sabato 5 agosto 2017

#CriticaLibera - Incontri caldi a Lanzarote: la casa-museo di José Saramago

Saramago a Lanzarote (ph. Carolina Pernigo)
Per chi ne conosce e ama l’opera, la visita alla casa di José Saramago è un’esperienza inclusiva e totalizzante, di soddisfazione inimmaginabile. Scoperta quasi per caso (la guida non la nominava nemmeno, per fortuna tramite l’etere arrivavano le indicazioni più precise di un’amica appassionata), l’abitazione si nasconde in mezzo alle altre, anonime, nelle periferie di Tías, un piccolo comune sonnacchioso di provincia, annidato nel cuore delle Canarie. Quando ci siamo approdati, io e il mio compagno di viaggio eravamo già innamorati di Lanzarote: il paesaggio aspro, la salsedine nell’aria, le sinestesie e gli ossimori cromatici di una terra fatta poesia vivente ci avevano conquistato. Come noi, lo scrittore portoghese era convinto che passeggiare in quelle distese desolate, arrampicarsi sulle pendici di un vulcano, respirare il profumo del mare, potesse essere qualcosa di simile alla felicità più piena. Trasferitosi sull’isola insieme alla moglie Pilar, in seguito alle critiche e alle censure incontrate in patria dopo la pubblicazione del Vangelo secondo Gesù Cristo, vi è poi rimasto fino alla morte, avvenuta nel suo letto il 18 giugno 2010, alla fine di una lunga malattia. Pur essendo stata trasformata in un museo, la sua residenza rimane primariamente “A Casa”, “la casa”, vissuta, amata, immaginata in ogni dettaglio, specchio perfetto dei suoi abitanti, non sacrario, bensì spazio intimo e accogliente, in cui condividere la quotidianità con le persone più care. 


L'ingresso (ph CP)
Già l’ingresso rivela lo spirito del luogo: una miscela perfettamente armonica di oggetti raccolti nel corso di una vita da quello che era un cultore dell’arte in tutte le sue manifestazioni e un collezionista (di collezioni la casa deborda: i cavalli, le penne, i ritratti dei letterati più apprezzati, e le pietre raccolte nei suoi viaggi in giro per il mondo, che gli ricordavano i paesi lontani, ma anche la necessità di guardare alla sostanza più profonda delle cose); il tappeto di lava vulcanica occhieggia al quadro di Ramìrez e rimanda all’anima più intima di Lanzarote e ai suoi contrasti, riprendendo quell’integrazione di colori, forme e materiali con cui anche lo stimato Manrique aveva lasciato la sua orma sull’isola. Siamo in quattro, noi due e una madre portoghese con una bambina sui dieci anni: fra poco ci verrà chiesto di leggere ad alta voce, nelle rispettive lingue, l’esergo di Una terra chiamata Alentejo, per sentirlo risuonare nell’aria, per apprezzarne le sonorità, coglierne meglio il senso. Su un mobiletto, un orologio segna le 4.02, come tutti gli altri presenti nella casa: è un omaggio alla memoria, una celebrazione imperitura del momento in cui lo scrittore aveva per la prima volta visto Pilar. Le tracce dell’amore per la donna del resto si trovano ovunque: la maggior parte delle foto lo raffigurano con lei; in una lui è immortalato mentre, prima del Nobel, le dedica una frase tratta dal suo Vangelo

Guarderò la tua ombra, se non vuoi che guardi te, gli disse, e lui rispose, Voglio essere ovunque sia la mia ombra, se là saranno i tuoi occhi. 
Lo studio (ph CP)
I gatti di casa (ph CP)
Lo studio dove campeggia questa immagine è occupato quasi integralmente da una grande scrivania, dove Saramago ha scritto il Saggio sulla cecità, la prima opera ad essere lì composta. Guardandosi intorno, si ha l’impressione che lo scrittore sia appena uscito dalla porta e debba rientrare in pochi istanti. Tutto nella casa dà un’idea di vita frizzata nel momento della sua scomparsa, ma senza malinconia: è un luogo amato che ricambia l’amore, che non perde il calore dell’esistenza vissuta nonostante il tempo continui a passare. Non a caso, in cucina, un gattino nero riposa su una sedia, uno tigrato attende sul balcone, lari silenziosi che passeggiano e vigilano sulle stanze, mentre ci viene offerto un caffè portoghese, secondo la tradizione con cui Saramago stesso accoglieva i suoi ospiti (e ce ne sono stati di illustri, come Bernardo Bertolucci, Susan Sontag, Pedro Almodóvar o Sebastião Salgado).

