazione proveniente dal mondo occidentale, in procinto peraltro di colonizzare quei territori. Da una realtà aperta alle influenze esterne, l’universo islamico si trasformò in una società sempre più chiusa fino ai caratteri attuali. Forse è su questo passaggio che andrebbe scritto ben più di un saggio.

Marco Caneschi


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