sabato 29 luglio 2017

#CriticaLibera - Perché non Yanez? Lettura retrospettiva e semiseria de "Le tigri di Mompracem"

Quest'estate ho deciso di rileggere uno dei classici della mia giovinezza, il volume che dava l'avvio alla saga dei Pirati della Malesia. Emilio Salgari, mio concittadino, non era un grande viaggiatore (tendeva a spostarsi solo sulla carta geografica e in punta di penna), ma sapeva creare universi in grado di competere con quelli immaginati dai più illustri autori di feuilleton, Alexandre Dumas in primis. Da adolescente lo adoravo, e trascorrevo in sua compagnia intere giornate in spiaggia, sotto l'ombrellone: alla frequentazione dei miei simili, preferivo di gran lunga quella dei "tigrotti" e (c'è bisogno di dirlo?) ero perdutamente innamorata di Sandokan. Sandokan era l'uomo ideale: bello e tenebroso, passionale, ingiustamente perseguitato dalla sorte ma fermo nella reazione, orgoglioso ma in grado di cedere all'amore per la bionda Marianna.
Oggi, su un'altra spiaggia, sotto un altro ombrellone, alle soglie di un'altra epoca, ho capito di essere invecchiata. È successo più o meno quando ho realizzato, e non senza sconcerto, di preferire Yanez. Potrei anche aggiungere di aver trovato Sandokan a stento sopportabile. 

Ma veniamo ai fatti, noti ai più: la Tigre della Malesia, il più temuto tra tutti i pirati, unico dominatore dell'isola di Mompracem e votato esclusivamente alla vendetta contro i conquistatori britannici, colpevoli di aver annientato la sua famiglia sottraendogli il trono a cui aveva diritto, sente un giorno parlare della "Perla di Labuan". Incuriosito e desideroso di verificare la fama di straordinaria bellezza di cui gode la ragazza, si precipita sull'isola nemica. Perde tutti i suoi compagni, due navi ben armate e viene ferito quasi a morte. Per quella fatalità che guida sempre felicemente le avventure dei romanzi d'appendice, viene trovato e soccorso da Lord Guillonk, zio e severo tutore proprio di Marianna, che Sandokan ha così modo di incontrare e frequentare, seppure sotto mentite spoglie. L'amore che lo coglie è tale che, anche una volta scoperto e costretto alla fuga, non avrà più altro scopo che quello di riaverla con sé.

Cosa amavo in questa storia a quindici anni? Il coraggio con cui Sandokan disobbediva alla voce della ragione in nome del sentimento, l'amore portato al valore estremo di sacrificio di sé, la cieca ostinazione nell'inseguire il proprio desiderio e guardare in faccia il pericolo senza paura o indugio. 

