martedì 1 agosto 2017

My Dear Sheherazade: sui racconti di Elizabeth Gaskell

I fratellastri
di Elizabeth Gaskell
Edizioni Croce, 2016

Introduzione e cura di Michela Marroni
Postfazione di Mara Barbuni
Traduzione di Salvatore Asaro

pp. 124
€ 14,90 (cartaceo)


Racconti
di Elizabeth Gaskell
Edizioni Croce, 2017

Introduzione e cura di Anna Enrichetta Soccio
Traduzioni di Eugenio Alimena, Salvatore Asaro, Flavia Barbera, Mara Barbuni, Barbara Dotti, Chiara Simionato

pp. 331
€ 21,90 (cartaceo)



È piuttosto comune associare l’età vittoriana alla forma letteraria specifica del romanzo, che proprio nel corso dell’Ottocento consolida la propria posizione nella gerarchia dei generi e assume i tratti peculiari con cui tradizionalmente lo riconosciamo. Tuttavia, la produzione letteraria del XIX secolo è assai più variegata e multiforme, come variegato e sempre ampio è il pubblico dei lettori, grazie alla crescente alfabetizzazione, alla diffusione della stampa e alle numerose riviste e giornali che cercano di andare incontro alle nuove esigenze del pubblico. Se il novel – con tutte le sue derivazioni – è riconosciuto come genere egemone della stagione vittoriana, non va tuttavia ignorato il contributo della short story nel mercato editoriale del tempo: a lungo considerato un genere minore – e, ahimè, il pregiudizio sulla forma breve non è mutato poi molto nel corso del tempo – destinato ad un pubblico non particolarmente colto, è, tuttavia, una forma espressiva con cui numerosissimi gli scrittori del tempo si confrontano, affiancando la pubblicazione di racconti sulle riviste del tempo a quella dei romanzi in tre volumi. La ragione più immediata è, come spesso accade, di natura economica: i racconti sono piuttosto veloci da scrivere e vendono facilmente, trovando spazio sui numerosi giornali del periodo e incontrando il gusto del pubblico; il three decker, per contro, necessita di tempi molto più lunghi e deve fare i conti con la censura esercitata da editori e mezzi di diffusione come le circulating libraries. Al racconto, soprattutto verso la fine del secolo, è inoltre concesso un grado di sperimentazione tematica e strutturale maggiore rispetto al romanzo, riuscendo quindi a farsi interprete di contraddizioni e complessità del tempo svincolato da censura e canoni tradizionali.

