venerdì 18 agosto 2017

La storia antica è sempre attuale: Assiria. La preistoria dell'imperialismo di Mario Liverani

Assiria. La preistoria dell'imperialismo
di Mario Liverani
Editori Laterza, 2017
383 pp.
€ 22

Diciamolo pure in modo chiaro: chi di voi, a parte docenti universitari e/o addetti ai lavori, si sarebbe mai e poi mai sognato che un libro rigidamente incentrato sulla Storia Antica, segnatamente del Vicino Oriente Antico, risultasse tanto contemporaneo ed anche utile per capire il tempo presente? Il merito di questa sorte di prodigio è interamente ascrivibile a Mario Liverani che in Assiria. La preistoria dell'imperialismo, uscito per Editori Laterza, riesce a realizzare un libro interessante, abbastanza pop da essere alla portata di tutti e al contempo molto rigoroso e nella selezione delle fonti e nella citazione degli storici sia antichi che contemporanei. Ne viene fuori un discorso coeso e omogeneo che cattura il lettore in una narrazione pure con notevoli picchi stilistici. Già, Assiria è già di diritto uno dei grandi saggi storici di quest'anno.

Ma da dove muove lo studio di Liverani? Da un assioma semplice e preciso: l'imperialismo, nella sua forma classica e matura di dottrina politica, non è un'invenzione della romanità bensì le sue origini, già molto compiute, vanno fatte risalire ai popoli che abitarono e colonizzarono la Mezzaluna fertile. Ora se è vero come è vero (concetto del resto sottolineato anche da Domenico Quirico  in un bell'articolo, proprio su questo volume, apparso su La Stampa il 5 luglio 2017) che il termine imperialismo non va più di moda come dieci anni fa, quando ogni movimento della politica estera statunitense veniva interpretato attraverso queste lenti, è vero anche che rimane uno dei capisaldi del modo di pensare il potere da parte sia Occidentale che Orientale. 

In più, aspetto niente affatto da sottovalutare, lo scenario in cui Liverani ambienta il suo studio è, per forza di cose, proprio quell'Iraq (parlando con termini moderni) che è il teatro del Califfato Islamico o Stato del Daesh, quindi tutto il ragionamento acquisisce ancora più fascino.

Tuttavia l'impianto del ragionamento di Liverani rifugge e dalla politica partitica e dall'ideologia, abbracciando un rigido storicismo che gli consente di avere uno sguardo da lontano, così da analizzare le cose senza il rischio di perdersi nella contingenza degli eventi o delle mode interpretative. Il destino imperiale è un sentimento comune a molti popoli ed inizia proprio in questa porzione della Terra nell'età Antica: forse perché praticamente priva di veri e propri confini naturali (se non enormemente dilatati nello spazio), la Mezzaluna Fertile della Mesopotamia meglio si deputava rispetto ad altre zone per essere il ricettacolo dell'imperialismo. 

Ma parlavamo del destino imperiale. Questo sentimento è un potente aggregante che fa si che un determinato popolo si senta deputato di accentrare su di sé sia il potere sia tutti gli altri popoli suoi vicini. 

Si è usata la parola sentimento non in senso negativo ma per indicare come questo Assiria sia fortemente un libro sentimentale perché, pur non abbandonando mai il rigido approccio storicistico di cui si è fatto riferimento prima, Liverani è abbastanza scaltro da non fossilizzarsi su noiose disquisizioni accademiche, ma è sempre brillante nell'aprire improvvisamente il discorso, parlando dei sentimenti e delle attitudini che muovono le mosse e i destini dei vari popoli, con poi paragoni, mai campati per aria, con esempi di imperialismo più vicini a noi: l'imperialismo britannico certo ma soprattutto quello americano (e russo/sovietico).

Ecco allora che Assiria, da "semplice" bellissimo testo di storiografia diventa un prontuario per comprendere meglio il mondo moderno con gli occhi di quello antico. Proprio come uno storico dell'età classica, Liverani abbandona il dato contingente per scegliere l'insegnamento verso i posteri. E in più ha una forza e una robustezza nel discorso che lo rende immediatamente con le spalle molto più larghe di tantissimi pamphlet politici che durano "lo spazio di un mattino". 

Mattia Nesto

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