mercoledì 16 agosto 2017

Noia e squallore tra "Gli Indifferenti"

Gli indifferenti
di Alberto Moravia
Bompiani, 2016

pp. 324

9,35 (cartaceo)
6,99 (e-book)


Gli indifferenti sono in tutto cinque: Mariagrazia, Leo, Carla, Michele e Lisa. Gli ambienti descritti sono pochi, claustrofobici, scarni, limitati e limitanti, spesso chiusi come stanze da letto o salotti, poche e rare volte i protagonisti si ritrovano in strada. Eppure Mariagrazia, vedova e madre di Carla e di Michele, amica di Lisa e infine, amante di Leo, vive in una villa circondata da un parco. La borghesia media, pratica di feste e di inviti, di riunioni in salotto e di feste da ballo, presto rischierà di non vedere più Mariagrazia e la sua famiglia Ardengo, vittima di un crollo finanziario, costretta di lì a poco a vendere la villa: a basso prezzo se la donna l'affida all'amante Leo Merumeci, uno tra i più meschini dei personaggi, il quale potrà trarre grossi vantaggi a discapito degli Ardengo per ingenuità (o esplicitamente stupidità) di Mariagrazia, accecata di amore e di gelosia per quest'uomo; ad un prezzo onesto se la donna darà retta a suo figlio Michele, mettendo la casa all'asta e riuscendo a ricavare qualche soldo anche per campare successivamente. Questo crollo finanziario, l'angoscia di Mariagrazia di perdere la villa è il fulcro della prima parte del romanzo. Mariagrazia è preoccupata, è ossessionata dal pensiero di perdere tutti i privilegi avuti sino a quel momento facendo parte della borghesia, mentre i suoi figli sono pedantemente annoiati, privi di iniziativa, privi di qualsiasi stimolo degno di un qualsiasi ventenne al loro posto.
“Io accetterei le condizioni di Merumeci, mamma” disse Carla; “per me non vedo l'ora di lasciare questa nostra villa e di andare altrove, magari povera”. La madre ebbe un gesto esasperato: “Stai zitta tu”. Dopo di che seguì un costernato silenzio; Mariagrazia vedeva la miseria, Carla la distruzione della vecchia vita, Michele non vedeva nulla ed era il più disperato dei tre.

Carla sarà succube degli eventi, schiava principalmente della sua fissazione di voler cambiare vita, di non voler più vedere quella villa, colpevole secondo la giovane di cotanta noia. E crederà alfine che concedersi di nascosto all'amante di sua madre sia un grosso cambiamento di vita: è certa che dopo tutto sarà diverso, a partire dalla sua vita.
Si sentiva leggera e turbata, come di chi è in procinto di partire e siede per l'ultima volta alla tavola familiare, mangiando in fretta e pensando all'imminente viaggio... Invece la madre le appariva ferma per sempre al suo posto, pietrificata in quell'atteggiamento e in quella parola di rimpianto: “Si sente la mancanza di Leo” avrebbe detto anche tra dieci, tra vent'anni, e tutti i giorni si sarebbe seduta là a capotavola, pensando con rammarico all'amante perduto.

Ma quando, nella seconda parte del romanzo, si accorgerà che nulla è cambiato se non il suo corpo, crollerà di nuovo nella sua immobilità di pensiero, convincendosi che mai le cose, il destino muterà. E ricadrà nell'errore di cedere alle lusinghe sbagliate e di concedersi la scelta peggiore che possa prendere una giovane di ventiquattro anni. Michele invece è il vero indifferente di tutto il romanzo: descritto come uno psicopatico privo di emozioni e di iniziativa, non sa mai cosa dire pur di nascondere la sua naturale noiosa indifferenza verso tutto e tutti, si sforza di comunicare e di agire pur di apparire normale. E alla fine agirà come uno psicopatico, da manuale, fallendo miseramente a causa della sua imbranataggine.
Ora capiva che quell'inchino ironico dalla porta a Lisa discinta e ansante non gli era stato suggerito da alcun vero sentimento: egli avrebbe potuto con altrettanta facilità entrare, sedersi, discorrere, oppure accettare con serenità il fatto compiuto, oppure ancora portarsi via Lisa, strappandola dalle braccia di Leo; invece, con un fiuto di commediante costretto ad improvvisare la sua parte, egli aveva scelto quell'atteggiamento ironico come il più adatto o meglio, il più naturale e più tradizionale in tali circostanze: qualche parola, un inchino e via; ma poi, nella strada, nessuna gelosia, nessun dolore: soltanto un intollerabile disgusto di questa sua versatile indifferenza che gli permetteva di cambiare ogni giorno, come altri il vestito, le proprie idee e i propri atteggiamenti.

Poi c'è Leo. Il personaggio più squallido del romanzo è rappresentato da Leo Merumeci, un viscido e fetido mezzo uomo che un tempo stava con Lisa, poi con Mariagrazia, da quindici anni; ha visto Michele e Carla crescere, ma questo non gli impedisce di provare attrazione fisica per Carla e consumare dei rapporti con lei, tradendo la madre, tradendo la purezza della figlia. Un individuo che vuole trarre tutti i vantaggi possibili dalla famiglia Ardengo, compresi quelli economici della villa, lasciando sul lastrico Mariagrazia, infischiandosene.

Un romanzo duro e crudo, a tratti noioso per la totale indifferenza che traspare nei protagonisti, meschino, fastidioso per l'ineluttabilità degli eventi, per la stupidità di Mariagrazia, per la superficialità di Carla, per l'enorme indifferenza di Michele, di Lisa e per lo squallore di Leo. Descritti ognuno come un blocco monolitico incapace di apportare modifiche sul proprio presente e ancor meno di cambiare il proprio futuro, in un circuito quasi pirandelliano nella descrizione dell'infausto e inalterabile destino. Uno stile di scrittura lento, a tratti prolisso, ma moderno per la scelta dei vocaboli e per la tipologia di storia narrata.
“Gl'indifferenti!” Potrebbe essere un titolo storico. Dopo i crepuscolari, i frammenti, i calligrafi, potremmo avere il gruppo degl'indifferenti. E sarebbero i giovani di vent'anni...” così scriveva nel 1929 sul Corriere della Sera l'illustre critico Giuseppe Antonio Borgese, recensendo il romanzo di un esordiente: Alberto Moravia.
Quando Moravia aveva cominciato a scrivere il suo capolavoro giovanile nel 1925, non aveva ancora compiuto i diciott'anni. Veniva fuori da una lunga degenza in sanatorio e nelle pagine che componeva con lentezza perché era molto debole metteva qualcosa di più delle semplici velleità letterarie di un infatuato di Rimbaud e Dostoevskij.


Un romanzo, Gli indifferenti, scritto nel 1929 come esordio di Alberto Moravia che venne criticato e destò scandalo per le tematiche trattate. All'avanguardia per quei tempi, decisamente ancora attuale ai giorni nostri, squallore, indifferenza e noia inclusa.  

Alessandra Liscia


Anche Gloria Ghioni ha scritto su Gli indifferenti: leggi qui

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