martedì 19 settembre 2017

Un nucleo mitico intatto e vitale da millenni

Miti emblemi spie
di Carlo Ginzburg
Einaudi, 1986 e 2000

pp. XVI - 251
€ 20 cartaceo. Disponibile in ebook




Ci sono quei libri rispetto ai quali non puoi che soccombere per manifesta inferiorità. Belli, meno belli, non è questo il punto. A parte il fatto che pur affrontando temi ostici Carlo Ginzburg possiede il dono dello scrivere in una prosa che rende accessibili i contenuti, dopo avere terminato le sue opere hai l’agnizione, direi socratica, del sapere di non sapere. Ma come rovescio positivo della medaglia, emerge la concreta sensazione di avere compiuto uno sforzo vero, autentico, in direzione dell’accrescimento del bagaglio culturale. E se la vecchiaia manterrà lucida la mente, dei libri di Carlo Ginzburg ti ricorderai, sentendo le nozioni ivi contenute circolare tra i neuroni, alcune fissarsi addirittura tra le acquisizioni perenni, quelle che permettono di comprenderne, o acquisirne, altre e, al limite, fare bella figura durante un convivio amichevole.

Nella prefazione a questo saggio, che è una raccolta di saggi, Carlo Ginzburg ci dice che in gioventù leggeva romanzi, Lukács, Gramsci, Croce attraverso Gramsci, non amava Pasolini ma si nutriva della sua “Officina”. Poi, a un certo punto la folgorazione: la lettura de “I re taumaturghi” di Marc Bloch. Successivamente giunsero Freud, Lévi-Strauss, il Warburg Institute, Propp. A 27 anni pubblicò “I benandanti”, un libro rivoluzionario per la storiografia dell’epoca nato grazie alla scoperta casuale, all’Archivio di Stato di Venezia, di poche pagine dedicate a un bovaro friulano, Menichino da Latisana, che racconta all’inquisitore chi sono i membri di questa strana setta. E dice: siamo nati con la camicia, tre volte all’anno ci rechiamo in spirito nel prato di Josafat, a lottare con le streghe e gli stregoni per la fertilità dei campi. Lo studio attorno ai benandanti del Friuli tra ’500 e ’600 permise l’emergere di analogie sconcertanti tra le loro credenze e fenomeni lontanissimi nello spazio e nel tempo riconducibili agli sciamani siberiani.
L’officina di uno storico, con Carlo Ginzburg, divenuto tale grazie al desiderio di studiare i processi di stregoneria dalla parte dei perseguitati, può diventare una wunderkammer. A tale proposito Ginzburg ha dichiarato una cosa interessante, di richiamo dostoevskijano: «Prima è scattata una sorta di identificazione emotiva con le vittime; più tardi avrei scoperto una inquietante contiguità intellettuale con gli inquisitori». E questo perché «…in molti casi c’era, da parte degli inquisitori, una straordinaria attenzione nei confronti delle testimonianze degli imputati. Proprio come fa uno storico».
Ed entriamo nel cuore di questi saggi, dove riappariranno proprio streghe e benandanti. In questo caso non c’è magia ma il chiaro intento di un grande studioso. Sono sette per la precisione: stregoneria e pietà popolare, Warburg e i suoi continuatori, emblemi e conoscenze proibite, Tiziano e i codici della raffigurazione erotica, spie un po’ particolari, mitologia germanica e nazismo, Freud alle prese con l’uomo dei lupi e i lupi mannari. Temi apparentemente diversi a un primo sguardo ma Ginzburg chiarisce subito: «il rapporto tra «morfologia» e «storia» mi pare il filo conduttore dell’intera serie». Vediamo un po’.