Le calamite sul frigorifero
(ph CP)
"Una casa fatta di libri", la definiva. In realtà ci si trova davanti a molto di più: i libri, sicuramente, ma anche le parole, i ricordi, i modelli intellettuali e artistici, i famigliari e i personaggi delle opere che, come ha descritto meravigliosamente nel discorso tenuto in occasione del Nobel, sono i principali maestri a cui lo scrittore, semplice “apprendista”, deve continuamente volgere lo sguardo. Tutto parla della sua passione per la vita e per la letteratura, della sua tendenza a sovrapporre e contaminare i due piani. Il primo pensiero della Nobel Lecture era rivolto al nonno, analfabeta e allevatore di maiali, ma grande cantore di storie, in perfetta sintonia con il mondo e la natura: 

The wisest man I ever knew in my whole life could not read or write. […] This Jerónimo, my grandfather, swineherd and story-teller, feeling death about to arrive and take him, went and said goodbye to the trees in the yard, one by one, embracing them and crying because he knew he wouldn't see them again.
In mezzo alle storie Saramago era cresciuto e, proprio nel desiderio di recuperare letterariamente le figure dei congiunti per salvare qualcosa di loro, poneva le basi per l’elaborazione di quei protagonisti che tanto l’avrebbero segnato, e tanto avrebbero contribuito a fare di lui ciò che era:
When painting my parents and grandparents with the paints of literature, transforming them from common people of flesh and blood into characters, newly and in different ways builders of my life, I was, without noticing, tracing the path by which the characters I would invent later on, the others, truly literary, would construct and bring to me the materials and the tools which, at last, for better or for worse, in the sufficient and in the insufficient, in profit and loss, in all that is scarce but also in what is too much, would make of me the person whom I nowadays recognise as myself: the creator of those characters but at the same time their own creation. […] I believe that without them I wouldn't be the person I am today.
Come Saramago (ph CP)
La vita deve fluire nel romanzo, se si vuole che il romanzo prenda vita. Era d’altronde grazie alla sua capacità di armonizzare la finzione con la realtà, l’etica con la fantasia, che poteva essere premiato a Stoccolma: “grazie a parabole sostenute dall'immaginazione, la compassione e l'ironia, Saramago ricostruisce e rende tangibile una realtà difficile da afferrare”. Nel soggiorno, le pareti sono tappezzate da dipinti che rappresentano i soggetti dei suoi scritti: non per vanagloria, o autocompiacimento, ma come segno di un riconoscimento dello sguardo dell'altro e dell'autonomia dell'opera, testimonianza del suo prendere vita e allontanarsi da chi l’ha composta, per essere rielaborata ogni volta dal pubblico in interpretazioni sempre nuove. Ampie finestre, quadri tra i quadri, affacciano sul giardino. Usciamo: la terra nera, pochi alberi disposti con cura, una pietra lavica posta al centro, davanti a una sedia. La guida ci spiega che era il posto in cui Saramago amava sedersi a riflettere, sentire il vento che anche oggi soffia come quando c'era lui, ascoltare stormire le fronde degli ulivi, piantati uno per uno, guardare il mare lontano e sentire in profondità che c'è Speranza per il mondo, che l'umanità deve trionfare sul male. Questo gli diceva la natura intorno e oggi siamo chiamati anche noi a fare la stessa esperienza, con gli occhi chiusi, in un silenzio che non smette di mormorare.

La biblioteca (ph CP)
Un po’ storditi, veniamo poi accompagnati fuori, attraverso la strada, verso il padiglione separato che ospita la biblioteca di Pilar e José. Quindicimila volumi inondati di luce, qui raccolti nel momento in cui la donna aveva iniziato a comperare una seconda copia dei testi, non riuscendo a trovarli nel labirinto che era diventata la casa. Nonostante l’ampiezza del salone, la sensazione che coglie il visitatore è quella di uno spazio raccolto: così, del resto, lo concepiva Saramago, che vi si recava ogni giorno per ritrovare la confidenza con gli autori e carezzare i dorsi delle copertine per far loro capire che non sono stati dimenticati. Sugli scaffali persone, non libri, diceva. E la biblioteca si muta così in un luogo di pensiero, creazione, immersione nell'opera senza distrazioni. L’ordine di catalogazione è rigoroso: nazione e alfabeto. Unica eccezione, le scaffalature per le autrici volute da Pilar e mai accettate davvero dal marito: le donne, sempre sottovalutate dagli scrittori maschi, meritavano uno spazio tutto per sé. 

Dettaglio dagli scaffali (ph CP)
Non è facile uscire dalla stanza. Complice, la presenza sorridente della nostra guida, che non ci mette fretta, ci lascia immergerci negli ambienti, sfiorare a nostra volta i volumi, aprirli magari (in una copia di un libro di Magris, ritrovo una cartolina affettuosa da lui scritta a Pilar, riposta per tenere un segno, o forse per essere trovata dagli esploratori più curiosi). Si apprezza il ritmo lento della visita, fedele a quella che doveva essere l’essenza della casa e dei suoi abitanti. La letteratura, la vita, vanno fruite un passo alla volta, assorbendo tutto quel che si riesce a trarne. Se ne esce, alla fine, irrimediabilmente più ricchi e più in pace di quando si è entrati. Questo impariamo oggi, riemergendo al sole.

Carolina Pernigo

I materiali e le informazioni utilizzate per la composizione del pezzo, sono derivate dalla visita guidata alla casa (per ulteriori informazioni potete consultare il sito ufficiale, ricchissimo); qui trovate il testo completo della Nobel Lecture.

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