mercoledì 23 agosto 2017

Psichiatria e letteratura. Nazismo e Spinoza

Il problema Spinoza (The Spinoza Problem)

di David Irvin Yalom
Neri Pozza, 2012

traduzione di Serena Prina

pp. 441
€ 17,50 (cartaceo)


Yalom è uno psichiatra che insegna ed esercita il suo lavoro in California. Di chiare origini ebraiche, ha fatto della sua professione anche una chiave, colta e pop allo stesso tempo, di accesso alla scrittura, per romanzi che hanno come protagonisti grandi filosofi: ha cominciato con “Le lacrime di Nietzsche” e “La cura Schopenhauer”, due che con i problemi psichiatrici sono andati a nozze, ed è arrivato al problema Spinoza.
Un giorno Yalom, trovandosi ad Amsterdam, si è recato a Rijnsburg per visitare il museo intitolato al filosofo. Niente di che, ambienti piuttosto spogli e modesti ma anche una rivelazione stuzzicante: durante l’occupazione nazista dell’Olanda, il museo è stato saccheggiato da un’unità speciale, le Einsatzstab Reichsleiter Rosenberg (ERR) dedite alla confisca delle biblioteche e di materiali d’archivio, ebraici e non, guidate da Alfred Rosenberg, il sinistro ideologo del nazismo e della sua piattaforma antigiudaica, autore di un libraccio astruso e illeggibile, a detta degli stessi gerarchi, come “Il mito del XX secolo”, secondo solo al “Mein Kampf” in ordine d’importanza negli anni del führer, e impiccato dopo il processo di Norimberga nel 1946.
Il giovane ufficiale tedesco che aveva materialmente eseguito la spoliazione del museo aveva
nel suo rapporto fatto esplicito riferimento a «l’esplorazione del problema Spinoza». Quale problema poteva rappresentare un filosofo ebreo? Perché un antisemita come Rosenberg ne ha fatto sequestrare i libri?