Il primo è “Stregoneria e pietà popolare” ed è del 1961: alla conoscenza storica possono essere ricondotti fenomeni apparentemente trascurabili come i processi di stregoneria. Il saggio si occupa della difesa, o meglio autodifesa, di una donna modenese, tale Chiara Signorini, dinanzi agli inquisitori attorno al 1520. Nelle sue confessioni tornano vaghe reminiscenze, resistenze, di religiosità popolare antica, pagana, dove il demonio spesso richiamato è il riferimento a un sentito dire a tratti mitico. Inquisitori e streghe, all’epoca, sembrerà paradossale, credevano veramente nel demonio, nella sua presenza quotidiana, certe donne credevano perfino di farci l’amore, il sabba. E mentre si pone subito l’ovvio problema di sapere distinguere la verità dal falso, specie quando ci si mette di mezzo la tortura, a ingarbugliare le acque contribuisce la stessa Chiara Signorini che, nelle sue confessioni, comincia a fare apparire diavolo e madonna a corrente alternata, entrambi pronti a esaudire i suoi intenti. Ma Ginzburg si dimostra subito di rango ricordandoci la distinzione tra la stregoneria colta e la stregoneria popolare: quest’ultima è un prezioso documento indiretto di credenze in cui madonna e demonio si confondono in ambiti territoriali la cui religiosità è di una elementarità sconcertante ed è esiguo il confine tra fede cristiana, elementi superstiziosi e residui precristiani.
Il secondo, oggettivamente il più difficile come lettura, è “Da A. Warburg a E.H. Gombrich” del 1966, una riflessione sull’uso delle testimonianze figurate come fonte storica e il perdurare di forme e formule. In sostanza, tutti i pittori sono debitori di altri pittori e non della realtà, i loro quadri devono più ad altri quadri che all’osservazione diretta e la storia dell’arte non è che la vicenda di prestiti continui tra coloro che si succedono in una vischiosità straordinaria. Accettata questa tesi, molto gombrichiana, anche Ginzburg si accorge del problema residuo, non di poco conto: come enucleare i rapporti tra fenomeni artistici e storia politica, religiosa, sociale, culturale in senso ampio, il legame tra forma e funzione nell’arte.
“L’alto e il basso” del 1976 parte da un passo di Paolo di Tarso dove appare un detto indebitamente tradotto in latino – Noli altum sapere – e trasmesso nei secoli a venire come condanna della curiosità intellettuale. Ginzburg affronta categorie elementari di carattere antropologico in ambiti culturali diversi, i libri degli emblemi e l’evoluzione della lettura dei miti di Icaro e Prometeo, simboli della superbia umana durante il medioevo, autentici eroi durante l’illuminismo.
“Tiziano, Ovidio e i codici della figurazione erotica nel Cinquecento” è del 1978. Siamo sempre intorno al rapporto tra miti e dipinti, accomunanti da una dimensione formale, quindi morfologica, che permette di entrare a capofitto in uno strato inattingibile agli strumenti consueti della conoscenza storica. Il mondo raffinato delle divinità pagane era giunto a Tiziano tramite volgarizzamenti molto arbitrari dei traduttori a lui contemporanei che non esitavano ad aggiungere a un passo, ad esempio, delle “Metamorfosi” soggetti e accadimenti che Ovidio neppure citava. Tali traduzioni degli umanisti venivano corredate da elementari illustrazioni. Ci pensava Tiziano a renderle sublimi, prendendo tuttavia spunto dalle volgarizzazione stesse e non dagli originali latini. Magari perché non era in grado di leggerli ma di sicuro l’ispirazione si ampliava. Non solo il rey imbrattacarte Filippo II, cupa icona della controriforma, ma, ed ecco la chiosa di Ginzburg, «molti lettori anonimi delle “Metamorfosi” volgarizzate, nei loro camerini avranno proiettato le loro fantasticherie più segrete nelle gesta amorose degli dei antichi».
“Spie” del 1979 esordisce citando una serie di articoli di un italiano, Giovanni Morelli, pubblicati sotto pseudonimo tra il 1874 e il 1876 in una rivista tedesca che proponevano un nuovo metodo per l’attribuzione dei quadri antichi e che suscitarono grandi reazioni. Per Morelli non bisognava basarsi sui caratteri più appariscenti e più facilmente imitabili dai copisti ma esaminare i particolari trascurabili come unghie, forma delle dita delle mani o dei piedi, lobi delle orecchie. Un metodo indiziario. E qui Ginzburg parte con il suo stargate che lo conduce attraverso scienze moderne e antichissime. Dai cacciatori primitivi che per sopravvivere dovevano catturare animali e dunque guardare per terra per scoprire un’orma minuscola alla divinazione babilonese, dallo Sherlock Holmes di Artur Conan Doyle e il romanzo poliziesco alla psicoanalisi che cerca di scoprire le tracce più occultate di noi stessi. È una conoscenza di tipo diagnostico, in cui entrano in gioco elementi imponderabili, rinnegata dalla scienza moderna quantitativa e analitica e su cui s’infrangono le pretese delle scienze umanistiche otto-noceventesche che ancora dibattono sul quanto le loro regole si prestino a essere formalizzate.
“Mitologia germanica e nazismo” del 1984 è un saggio attorno all’opera di Dumézil e al suo libro “Mythes et dieux des Germains”, una riflessione sui tentativi di analisi del nazismo in quanto fenomeno non riducibile a componenti esclusivamente politiche, economiche e sociali. Ginzburg, non so quanto tirato per la camicia dai sensi di colpa viste le origini familiari, riconosce che sarebbe un errore limitarsi a un pregiudizio ideologico nei confronti di ricerche che spiegano lunghissime continuità in termini archetipici (tipo Mircea Eliade) o perfino razziali (tipo Otto Höfler). L’opera più originale in tale direzione interpretativa è quella di Dumézil che conobbe recensioni positive, alcune peraltro alquanto inattese come quella dell’ebreo Marc Bloch, l’autore dei re taumaturghi. La tesi di Dumézil è che ci sarebbe una continuità inconsapevole tra miti germanici, che fin dalle società più antiche ruotavano attorno a un baricentro molto militarizzato, e aspetti della Germania nazista. Nei lavori successivi Dumézil ha corretto il tiro insistendo, sì, su una continuità che tuttavia è diventata cosciente e ha preso le forme di un’ideologia indoeuropea. Un esempio di accordo spontaneo tra presente nazista e passato remoto verrebbe individuato tra le SA naziste e gli eredi degli Harii di Tacito ovvero i berserkir, gruppi di giovani guerrieri, ricordati nelle saghe islandesi, e braccio armato dei seguaci di Odino - un po’ come, banalizzando, l’Eta lo era di Batasuna e l’Ira dello Sinn Féin.

