domenica 10 settembre 2017

Pillole d'autore: Il Gattopardo e la balordaggine deliziosa di Bendicò


Il 23 luglio del 1957 moriva Giuseppe Tomasi di Lampedusa, un autore appartato e completamente sconosciuto al mondo della letteratura, a cui non fu mai riconosciuto in vita l’immenso talento. Oltre a questo enorme dispiacere, Tomasi ricevette un’ultima beffa: l’impiegato comunale che comunicò la data della sua morte la scambiò con quella dell’arrivo della salma in città e sulla lapide fu erroneamente apposta la data del 26 luglio. 
Di Tomasi di Lampedusa possediamo un potente ritratto che ci ha dato Giorgio Bassani con la forza delle sue parole. Lo scrittore delle Cinque storie ferraresi poté notare quello che poi sarà conosciuto essenzialmente come l’autore del Gattopardo, durante un convegno letterario del 1954 a San Pellegrino Terme: lo sconosciuto Tomasi in quell'occasione accompagnava il già famoso cugino, il poeta Lucio Piccolo. Il principe-scrittore viene descritto come "un signore alto, corpulento, taciturno, pallido in volto, del pallore grigiastro dei meridionali di pelle scura, con il pastrano accuratamente abbottonato e la mazza nodosa del bastone che ricorda un generale a riposo".
Tomasi di Lampedusa morì senza aver visto pubblicato il suo capolavoro. Quando uscì nel 1958, Il Gattopardo scatenò un’accesa discussione, che non si è ancora chiusa, tra sostenitori e detrattori dell’opera. Al di là delle diverse prese di posizione riguardo al romanzo, l’unica cosa che si può fare leggendo Il Gattopardo è rimanere incantati e affascinati di fronte al magistrale senso dell’ironia di Tomasi, all'autentica forza lirica delle sue parole, alla sua descrizione unica dei paesaggi siciliani e dei personaggi dell’opera, don Fabrizio, Tancredi, Angelica, Concetta e soprattutto il cane Bendicò, con la sua balordaggine deliziosa. 
Il solo consiglio di lettura da dare per un libro di questo genere è dunque quello, prendendo ancora in prestito le parole di Bassani, di leggere da capo a fondo il romanzo, con l’abbandono che pretende per sé la vera poesia.


(Edizione di riferimento: Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo, Feltrinelli 1958)


Il principe aprì una delle finestre della torretta. Il paesaggio ostentava tutte le proprie bellezze. Sotto il lievito del forte sole ogni cosa sembrava priva di peso: il mare, in fondo, era una macchia di puro colore, le montagne che la notte erano apparse temibilmente piene di agguati, sembravano ammassi di vapore sul punto di dissolversi, e la torva Palermo stessa si stendeva acquetata attorno ai conventi come un gregge al piede dei pastori.

Il sole si rivelava come l’autentico sovrano della Sicilia: il sole violento e sfacciato, il sole narcotizzante anche, che annullava le volontà singole e manteneva ogni cosa in una immobilità servile, cullata in sogni violenti, in violenze che partecipavano dell’arbitrarietà dei sogni.

Quattro paia di galline attaccate per le zampe si torcevano di paura sotto il muso inquirente di Bendicò. Anche questo un esempio di inutile timore, pensava; il cane non rappresenta per loro nessun pericolo; neppure un osso se ne mangerà, perché gli farebbe male alla pancia.

Si erano attraversati paesi dipinti in azzurrino tenero, stralunati; su ponti di magnificenza bizzarra si erano valicate fiumare integralmente asciutte; si erano costeggiati disperati dirupi che saggine e ginestre non riuscivano a consolare. Mai un albero, mai una goccia d’acqua: sole e polverone. 
Il lamento delle cicale riempiva il cielo; era come il rantolo della Sicilia arsa che alla fine di agosto aspetta invano la pioggia.

Il viaggio era durato più di tre giorni ed era stato orrendo. Le strade erano delle vaghe tracce irte di buche e zeppe di polvere. La terza notte a Bisacquino il Principe aveva trovato tredici mosche dentro il bicchiere della granita; un greve odore di feci esalava dalle strade e ciò aveva suscitato nel Principe sogni penosi.

Poi la porta si aprì ed entrò Angelica. La prima impressione fu di abbagliata sorpresa. Sotto l’impeto che ricevettero allora dalla sua bellezza, gli uomini rimasero incapaci di notare, analizzandola, i non pochi difetti che questa bellezza aveva; molte dovevano essere le persone che di questo lavorio critico non furono capaci mai. Era alta e ben fatta, in base a generosi criteri; la carnagione sua doveva possedere il sapore della crema fresca alla quale rassomigliava, la bocca infantile quello delle fragole. Sotto la massa dei capelli color di notte avvolti in soavi ondulazioni, gli occhi verdi albeggiavano immoti come quelli delle statue e, com'essi, un po’ crudeli. Procedeva lenta, facendo roteare intorno a sé l’ampia gonna bianca e recava nella persona la pacatezza, l’invincibilità della donna di sicura bellezza. Molti mesi dopo soltanto si seppe che nel momento di quel suo ingresso vittorioso essa era stata sul punto di svenire.

