lunedì 21 agosto 2017

La terra promessa? A pochi passi dall'imperfetta perfezione, e a nessuno dall'addio

Terre promesse
di Milena Agus
Nottetempo, 2017

pp. 201
€ 15,50 (cartaceo)


«Ma come si fa a vivere in un posto come questo?»

Certo che magari, “un dì, se non andassero sempre fuggendo di gente in gente”, i protagonisti di Terre promesse potrebbero aspirare al raggiungimento della felicità. Invece fanno fatica, anche perché il poeta “padrino” di questo ultimo romanzo di Milena Agus appena edito da Nottetempo non è Ugo Foscolo, bensì – con tutto ciò che filosoficamente ne consegue – Giacomo Leopardi. Dunque, genericamente e, per l’appunto, leopardianamente, sono tutti egualmente condannati dalla propria umanissima natura alla pena di un desiderio inesaudibile e perpetuo. Per citare un altro scrittore ancora, ma stavolta sardo, lo specifico del loro dramma – il dramma di Ester, poi di sua figlia Felicita e poi di suo nipote Gregorio (figlio di Felicita) – è che vanno cercando pane migliore di quello di grano, senza rendersi conto di averlo già sulla propria mensa (salvo poi stupirsi o annichilirsi al cospetto di epifanie tardive e atroci delusioni). E la cercano per un intero secolo, questa manna miracolosa e risolutiva: dall’immediato secondo dopoguerra agli anni clou del boom economico, da quelli delle rivoluzioni culturali e politiche a quelli ancora successivi dell’imborghesimento generale e della presupposta ricchezza comune. Lo cercano immaginando mete e varcando mari, migrando dalla Sardegna più arretrata verso le avanguardistiche Genova e Milano, tornando poi a Cagliari e infine lasciando l’Europa direttamente per l’America, per quegli Stati Uniti in cui ogni uomo è homo faber, specialmente a New York, la metropoli-Eldorado per antonomasia. Avranno fatto bene? Avrebbero potuto fare altrimenti?


Con il suo andamento cronologico e progressivo, e con la sua scansione anche topografica dei momenti cruciali di quella che si configura come una piccola epopea familiare (Parte I: il Continente, Parte II: la Sardegna, Parte III: l’America), Terre promesse fa ripercorrere le tappe cruciali del Novecento tanto amato da Milena Agus attraverso uno dei fenomeni che maggiormente lo hanno caratterizzato, e che ancora caratterizza in proporzioni sempre maggiori e sempre più drammatiche il secolo corrente: l’emigrazione. Si parte per le ragioni più svariate: per cercare un lavoro, per evadere dalla propria frustrante quotidianità, per conoscere finalmente le cose e le persone belle che si trovano sempre altrove, per realizzare sogni d’arte e di gloria. Ciascuno con il proprio spirito di adattamento, con le proprie tenaci fantasticherie, con i propri vuoti da colmare. E a volte va bene, e a volte va male. E può capitare di scoprire che la tanto agognata terra promessa non è la cabina telefonica di Clark Kent: la trasformazione in supereroi non è affatto garantita, e i più pessimisti – o coloro che hanno la ventura di incontrarne qualcuno durante il viaggio della vita – potrebbero addirittura arrivare a concludere che «gli umani possono soltanto andarsene da un posto dove stanno male a un altro posto dove stanno altrettanto male». Sarà per questo che Ester, catapultata nel nord-Italia degli uffici e delle fabbriche, arriva a rimpiangere anche l’arretratezza più sgradevole della sua Sardegna? E quale sarà mai the place to be di sua figlia Felicita: la lussuosa dimora dell’uomo che vorrebbe sposare ma che a quanto pare non riesce ad amarla se non carnalmente? Una sezione del Partito Comunista in cui rivendicare un ruolo attivo di donna e di cittadina? Un appartamento nel quartiere della Marina di Cagliari, a tu per tu con una vicina di casa da addomesticare al senso santissimo della bontà? Una spiaggia in cui avvicinare perfetti sconosciuti? Per non parlare di suo figlio Gregorio, personaggio quasi di default in ogni romanzo di Milena Agus, esempio dell’artista bizzarro e disadattato che trova il senso del proprio stare al mondo solo grazie alla musica: lui, un pianoforte, gli spartiti di jazz. Anche nell’indigenza, anche nell’incomprensione di un quartiere multietnico e apparentemente tollerante in cui però le finestre vengono richiuse con astio all’echeggiare delle prime note. Dove costruirsi una nuova vita, a questo punto, se non nella vera patria dei musicisti improvvisatori, dall’altra parte del globo, a un oceano di distanza?

Felicemente “insidioso” come lo sono sempre i libri di Milena Agus, in cui la scrittura scientemente semplice e leggera contrasta con il peso altrimenti insostenibile delle vicende narrate, Terre promesse parla di orizzonti, distanze, sogni e speranze fin dalla sua copertina, in cui non a caso campeggia uno dei topos più ricorrenti dell’autrice sarda, nonché vero e proprio correlativo oggettivo dello struggimento e dell’ansia di infinito che affligge tanti dei suoi personaggi. Non è dato sapere se la nave stia entrando o uscendo dal porto, da dove sia partita e dove sia diretta, e nemmeno se sia l’alba o il tramonto: ciò che è certo, nel surplus di indeterminatezza, è l’inestimabile preziosità del suo carico, vale a dire il desiderio di felicità che cova negli animi dei passeggeri più disperati e quello di infelicità che disturba la quiete degli spiriti apparentemente più placidi e appagati. Non importa che siano erranti per scelta o per condizione, girovaghi senza alternative o viaggiatori privi di bussola: siamo comunque noi, alle prese con un mal di mare che forse potrebbe trovare la sua cura (o il suo placebo) nell’abbandono pacifico al ritmo delle onde e alle leggi delle maree. E a volte, perché no, addirittura restando sulla terra ferma, a pochi passi dall'imperfetta perfezione e a nessuno dall’addio:
«aveva capito che la terra promessa non era poi così distante dal posto in cui aveva vissuto tutta la vita, e in fondo bastava un piccolo sforzo per superare ciò che la allontanava dal suo solito mondo e la portava in un mondo straordinario, lì accanto». 

Cecilia Mariani




Anche Gloria Ghioni ha dato la sua lettura di Terre promesse: leggi qui

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