martedì 8 agosto 2017

Armonie e dissonanze. "Gustav Sonata" di Rose Tremain

Gustav Sonata
di Rose Tremain
66thand2nd, 2017

pp. 289  
€ 18,00

Traduzione di Fiorenza Conte




1947, la guerra è finita da poco e il piccolo Gustav vive in Svizzera, nella minuscola Matzlingen. La madre, vedova stanca e depressa, lo educa severamente, nella speranza di regalargli una "vita come si deve", ma il bambino non capisce e si accontenta di piccole cose, trovando la felicità in una quotidianità umile, ma dignitosa: 
Si chiese se la "vita come si deve" non stesse nelle cose che solo lui riusciva a vedere - cose che stavano sotto una grata o sotto a qualcos'altro, che la maggior parte della gente calpestava senza accorgersene. (18)
È all'asilo che incontra Anton, fragile e insicuro, dalla lacrima facile. Gustav non lo capisce, la madre gli ha ripetuto troppe volte che "bisogna essere padroni di se stessi", ciononostante - o forse proprio per questo - "qualcosa [gli] fece sentire [...] che avrebbe dovuto proteggerlo" (24). Anton è ebreo, ma per Gustav questo non ha alcun significato, alcuna implicazione.
I due bambini diventano immediatamente amici e si appoggiano l'uno all'altro, anche se Gustav rimane dei due il più forte, il più autonomo, quello che troppo in fretta impara a cavarsela da solo e a sostituire il bisogno di piangere con la risata:
"Ridere era un po' come piangere. Era una strana convulsione, che proveniva però da un punto diverso del cervello. Il trucco era rimuovere le lacrime da quel punto e metterci dentro le risate" (45)
La seconda sezione inizia con il 1937, segnalando quella fluidità di tempi e di spazi che sarà propria dell’intero romanzo, perennemente in bilico tra il presente e il passato, ma al contempo sempre proteso verso il divenire dei personaggi. Si racconta, al presente, di un'Europa alla soglia della guerra e di un giovane amore che nasce e declina, quello tra Emilie e Erich, la madre e il padre di Gustav. È una parentesi attualizzante e dolorosa, che fa risaltare per contrasto il deserto che si apre nella vita della famiglia Perle dopo la morte dell'uomo, ma che va al tempo stesso a incrinare il mito dell'eroe alla cui ombra Gustav cresce e rispetto al quale non si sente mai adeguato:
"Mia madre al mio futuro non ci pensa mai".
"Sono sicura di sì, Gustav".
"Mio padre, forse, avrebbe voluto che entrassi nella polizia".
"E a te piacerebbe?"
"Non lo so. Mutti dice che era un eroe. Io non credo che potrei diventarlo".
"Sono certa che potresti. O forse non ne avrai bisogno". (94-95)
Erich, il padre, era un uomo alto e bello, idealista, che aveva lottato per un'idea scomoda e necessaria, ma non era stato in grado di sostenerla fino in fondo ed era rimasto schiacciato dalle conseguenze del suo agire, soccombendo alla propria fragilità. Emilie era stata invece una giovane donna ingenua ed egocentrica, le cui belle speranze si erano bruscamente scontrate con la durezza della vita, portandole un'amarezza insanabile e un’incapacità di amare realmente il figlio. I due genitori si erano trovati per poi perdersi, sotto il fantasma perdurante della felicità che avevano avuto e visto svanire. Gustav, però, inconsapevole di tutto ciò, vive nella continua ansia di doversi comportare da adulto per onorare la memoria del grande assente e per non dispiacere la sua “Mutti”, il più delle volte fredda e insoddisfatta. E anche quando lo diventa, adulto, il suo pensiero torna sempre ad un passato che pesa sulle spalle. A cinquant'anni, 
"Gustav pensava alla sua infanzia molto spesso. E quel pensiero faceva insorgere in lui un senso di tristezza assoluta e totale, come se nessun altro dolore avrebbe potuto farlo soffrire di nuovo in quel modo. La tristezza si addensava come un grigio cono d'ombra attorno all'idea della sua invisibilità: i modi in cui da ragazzino aveva cercato di mettersi in luce affinché la sua Mutti riuscisse a vederlo. Ma lei non lo aveva mai visto pienamente. Era rimasta pressoché cieca davanti a ciò che lui era." (189)
È l'incontro con l'anziano colonnello Ashley-Norton a dare la scossa a una situazione statica. Il colonnello è ospite dell'hotel Perle, in cui ormai Gustav trova la sua sola ragione di vita. Egli si fa portatore di un'istanza di pacificazione: di fronte ai tumulti dello spirito, è necessario trovare requie. Un sistema efficace può essere lo svago: "perdere tempo trasforma la natura del tempo. Il cuore si placa" (204). L'altro è scoprire la verità su ciò che non ci dà tregua. Un tempo testimone degli orrori di un campo di concentramento, costretto a immortalare fotograficamente ogni atrocità, l'uomo convince Gustav dell'impossibilità di continuare a nascondere la testa sotto la sabbia e della necessità, invece, di ritrovare le tracce del padre perduto per scoprire se, dopotutto, fosse veramente un eroe.
È più o meno a quest'altezza che i rapporti tra Gustav e Anton subiscono un'incrinatura: al desiderio di quiete del primo, il secondo oppone le ragioni dell'impeto, del sentimento ("Non mi interessa che il mio cuore si plachi" disse. "Voglio che sia traboccante di gioia", 214). Per Anton l'esistenza può trovare un senso nella sconfitta dei rimpianti, nel raggiungimento di una gloria sempre schivata a causa dell'insicurezza, nell'allontanamento da Matzlingen: la città che per Gustav è nido accogliente, per Anton è la prigione che soffoca ogni ambizione. Si sono rovesciati i rapporti di forza, rispetto a un tempo: adesso è Anton l'indipendente, quello che riesce a lasciarsi tutto alle spalle, mentre l'amico si rende conto della pochezza della propria vita e della vastità delle proprie insicurezze. 

Ma le strade divergenti possono forse tornare a incontrarsi, il non detto può finalmente essere espresso, le anime ricominciare a parlarsi, forse attraverso quella musica che tante volte ha unito è diviso. Il romanzo di Rose Tremain procede con delicatezza, accompagnando i due protagonisti nel loro percorso di crescita. Gustav Sonata è una storia di amicizia, di amori mancati, di possibilità inespresse, ma anche di incontri felici e di ritorni imprescindibili. E quella che potrebbe sembrare a prima vista una parabola, si rivela infine - con grande emozione – un anello, che fa tornare tutti i conti e che riporta, dopo una serie di momenti e di luoghi errati, a quello che si è sempre saputo essere il posto giusto



Carolina Pernigo



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