mercoledì 6 settembre 2017

Rivoluzione, individuo, ideale e nichilismo: "Morte di Danton" di Georg Büchner

Morte di Danton
di Georg Büchner
Einaudi, 2016

Traduzione italiana di Anita Raja

pp. 94
€ 10,50





La storia, almeno a grandi linee, dovrebbe essere nota a tutti: alla Rivoluzione Francese succede il Terrore, il cui simbolo è la ghigliottina, lo strumento col quale vennero applicate le condanne a morte di coloro che venivano considerati nemici, in un clima sempre più dispotico che non risparmiò neppure gli artefici del cambiamento sociale. Tra di essi, Georges Danton, al centro di questo testo pubblicato nel 1835.
Non è facile mettere in scena quella che Büchner vuole che sia una battaglia di ideali, ma il drammaturgo ci riesce imprimendo alle parole dei rivoluzionari una chiarezza che non limita la poeticità ma anzi trova la sua forza nelle metafore e nelle similitudini che la innalzano ad un valore universale. Se è vero che questa pièce è innanzitutto un dramma delle idee, è altrettanto innegabile che l'oratoria dei protagonisti è un'arte fortemente teatrale ed il risultato è dunque un lavoro che riesce a mantenere il suo fascino nel lettore e, soprattutto, nello spettatore che si trova davanti dei giganti del pensiero che guerreggiano. 



Ho ancora fresca nella mia memoria la straordinaria interpretazione di Paolo Pierobon nei panni di Robespierre per la regia di Mario Martone, vista al Piccolo Teatro di Milano. I discorsi-fiume dell'Incorruttibile sono infatti le parti che più colpiscono per la loro forza: Robespierre è un eroe tragico che rifiuta ogni compromesso in nome della Rivoluzione. Ossessionato dalla purezza, la sua battaglia diventa anche una lotta contro i vizi e, di conseguenza, contro l'individuo in nome del bene comune. E' qui che risiede l'aspetto più problematico della sua figura ed il tema centrale dell'opera, il rapporto conflittuale tra collettività e singolo, con una domanda che non ha facile risposta: fin dove ci si può spingere per cambiare la società?
L'arma della Repubblica è il terrore, la forza della Repubblica è la virtù - la virtù, perché senza di essa il terrore è guasto, il terrore, perché senza di esso la virtù è impotente.
Danton, pur avendo agito con convinzione in favore della Rivoluzione, ha una moralità differente: non disdegna una certa dose di libertinaggio e non crede alla missione di eliminare l'imperfezione dall'uomo. Disgustato dalla furia punitrice di Robespierre, non accetta che in nome di un Ideale si possano uccidere così tante persone. In lui sorgono dubbi sulle gravi decisioni che ha dovuto prendere, le quali hanno salvato la Repubblica al prezzo di molto sangue. Lo scontro tra i due protagonisti è inevitabile. Le parole di Danton riescono ad aprire dubbi nel coriaceo rivale; il momento di lacerante incertezza che coglie Robespierre poteva aprire interessantissimi spiragli che però non vengono approfonditi nel corso della trama.

Morte di Danton deve molto a Shakespeare, soprattutto nel modo di rappresentare la storia: attorno ai ruoli principali si muovono infatti numerose comparse, e quelle appartenenti al popolo arricchiscono il testo con arguzie, commenti, volgarità. I giochi di parole dei due carrettieri di Büchner starebbero benissimo in bocca ai personaggi minori del Bardo. La plebe (il cui motto “Morte a chi sa leggere e scrivere!” richiama il “let's kill all the lawyers della rivolta di Jack Cade nell'Enrico VI Parte seconda) resta comunque in stato di indigenza a prescindere dagli avvicendamenti politici.