Nasce da qui il doppio binario del romanzo, che si articola in capitoli alternati: uno a testa fra Rosenberg e Spinoza con Yalom che cerca di tenere insieme un folle tedesco d’Estonia del Novecento e un uomo mite della Amsterdam ebraica del Seicento. Rosenberg si trova sbattuto in faccia il problema Spinoza fin da quando, studente di un liceo, subisce una ramanzina dal preside della scuola che gl’impone di imparare a memoria i passi di Wolfgang Goethe in cui il massimo rappresentante dello spirito tedesco apprezza in modo incondizionato le opere dell’ebreo Spinoza. In particolare, le pagine della sua “Etica”. Ora, questa punizione, a giudizio del preside, dovrebbe rimettere sulla giusta strada Rosenberg che fin d’allora dà segnali preoccupanti di antisemitismo e di partecipazione a teorie da invasati. Evidentemente la scelta non si rivelerà vincente ma inserisce nella mente di Rosenberg un tarlo: Goethe e altri grandi tedeschi non potevano trovare edificante la filosofia di un giudeo.
Pare che venga a soccorrere Rosenberg la stessa vicenda umana di Spinoza. Ebreo sì, ma molto sui generis. Perché in virtù della sua intraprendenza intellettuale e della sua lettura eretica della Torah, incorre nel peggio del peggio che a un ebreo possa capitare. Il cherem. La scomunica. Si può considerare dunque ebreo il pensiero di un filosofo elaborato dopo che costui è stato bandito dalla sua comunità, dai suoi pari? Si è ebrei per sempre in virtù di un fatto di sangue e dunque mai ci si libera da questa maledizione razziale, oppure se ne può uscire in circostanze singolari come quelle che, indubbiamente, ha conosciuto Spinoza? Rosenberg è un po’ titubante anche se propende per la prima ipotesi. Ma c’è bisogno di un aiuto. E qui entra in scena Yalom stesso.
Yalom psichiatra non può infatti abdicare dall’inserire un’indagine psicologica per i due protagonisti e s’inventa altrettanti personaggi, suoi alter ego, che interagiscono con Rosenberg e Spinoza e ne svelano le pieghe più intime. Per Rosenberg, l’amico-psichiatra Friedrich Pfister che tenta con ogni mezzo di dissuaderlo dalla sua follia razzista, curandolo proprio con il razionalismo spinoziano. Alfred confessa a Pfister ogni debolezza: soprattutto la sua totale dipendenza da Adolf Hitler. Rosenberg di Hitler ha bisogno come l’aria: della sua presenza, di una pacca sulle spalle, di un’attenzione, di una benevolenza. Del suo amore. Altrimenti è un uomo morto dentro, anche perché sa bene che i capi nazisti non lo sopportano. Per non parlare del suo “Mito del XX secolo”. Rosenberg passerà in sostanza l’esistenza a cercare di entrare a far parte della ristretta cerchia del führer ma otterrà, non riuscendoci, solo enorme frustrazione.
Se da una parte l’idea di Friedrich Pfister poteva rivelarsi una carta vincente, devo dire che le potenzialità non sono state sfruttate. Le sue continue apparizioni e sparizioni hanno un che di poco lineare, non connettono il tessuto narrativo e in parte lo sfilacciano. Fino a una scomparsa improvvisa dove il destino dello psichiatra si può intuire mentre Rosenberg cade definitivamente nella totale soggezione a Hitler.
Anche Spinoza, nonostante l’assoluta lucidità del suo pensiero, presenta dei lati oscuri. Intanto il suo nome è trino, scherzandoci un po’ sopra. Baruch-Bento-Benedictus Spinoza. Le varianti denunciano una vicenda alquanto intricata: quella di ebreo, quella di marrano trapiantato ad Amsterdam per sfuggire alle persecuzioni dell’inquisizione, quella di filosofo razionale alla ricerca della verità. La sorella Rebecca e il fratello Gabriel  non condividono il rifiuto delle tradizioni e il distacco dalla comunità ebraica. A Baruch non resta che scrivere i pensieri su un quadernetto e frequentare l’Accademia di studi classici condotta da Franciscus van den Enden, dove imparerà il greco e il latino, conoscerà Platone, Aristotele e soprattutto Epicuro e la tredicenne Clara Maria, figlia di Franciscus, può impartire  e ricevere istruzione insieme agli uomini.
Spinoza sembra indirizzato verso una maturità filosofica in cui l’antica tradizione del suo popolo, scritta nella Torah, non è più opera della mano di Mosè, tanto meno di Dio, quest’ultimo è un tutt’uno con la natura e ogni religione è un concentrato di superstizioni. Pure a Spinoza, Yalom contrappone un personaggio di fantasia, Franco, da cui finisce per essere guidato alla ricerca delle proprie contraddizioni: la misoginia, il sentimento verso Clara Maria, l’immediata accettazione del cherem considerato un’occasione di libertà di pensiero e la nostalgia verso la comunità a cui è appartenuto fin dalla nascita. Certo, l’incontro con il pensiero spinoziano è favorito dai dialoghi tra Spinoza e Franco. Tuttavia, anche di Franco abbiamo un’evoluzione, a mio parere, quasi intricata: parte come spia e giunge a essere un rabbino poco ortodosso. Più che di verosimiglianza parlerei di forzata credibilità.
In ultima analisi, se il libro doveva essere l’incontro causale, nello spazio e nel tempo, fra due uomini molto diversi ma entrambi divorati dai tarli della solitudine e dell’altrui incomprensione, mi sarei aspettato uno scavo più robusto. I tarli fanno questo, per l’appunto. Consumano e consumano fino a disintegrare stabilità e consistenza. In questo libro, invece, tutto resta un po’ in superficie. Le gallerie ci sono ma non poi così profonde. Perfino per lo stesso problema Spinoza, che dà il titolo all’opera, viene da chiedersi: e quindi?

Marco Caneschi

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