Con “Freud, l’uomo dei lupi e i lupi mannari”, l’unico inedito della serie, si torna fra streghe e processi dell’inquisizione, riappare il comune sostrato slavo delle credenze dei benandanti friulani, sciamani baltici, táltos ungheresi, kersniki dalmati - tutti nati con la camicia, con i denti, nei giorni compresi tra natale e befana - a cui era attribuito il potere di diventare lupi mannari, combattere contro i malvagi per rendere fertili i raccolti, entrare nel regno dei morti. Se Freud tende a ricondurre il caso dell’uomo dei lupi all’isteria prodotta da un trauma originario, Ginzburg replica che l’inventore della psicoanalisi finisce così per trascurare un consistente retaggio mitico. L’uomo dei lupi era un paziente russo, di buona borghesia, allevato da genitori “all’inglese” ma con una bambinaia molto superstiziosa che chissà quante, e quali, favole gli aveva raccontato. Una notte, da bambino, si svegliò di soprassalto perché davanti a sé e al letto vide una schiera di lupi bianchi appollaiati sull’albero oltre la finestra che si spalancò all’improvviso. Un sogno. Anzi un incubo. L’uomo era nato a natale e con la camicia perché la sua classe sociale di appartenenza si poteva permettere di rivestire così un neonato subito dopo il parto. Sottoposto a pressioni culturali contraddittorie, trecento anni prima sarebbe stato un lupo mannaro mentre nel ’900 era diventato un nevrotico. Ma Freud si lasciò sfuggire tutti gli elementi da benandanti e s’intestardì su quale poteva essere la scena originaria, primaria, da cui aveva preso vita la psicosi. E su tale Urszene cambiò idea tra 1896 e 1914: nella prima fase si riferì infatti ad atti di seduzione compiuti contro bambini dagli adulti, spesso parenti – le stesse streghe nelle loro confessioni sul sabba avrebbero rielaborato traumi sessuali infantili subiti – nella seconda al coito tra i genitori, oscillando in questo caso tra le ipotesi di esperienza effettiva e fantasia retrospettiva. In ogni caso, ignorò ciò che irruppe nell’incubo di quest’uomo: un contenuto antichissimo rintracciabile nelle estasi, o deliri, di benandanti, streghe e lupi mannari. La sottile linea rossa, in conclusione di questi saggi, un nucleo mitico che ha mantenuto intatta la sua vitalità per millenni.

Marco Caneschi

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