lunedì 7 agosto 2017

L'incorreggibile, patologica e drammaticamente ridicola «figomania» di Portnoy

Lamento di Portnoy
di Philip Roth
Einaudi ET, 2014

1^ edizione: 1967
Traduzione di Roberto C. Sonaglia

pp. 220
€ 11,50 (cartaceo)
€ 6,99 (ebook)

Dottore, forse gli altri pazienti sognano le  cose... a me capitano tutte. Ho una vita senza contenuti latenti. (p. 206)
Ogni volta che mi avvicino a un romanzo di Philip Roth (cosa che accade almeno una volta all'anno), provo una concentrazione religiosamente pronta alla dissacrazione. Perché? Fin dalle prime pagine Roth ha il potere di sconvolgere gli equilibri, tirando il lettore nella psicologia dei suoi personaggi (spesso nevrotici, ossessivi, con tarli mentali e comportamenti socialmente discutibili). È accaduto questo anche con Lamento di Portnoy, un libro che dal 1967, anno della sua pubblicazione, non smette di avere un potere eversivo. Complice l'escamotage di un io-narrante che parla a ruota libera al suo terapeuta (rigidamente in silenzio), la personalità del protagonista è invadente fin dalle prime pagine: senza porre freno alla libertà di aprire parentesi, a mano a mano che si sviluppa il racconto della vita adulta, si fanno frequenti i ripescaggi di episodi dell'infanzia. D'altra parte, le ossessioni di Portnoy sono nate lì, lo capiamo bene pur senza essere psicanalisti: infatti, Alexander era il classico bravo bambino ebreo, devoto alla madre oltre ogni limite, innamorato di lei e desideroso delle sue attenzioni; il padre, al contrario, è sempre stato distante, concentrato sui suoi problemi di stipsi (concreti e affettivi, se vogliamo azzardare un'interpretazione), mai in grado di contrastare o di confrontarsi con la presenza invece ingombrante della moglie. In risposta alle attenzioni di Alex, la madre è spesso coercitiva e opprimente (come dimenticare, ad esempio, la sera in cui per una sciocchezza ha puntato un coltello contro il bambino?), con una palese mania del controllo che esercita il più possibile sui figli. 
La reazione di Alex, ovvero la sua ribellione, arriva con la pubertà: la masturbazione è la prima via per la costruzione di un mondo tutto suo, lontano dal controllo degli altri, alla scoperta del suo corpo, ma soprattutto nella segretezza, quel tabù diventa una provocazione. E qui, su quello che diventa vero e proprio vizio, per non parlare di compulsione patologica, Roth apre pagine di enorme ilarità: gli episodi alla scoperta del sesso (da solo e, poco tempo dopo, con una donna) si fanno frenetici, eccessivi, grotteschi. Si ride per il gusto iperbolico di Roth nello stile narrativo, ma anche per i pensieri del giovane Alex, che in un personalissimo e dissacrante cammino di formazione entra ed esce da situazioni spesso rischiose, da cui non sa però sottrarsi.
Ad attrarlo maggiormente, sono soprattutto le donne shikses, le non-ebree, che ha imparato a riconoscere con una sola occhiata. Forse, nascosto nel suo desiderio di penetrarle, anche il tentativo di entrare nel loro status sociale, di sfidare il destino e di avere un riscatto personale. Ma perché tutto questo, se Alex è sempre stato uno studente brillante e attualmente, a poco più di trent'anni, ha un lavoro decisamente in vista? Le risposte sono tante, come ad esempio si fa sempre più chiaro perché il ragazzo non riesce a concepire una vita con la "Scimmia", ragazza con cui ha una lunga e battagliera relazione: Alex è colpito da quanto la Scimmia sia disinibita e, anzi, provocante fino al cattivo gusto, ma qualcosa lo frena dal renderla la sua compagna di vita. In effetti, lei non è altro che una proiezione femminile del protagonista, ma più rude e ingenua, perché quasi illetterata e senza filtri. 
Anche i tentativi di avere una relazione con ragazze perfette sulla carta e per la propria famiglia si rivelano continuamente insoddisfacenti. E questo, tutto sommato, non fa che alimentare lo sconforto di Alex, che si vede lontano dai suoi coetanei, cresciuti rispetto alle ragazzate di quando erano adolescenti e quasi irriconoscibili. Riuscirà mai, anche lui, ad avere una famiglia e a smettere di autosabotarsi? 
Forse è questa domanda, che qua e là riaffiora nel monologo esplosivo di Alex, a mettere un po' di tristezza. Anche se noi lettori, un po' cinicamente, facciamo delle grandi risate per le sue avventure erotiche rocambolesche, non si tratta mai di risate aperte e spensierate, anzi sono piuttosto cattive nel prendersi gioco di un protagonista tanto tormentato quanto erotomane. Eppure non possiamo farne a meno, perché Philip Roth, ancora una volta, prende il politicamente corretto e i buoni sentimenti, li intacca e li corrode, per mostrarci come - senza soluzione - si racconta la vita. Astenersi perbenisti e moralisti. 

GMGhioni

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