I fatti, nel tempo non sono cambiati. Ne devo desumere quindi di essere cambiata io. O, più precisamente, che sia cambiato il mio modo di percepire l'eroe romantico. Di questo cambiamento di percezione si era già parlato in riferimento al Conte di Montecristo (leggi la recensione), ma qui l'impatto è stato ancora più straniante, perché al modello costituito dall'avventuriero tormentato si è sostituito un contromodello che – nell'ottica della Carolina lettrice adulta – batte il primo a mani basse. Oggi, Sandokan mi sembra più che altro uno sciocco, egoista e superficiale; uno che è pronto ad immolare gli amici più devoti, che si abbandona a un'ossessione e perde il controllo di sé. Uno condannato inesorabilmente alla rovina, se non ci fosse chi si occupa di lui nonostante lui. E, allora, per fortuna che c'è Yanez. Yanez è fermo e sicuro dove Sandokan è emotivamente instabile e passa dalla rabbia all'ebbrezza con sconcertante rapidità; Yanez è ironico laddove Sandokan è piagnucoloso; Yanez è concreto quando l'altro manca di ogni buon senso e perde di vista il quadro generale della situazione:
"Ed io dovrò aspettare fino a domani?" "Non mancano che tre ore all'alba." "Una eternità!..." "Una miseria, Sandokan. E poi nel frattempo il mare può calmarsi, il vento diminuire di violenza ed i prahos ritornare qui."
Come un ragazzino, il capo dei pirati non riesce a porre neanche un attimo tra sé e la realizzazione del proprio capriccio, e l'amico, solo di qualche anno più anziano, lo guarda con la sorridente bonomia del fratello maggiore, cercando (il più delle volte invano) di riportarlo a più miti consigli:
"Io sono pronto a tutto, anche a scagliare i miei uomini contro un reggimento intero." "Allora facciamo colazione, fratellino mio" disse Janez, ridendo "questa gita mattutina m'ha aguzzato l'appetito in modo straordinario."
Yanez è quello dei piani ponderati ed efficaci, Sandokan quello che li manda a monte con iniziative avventate; il primo rimane saldamente ancorato alla realtà, mentre il secondo divaga con effetti involontariamente grotteschi:
"L'ho veduta e l'ho trovata così bella da farmi girare il capo. Quando poi l'ho veduta piangere...""L'hai veduta piangere!..." gridò Sandokan con accento che aveva dello strazio "Dimmi chi è stato a farle spargere delle lacrime!... Dimmelo ed io andrò a strappare il cuore a quel maledetto che ha fatto piangere quei begli occhi!...""Diventi idrofobo, Sandokan? ...Ella ha pianto per te."
E se la Tigre della Malesia si erge dritta sulla poppa della nave sfidando le cannonate avversarie in preda a un delirio di onnipotenza che espone a sovrumani pericoli tutti i compagni e che una volta mi avrebbe stregata, oggi sono più pronta a lasciarmi affascinare dal buon portoghese, che adotta soluzioni pragmatiche seppur ineleganti per tirarsi fuori senza danno dalle situazioni difficili:
Egli si trovò disarmato con la fanciulla ancora svenuta e il lord dinanzi. “Aiuto, Sandokan!” gridò. Il lord gli si precipitò addosso gettando un urlo di trionfo, ma Yanez non si smarrì. Si trasse rapidamente da un lato evitando la sciabola, poi urtò col capo il lord atterrandolo.
E così avanti, in un'alternanza pressoché continua di manifestazioni di passioni estreme controbilanciate da episodi carichi di ironia, protagonisti di un'epica dissacrante che integra la principale linea narrativa drammatica. Può essere un po' estremo affermare che Salgari fosse celatamente un umorista, ma si sa per certo che in Yanez lo scrittore vedeva una proiezione migliorata di sé. Di tutto ciò, tuttavia, io mi sono accorta solo ora. Che siano semplicemente cambiati i miei gusti in fatto di uomini? O che ci sia invece una ragione più profonda nel mio - e forse non solo mio - diverso atteggiamento mentale?

Forse, se il format del feuilleton è ancora efficace (si pensi al successo delle serie TV), per chi è ormai diventato grande non lo sono più - o non più del tutto - gli ideali eroici e i tipi di eroe che esso propone. La vendetta rimane un topos amato, un motivo narrativo efficace, ma non lo è più il trasporto che l’accompagna; piuttosto si pone l’accento sul calcolo attento, sulla freddezza dell’esecuzione, si pensi al fortunato Revenge. L’amore che fa perdere la testa ha visto sbiadire il suo fascino: a noi della non-più-giovanissima generazione, alle prese con le problematiche della vita quotidiana, la testa dopotutto piace averla ben salda sulle spalle e alla disperazione preferiamo un po’ di sano senso pratico, la fermezza di fronte alle avversità, e la capacità di riderci su. E, come Salgari, ci ritroviamo più in Yanez, sicuramente meno eroico e “colossale” rispetto alla Tigre (lui non spicca balzi di sedici metri, né svelle catene a mani nude), ma più umano, più attuale, più adulto. Permane del resto, anche nel cambiamento dei modelli di riferimento, il piacere della lettura: il gusto di rientrare ancora una volta nella jungla nera, di affrontare insieme ai protagonisti le tigri e gli implacabili oranghi, di duellare sul ponte di bordo tra il fischiare delle palle di cannone e il precipitare degli alberi mozzati. Perché, dopotutto, è sempre bello tornare ragazzi per un po’

Carolina Pernigo

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