Prima di andare a letto don Fabrizio si fermò un momento sul balconcino dello spogliatoio. Il cielo era sgombro di nuvole. Le stelle apparivano torbide e i loro raggi faticavano a penetrare la coltre di afa. L’anima del Principe si slanciò verso di loro, verso le intangibili, le irraggiungibili, quelle che donavano gioia senza poter nulla pretendere in cambio. Bendicò nell'ombra gli strisciava il testone contro il ginocchio. "Vedi: tu, Bendicò, sei un po’ come loro, come le stelle: felicemente incomprensibile, incapace di produrre angoscia". Sollevò la testa del cane quasi invisibile nella notte. "E poi con quei tuoi occhi al medesimo livello del naso, con la tua assenza di mento, è impossibile che la tua testa evochi nel cielo spettri maligni".

Don Fabrizio passeggiava su e giù per l’immensa stanza: ogni tanto al passaggio gettava un’occhiata sulla piazza: su una delle panchine da lui stesso donate al comune tre vecchietti si arrostivano al sole; quattro muli erano attaccati a un albero; una diecina di monelli s’inseguivano gridando e brandendo spadoni di legno. Sotto l’infuriare del solleone lo spettacolo non poteva essere più paesano. A uno dei suoi passaggi davanti alla finestra, però, il suo sguardo fu attratto da una figura nettamente cittadina: eretta, smilza, benvestita. Aguzzò gli occhi: era Tancredi e camminava leggero come un gatto, come qualcuno che tenga a non impolverarsi le scarpe. A dieci passi indietro lo seguiva un domestico che reggeva una testa infiocchettata, contenente una diecina di pesche gialline con le guancette rosse. Scansò un monello spadaccino, evitò con cura una pisciata di mulo. Raggiunse la porta di casa Sedara.

Alla circoscritta ombra dei sugheri il principe e l’organista si riposarono: bevevano il vino tiepido delle borracce di legno, accompagnavano un pollo arrosto con i soavissimi muffoletti cosparsi di farina cruda, degustavano la dolce insolia, quell'uva tanto brutta da vedere quanto buona da mangiare, saziarono con larghe fette di pane la fame dei bracchi che stavano di fronte a loro, impassibili come uscieri concentrati nella riscossione dei proprio crediti. Sotto il sole costituzionale don Fabrizio e don Ciccio furono poi sul punto di assopirsi. Se il calore meridiano addormentava gli uomini, niente invece poteva fermare le formiche. Richiamati da alcuni chicchi di uva stantia che don Ciccio aveva risputato via, le loro fitte schiere accorrevano, esaltate dal desiderio di annettersi quel po’ di marciume intriso di saliva di organista. Accorrevano come di baldanza, in disordine, ma risolute, poi insieme alle altre riprendevano la marcia verso il prospero avvenire; i dorsi lucidi di quegl'imperialisti sembravano vibrare di entusiasmo e, senza dubbio, al di sopra delle loro file, trasvolavano le note di un inno.

Risplendette l’estate di San Martino che è la vera stagione di voluttà in Sicilia: temperie luminosa e azzurra, oasi di mitezza nell'andamento aspro delle stagioni, che con la mollezza persuade e travia i sensi, mentre con il tepore invita alle nudità segrete.

Tutte le manifestazioni siciliane sono manifestazioni oniriche.

Se si fosse ben guardato nel mucchietto di pelliccia tarlata si sarebbero notate due orecchie erette, un muso di legno nero, due attoniti occhi di vetro giallo: era Bendicò, da quarantacinque anni morto, da quarantacinque anni imbalsamato, nido di ragnatele e di tarme, aborrito dalle persone di servizio che da decenni ne chiedevano l’abbandono all'immondezzaio: ma Concetta vi si opponeva sempre: teneva a non distaccarsi dal solo ricordo del suo passato che non le destasse sensazioni penose.

Ma era poi la verità questa? In nessun luogo quanto in Sicilia la verità ha vita breve: il fatto è avvenuto da cinque minuti e di già il suo nocciolo genuino è scomparso, camuffato, abbellito, sfigurato, oppresso, annientato dalla fantasie e dagli interessi: il pudore, la paura, la generosità, il malanimo, l’opportunismo, la carità, tutte le passioni, le buone quanto le cattive, si precipitano sul fatto e lo fanno a brani; in breve è scomparso.

Continuò a non sentir niente: il vuoto interiore era completo; soltanto dal mucchietto di pelliccia esalava una nebbia di malessere. Questa era la pena di oggi: financo il povero Bendicò insinuava ricordi amari. Suonò il campanello. "Annetta, disse, "questo cane è diventato veramente troppo tarlato e polveroso. Portatelo via, buttatelo". Mentre la carcassa veniva trascinata via, gli occhi di vetro la fissarono con l’umile rimprovero delle cose che si scartano, che si vogliono annullare. Pochi minuti dopo, quel che rimaneva di Bendicò venne buttato in un angolo del cortile che l’immondezzaio visitava ogni giorno. Durante il volo dalla finestra la sua forma si ricompose un istante: si sarebbe potuto vedere danzare nell'aria un quadrupede dai lunghi baffi, e l’anteriore destro alzato sembrava imprecare. Poi tutto trovò pace in un mucchietto di polvere livida.

Nota introduttiva e selezione dei testi a cura di Marco Adornetto

(nella foto in alto Gioacchino Lanza Tomasi, Lucio Piccolo e Giuseppe Tomasi di Lampedusa)

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