Numerosi scrittori si dedicano, quindi, alla pubblicazione di short stories, tra cui la stessa Elizabeth Gaskell, tra le interpreti più interessanti della stagione vittoriana: parallelamente alla pubblicazione dei romanzi, Gaskell non ha mai smesso, infatti, di scrivere racconti, apparsi sulle principali riviste dell’epoca, per un totale di oltre sessanta short stories. La “cara Sheherazade”, come, tra l’affettuoso e l’ironico, soleva chiamarla Dickens, si è dedicata alla scrittura di racconti, parallelamente a quella dei romanzi, nel corso di tutta la sua carriera professionale ed è proprio in queste storie che è possibile rintracciare tematiche e spunti che saranno poi caratteristici della narrativa lunga gaskelliana. Negli ultimi anni, è evidente, l’interesse per la produzione letteraria di Gaskell ha finalmente coinvolto anche il pubblico italiano, grazie soprattutto alla popolarità degli sceneggiati inglesi tratti da alcuni dei suoi testi più noti e alla lungimiranza di editori come Jo March ed Edizioni Croce che hanno contribuito a rendere accessibile l’opera di Gaskell anche per il pubblico nostrano, costruendo, un tassello dopo l’altro, la bibliografia della scrittrice di Manchester. Auspicando in un completo recupero dei testi gaskelliani, non potevano sfuggire, quindi, le recenti pubblicazioni di Edizioni Croce, dedicate alla narrativa breve: due volumi, cui sappiamo già ne seguiranno altri, inaugurati dal racconto lungo I fratellastri pubblicato lo scorso anno e, pochi mesi fa, Racconti, contenente una selezione di dieci short stories scritte fra il 1840 e il 1857, la maggior parte delle quali mai tradotte in italiano. La qualità di queste edizioni è evidente a partire dagli approfonditi saggi critici che introducono i due volumi (Michela Marroni per I fratellastri, Anna Enrichetta Soccio per Racconti, più la postfazione di Mara Barbuni al primo), dal puntuale apparato di note, la bibliografia ragionata, le interessanti appendici (Frammenti gotici incompiuti per I fratellastri): due volumi, quindi, ancora una volta godibilissimi da un pubblico esperto quanto dal lettore appassionato della narrativa di Gaskell, dove il materiale critico bibliografico permette di inquadrare adeguatamente l’opera nel contesto storico letterario del periodo di produzione, senza per questo appesantire eccessivamente la lettura. Venendo ai racconti selezionati, qui ordinati cronologicamente in base alla prima pubblicazione su rivista, consentono al lettore di compiere un interessante viaggio nella narrativa breve gaskelliana, rintracciare tematiche e spunti che saranno poi riprese ed ampliate nei romanzi, riflettere su modalità espressive ed influenze nei testi in questione e nel contesto più generale della short story vittoriana. Dopo la lettura anche solo di un paio di questi racconti, apparirà evidente come essi, paragonati ai romanzi dell’autrice, non possano essere considerati “scritti minori”, ma parte fondamentale della sua produzione letteraria e un punto di osservazione particolarmente utile nello studio della scrittura gaskelliana. In alcuni casi la tendenza moraleggiante appesantisce il racconto, eppure non mancano lampi di luce e di scrittura in cui risulta evidente il talento di una narratrice esperta, che accoglie spunti ed influenze del periodo, concentrando la propria attenzione sulla complessa realtà del tempo, tratto peculiare della produzione letteraria di Gaskell. Tanto nei romanzi quanto nelle short stories, infatti, l’occhio attento di Gaskell si sofferma su contraddizioni e mutamenti della società vittoriana all’indomani della rivoluzione industriale, ne registra problematiche e conseguenze, concentrandosi soprattutto nel ritratto di quelle vite umili, nella quotidianità del lavoro, nella lotta per la sopravvivenza. La casa, nel senso più intimo di famiglia, è un tema ricorrente con cui Gaskell si confronta in queste storie, rappresentando ancora una volta nuclei famigliari messi alla prova, dal mondo che va cambiando, dal vizio che spesso risiede nel cuore degli uomini, dal destino, da antiche colpe e promesse infrante. Sono, come frequente nella narrativa gaskelliana, uomini e donne costretti a fare i conti con la perdita e la mancanza, in uno dei tratti più autobiografici della produzione letteraria della scrittrice inglese, la cui vicenda personale è stata segnata da numerosi lutti, fin dall’infanzia. C’è, inoltre, un dualismo molto forte in questi racconti, a partire dalla contrapposizione – peculiare dell’opera di Gaskell – natura/città: la campagna ha i tratti di un’Arcadia perduta, soprattutto quando da essa si è costretti ad allontanarsi, è il ricordo dell’infanzia, di un’età più dolce, della famiglia. Ma è anche il luogo dove mettere in scena conflitti di classe nella contrapposizione borghesia/nobiltà, in cui si scontrano sistemi di valori inconciliabili tra loro. Gaskell celebra il lavoro, i principi morali a cui l’uomo non deve per nessuna ragione venire meno, la caparbietà di chi nonostante tutto non si arrende (Lo zio Peter), mentre, per contro, l’aristocrazia sembra incapace di fare i conti con la realtà, con il declino inesorabile di una classe sociale condannata dai suoi stessi vizi. Nei ritratti di antiche famiglie ormai decadute, nelle dimore un tempo sfarzose e ora abbandonate (Casa Morton, ne è un esempio), c’è tutto il senso di un mondo che cambia e a cui è necessario adeguarsi per riuscire a sopravvivere.