Nella seconda parte dell'opera Robespierre è meno presente e l'attenzione è rivolta a Danton e ai suoi sodali che, inevitabilmente, vengono arrestati. Il Comitato di Salute Pubblica dimostra una totale assenza di pietà, anche nei confronti di donne e bambini. La Rivoluzione non può guardare in faccia a nessuno, nemmeno a quelli che fino a poco prima erano stati al suo fianco. Un concetto espresso in maniera limpida da Saint-Just, lucido fino al terrificante:
Un mutamento nelle parti costitutive dell'aria, un divampare del fuoco tellurico, un'oscillazione che rompa l'equilibrio di una massa d'acqua o un'epidemia, un'eruzione vulcanica, un'inondazione seppelliscono migliaia di persone. Qual è il risultato? Un cambiamento insignificante, complessivamente appena percettibile, della natura fisica, che sarebbe scivolato via quasi senza lasciare traccia se lungo il suo percorso non fossero rimasti dei cadaveri.
Adesso io chiedo: nelle sue rivoluzioni la natura spirituale deve avere più riguardi di quella fisica? Non dovrebbe un'idea avere la possibilità di annientare ciò che le si oppone allo stesso modo di una legge della fisica? E in linea di massima un evento che trasformi l'intera configurazione della natura morale, cioè dell'umanità, non dovrebbe avere la possibilità di passare attraverso il sangue?
L'esito del processo a Danton è già scritto, perché finché egli sarà in vita ci sarà una voce ad agitare il popolo contro coloro che pretendono di agire nel suo interesse.
Fino a quando le orme della libertà saranno le tombe? - Voi volete pane, e loro vi lanciano teste! Voi avete sete, e loro vi fanno leccare il sangue dai gradini della ghigliottina!
Büchner costruisce i due antagonisti mettendo in luce i rischi dell'eccesso di entrambe le fazioni: come abbiamo detto, portando all'estremo le idee di Robespierre si arriva al totalitarismo; ma l'inazione di Danton non è meno radicale; la difesa delle istanze personali contro il potere può velocemente trasformarsi in rifiuto della politica tout court. Egli viene infatti accusato di pigrizia: non sarà che il suo porre sempre questioni di fronte al cambiamento rivoluzionario nasconda la non disponibilità a rinunciare a nulla della propria condizione e dei propri desideri?
No, risponde Danton. La sua non è indolenza, ma stanchezza: non ha più le forze per continuare un gioco che, sospetta, non porterà altro che giorni uguali ai precedenti. Esprime un indole romantica (è chiaramente il personaggio più vicino alla sensibilità dell'autore, che nel testo originale tedesco lo chiama sempre Georg, ovvero col proprio nome), un animo riflessivo e cupo che adombra addirittura un desiderio di morte ("ti amo come la tomba", confessa a Julie), vista come agognata pace eterna dagli affanni cui chiama l'esistenza, oblio del mondo e di se stessi.
Il nulla si è ucciso, la creazione è la sua ferita, noi siamo le sue gocce di sangue
La grande attualità di questo autore ottocentesco consiste dunque in due aspetti: da una parte il tema controverso della legittimità della violenza quale strumento per cambiare il mondo, dall'altra gli apici lirici che preannunciano il nichilismo degli anni a venire. All'approssimarsi dell'esecuzione, quando Danton e gli altri condannati devono fare i conti col mistero della morte, i toni si fanno ancora più universali, la rivoluzione passa in secondo piano lasciando spazio allo sgomento ed al terrore degli uomini di fronte all'inevitabile. Come dice Martone nella quarta di copertina dell'edizione Einaudi:
Sotto l'apparenza del dramma storico Morte di Danton nasconde i nervi scoperti della condizione umana, così come sarà rivelata e rappresentata un secolo dopo, nel Novecento, con quella stessa incandescenza, la stessa disillusione, lo stesso urlo soffocato. Per Büchner, come per Leopardi, la Storia non è che una macchina celibe, anche se le ragioni per scatenare la rivoluzione sono sempre tutte vive e presenti.
Nicola Campostori



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