giovedì 31 agosto 2017

#CritiComics – Il gekiga che i lettori italiani stavano aspettando

Ryuko - Volume 1,
di Eldo Yoshimizu
Traduzione di Valentina Vignola

Bao Publishing, 2017

pp. 256, cartonato
17,00€

La serialità giapponese ha un suo fascino unico, che nessun altro genere di fumetti possiede, fatta di numerose pagine senza dialoghi e in cui il tempo resta sospeso lasciando spazio ai pensieri e alle riflessioni di chi legge, assorbito completamente dai dettagli scelti dal mangaka per rappresentare quell’attimo preciso. Il primo volume di Ryuko appare così lontano da ciò a cui hanno abituato le letture giapponesi da risultare disarmante. Il tratto di Eldo Yoshimizu, molto simile a quello usato da Tsutomu Nihei per le sue architetture futuristiche in Blame!, poi, restituisce una dimensione tipicamente occidentale del disegno. Eppure è bastato leggere l’intensità dei sentimenti che animano i gesti di tutti i protagonisti, insieme all’intreccio delle loro azioni e delle loro vite, per accorgersi di avere in mano un gekiga a tutti gli effetti.


Nelle storie nate dal genio di autori giapponesi (quello che ci fa amare, in fondo, questo genere letterario) tutto viene preso sul serio: negli shōnen manga le ragioni nascoste dietro ai gesti dei protagonisti si trasformano in veri chiodi fissi e costanti narrative ripetute, uniche ragioni di vita a guidare, nel bene e nel male, l’etica di ogni personaggio. Così Ryuko, protagonista indiscussa e invadente di tutta la storia, fonda ogni suo gesto sulla voglia di espiare un gesto compiuto nei confronti del padre, sebbene la sostituisca presto con la vendetta e il desiderio di provare far tirare un sospiro di sollievo al suo cuore. Analoga intensità e coerenza d’animo si ritrova in Barrel, sottoposta di Ryuko nella rigida gerarchia del clan giapponese a cui entrambe appartengono ma legata al suo boss dal filo rosso del destino intriso di onore e di lealtà. Nikolai e Tatiana devono fare i conti con la loro memoria e rispondere al tormento interiore che li attanaglia, per provare una volta per tutte a dare un senso alla loro vita. Esistenze che sembrano slegate, ma che in questo vortice di eventi intrecciati tra loro che è il primo volume di Ryuko vengono miscelati con sapienza, equilibrio e con la coerenza necessaria a rendere plausibile il legame sotteso alla storia di tutti i protagonisti, lasciando al tempo stesso aperti gli interrogativi a cui solo il secondo volume potrà rispondere.

Ryuko è un vero e proprio gekiga, il nome che Yoshihiro Tatsumi coniò per identificare le immagini drammatiche dei suoi fumetti, dal tono diverso rispetto ai manga tradizionalmente destinati a un pubblico di bambini e adolescenti (la stessa distinzione che Will Eisner fece in Occidente definendo graphic novel i suoi testi a fumetti). Un testo cioè dall’elevata tensione drammatica e narrativa, ulteriormente impreziosito da un tratto di disegno nervoso e dall’elevata resa introspettiva. Elementi coerenti con l’atmosfera cupa e noir del mondo criminale in cui Ryuko fa da matrona incontrastata nella sua lotta ai clan nemici e nel suo percorso di vendetta, ricordando facilmente la furia che animava i gesti della Black Mamba di Quentin Tarantino (che, non a caso, ha trovato ispirazione per il suo film nel manga Lady Snowblood di Kazuo Koike e Kazou Kamimura, al cinema con lo stesso titolo nel 1973).

Alla Bao Publishing va il merito di aver scelto un titolo completo e affascinante, adatto alla lettura di un’ampia fetta di pubblico perché interessante non solo per la trama, ma anche per i chiari e forti rimandi storici che le fanno da sfondo, dalla campagna russa in Afghanistan alla frammentazione dell’URSS con le relative conseguenze per le popolazioni locali fino alla grande criminalità giapponese dei giorni d’oggi. Apprezzabile, infine, la veste editoriale: il formato scelto dall’editore ricorda molto l’originale tankōbon 13x18 cm, pur adattato allo standard dei graphic novel occidentali spesso in copertina rigida; il senso di lettura rimane rigorosamente quello giapponese da destra verso sinistra (e quindi dalla fine all’inizio dei testi letti all'occidentale); le note di traduzione a fine volume, inoltre, conferiscono al testo una veste professionale che lascia ben sperare (e desiderare) l’uscita del secondo volume e altri titoli nipponici nel catalogo della casa editrice.


 Federica Privitera

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