[…] ci si parò davanti la vista di quella casa: una costruzione imponente, massiccia e solida, di mattoni di quel rosso intenso da sembrare quasi porpora. Sul davanti c’era un grande giardino all’italiana, con due solidi pilastri sui quali troneggiavano due mostri torvi; tuttavia le mira di cinta erano malridotte e l’erba cresceva rigogliosa e selvaggia al suo interno, proprio come nel viale rialzato dal quale eravamo venute. I fiori si aggrovigliavano con le ortiche e fu soltanto quando ci avvicinammo alla casa che notammo quell’unica rosa gialla e quella rosa canina che si arrampicavano in maniera quasi ordinata sui vetri delle finestre incassate a forma di rombo. (Casa Clopton) 
La casa, poi, al centro di molti scritti di Gaskell, torna in alcuni racconti caricata di suggestioni gotiche (Casa Clopton, ad aprire la raccolta Racconti), in cui evidente appare l’eco di un gusto romantico particolarmente caro alla scrittrice, che con il genere gotico in senso stretto si confronterà più volte in racconti – questo, lo confesso, è un giudizio dettato dal mio gusto personale – particolarmente riusciti di cui sappiamo ci sarà presto una traduzione italiana, sempre per Edizioni Croce. L’influenza del gotico pervade molti di questi testi, come eco lontana, atmosfera, richiami, suggestioni, e si intreccia in qualche caso alla rappresentazione della natura di evidente stampo romantico (I fratellastri). L’elemento naturale, inoltre, è molto presente nei racconti in oggetto: una natura selvaggia, in cui l’uomo è messo duramente alla prova (L’eroe del sagrestano) e nella lotta qualche volta soccombe, il luogo dove i peccati e gli antichi rancori sono perdonati, dove la vera indole umana si rivela. La brughiera desolata, bellissima e crudele, o l’elemento naturale che nella scrittura di Gaskell si fa partecipe del dramma umano, ne enfatizza stati d’animo e sentimenti, come in uno dei racconti più belli, Lo zio Peter:
Nessun mutamento nell’aspetto del mondo esteriore avrebbe potuto dargli un solo attimo di completa tregua dall’angoscia che in quel momento, e da lungo tempo, gli si agitava nel petto. Eppure, placato dall’effetto della scena e dell’ora, egli alzò lo sguardo verso il cielo; e mentre le ultime, buie e confuse masse di nuvole scivolavano rapidamente lontano, espresse l’acuto desiderio che una brezza così benefica, come quella che soffiava in quel momento sul mondo della natura, passasse anche sulla sua vita, portando via le nubi di tormento e di desolazione che sembravano gravare, pesanti, sopra di lui.
I luoghi sono evocati dall’autrice con dovizia di particolari, siano cittadine reali o solo immaginate, in una costante attenzione per il dettaglio e il contesto storico sociale in cui le vicende sono ambientate, dal paesaggio naturale, alle contee, all’ambiente domestico. È evidente, quindi, quanto significativi siano i racconti nell’ambito della produzione letteraria di Gaskell, una forma a cui si è dedicata con costanza e curiosità per tutta la vita; le trame spesso molto articolate rispondono al gusto del tempo, mentre la predilezione per l’utilizzo della prima persona contribuisce al carattere di testimonianza che l’autrice sembra voler conferire a molti di questi testi, quasi una presa diretta dalla realtà, un vecchio racconto orale (molte short stories, infatti, sono ambientate decenni prima) che merita di essere tramandato, una storia che faccia riflettere per la sua portata morale e sociale. A confermare la rilevanza della produzione breve nella narrativa gaskelliana, l’interesse, come si è detto, per contraddizioni e problematiche della società del tempo e, soprattutto in alcuni racconti, la profondità psicologica dei personaggi insieme alla riflessione su dinamiche famigliari (Lo zio Peter, I fratellastri, solo per citarne un paio), rapporti di classe, legami, amicizie e dissapori (Temporale e raggi di sole natalizi) ed echi di un discorso sulla condizione femminile con cui più volte Gaskell si confronterà:
[…] lei e Sir John si invaghirono l’uno dell’altra nel corso della loro discussione sui gradini della casa: lei, in quella maniera profonda e selvaggia alla quale aveva improntato la sua intera vita, giù nel profondo era come se ne fosse stata marchiata. […] Diverso era il modo in cui egli amava la signora (come sono soliti fare gli uomini, mi avevano detto). Ella era una donna troppo bella per essere domata e ridotta alla sua mercé, ma forse egli lesse nei suoi docili occhi che poteva essere vinta […]. (Casa Morton)
Ma è un mondo in cui il discorso sulla Woman Question – che, soprattutto alla fine del secolo, si farà sempre più urgente – e la battle of sexes è lontana dall’essere risolta, e rimanda ad un contesto ben radicato nell’immaginario del tempo:
Sir John non tornò mai più a Morton, e riguardo alla mia signora alcune voci dicevano che era morta, altre che era diventata pazza o che era stata imprigionata a Londra. Alcuni dicevano che Sir John l’avesse porta in un convento oltreoceano. (Casa Morton)
Leggere ed amare Gaskell, quindi, significa anche leggere ed amare i suoi racconti, esempio della sensibilità di una delle interpreti più interessanti della stagione vittoriana.

Debora Lambruschini

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