venerdì 28 luglio 2017

La fine dei vandalismi: istantanee di vita e felicità misurata

La fine dei vandalismi
Di Tom Drury
NN editore, 2017

Traduzione di Gianni Pannofino

pp. 400
€ 19 

Ha richiesto un tempo considerevole scrivere de La fine dei vandalismi, il primo romanzo della trilogia di Grouse County pubblicato in Italia da NN editore; similmente al tempo che ho impiegato per entrare nella storia, avvicinarmi ai personaggi, imparare a muovermi nella contea immaginata da Drury. Spesso la lettura – e la scrittura di un articolo, di una recensione – è per me qualcosa di immediato, una sorta di colpo di fulmine o al contrario, vivendo io molto spesso per assoluti, di odio viscerale.
È andata diversamente con questo romanzo, intorno a cui le aspettative erano piuttosto alte, alla fine forse non pienamente soddisfatte, ma dimostrazione ancora una volta dell’incanto esercitato dal Midwest sui narratori americani. Pubblicato a puntate sulle pagine del New Yorker nel 1994, il romanzo di Drury si compone di tanti racconti, frammenti di vita e poesia, che sembrano arrivare sulla pagina quasi in presa diretta, lo sguardo dell’autore pronto a farsi da parte, a non giudicare. Una modalità narrativa che conquista e respinge insieme, un frammento via l’altro, il caos e la casualità della vita impresse sulla pagina per mezzo di un tono lieve e malinconico pur non privo di ironia, a tratti. Forse è proprio questo tono quasi sommesso a non convincere del tutto, i personaggi che numerosi affollano la storia e si confondono tra loro, sullo sfondo, i protagonisti con cui non nasce un legame immediato, totale. Poi, qui e là, lampi di luce abbagliante: la descrizione di un sentimento che nasce, le parole scelte con cura per racchiudere tutta la poesia di un paesaggio bellissimo e struggente, la descrizione di un dettaglio, di un gesto all’apparenza casuale, che contengono invece tutto il senso di un legame in cui le parole non sono necessarie.

La fine dei vandalismi è stato spesso accostato alla Trilogia della pianura di Haruf e certo non mancano punti in comune: la strutturazione in trilogia, la stessa casa editrice che per la prima volta ha portato in Italia entrambe le storie, l’ambientazione, tematiche e spunti, l’interesse per quella vita semplice scandita dalle stagioni e dal duro lavoro, la provincia americana che sa farsi interprete di storie universali. Eppure, allo stesso modo, le due vicende non potrebbero essere più diverse, per modalità espressive, intensità emozionale, attese.
Al centro della narrazione, nel romanzo di Drury, il legame tra Louise Darling, assistente fotografa da poco separata dal marito, e Dan Norman, lo sceriffo della contea: due vite che si intrecciano, in maniera spontanea, senza scene grandiose da commedia rosa, ma con la semplicità della vita reale.
Si alzò, girò intorno al letto e si sedette in poltrona. Da lì riusciva a distinguere la sagoma della schiena di Louise. Era una creatura piena di bellezza e tenerezza da quel punto di vista, e Dan pensò che forse sarebbe stato meglio se l’avesse incontrata tanto tempo prima. Lui aveva trentasette anni e come sceriffo di quella contea, che pure non era molto popolata, aveva visto le cose più atroci. […] Faceva fatica a conciliare questi ricordi con la visione di Louise che si spazzolava i capelli al mattino, prendendoli semplicemente in una mano per poi spazzolare con l’altra la coda così ottenuta; o che faceva una battuta sarcastica con gli occhi che le brillavano e un bicchiere posato sulle labbra; o che guidava la sua auto con i capelli legati e l’avambraccio fuori dal finestrino.
Si trovano, si scelgono, cercano in qualche modo di superare le prove della vita, le delusioni e una felicità tanto più vera perché imperfetta. È, a mio avviso, uno degli aspetti più interessanti di questo romanzo, che si fa racconto intimo ed universale insieme di esistenze ordinarie scosse dalla casualità della vita: non c’è niente di più semplice e allo stesso tempo di più impossibile da rappresentare degnamente sulla pagina.
Pochi eventi a scandire la trama, una folla di personaggi sullo sfondo, l’attenzione per il dettaglio marginale, il tempo scandito dallo scorrere delle stagioni, la sola cosa che sembra davvero mutare in quell’angolo di mondo. Ecco, in narrazioni di questo genere, che la parola assume un valore assoluto, il ritmo, la scelta del tono, sono parte integrante della vicenda. Possiamo avvertirle distintamente le tribolazioni del traduttore, Gianni Pannofino, intento a rendere nella maniera più adeguata una narrazione che oscilla tra malinconico ed ironia, il tono lieve, quasi sommesso, e poi d’improvviso illuminato da lampi di poesia struggente. Un dualismo non sempre perfettamente riuscito, in una storia che fa della frammentarietà intrinseca elemento tanto di forza quanto di debolezza.

E, ancora una volta, si compone di innumerevoli spunti e chiavi di lettura, che guidano ognuno di noi ad osservare la vicenda da angolature differenti, mentre alla trama principale si intrecciano i numerosi dettagli e storie dei personaggi secondari, che sono il mondo stesso di Grouse County: rapporti famigliari, padri assenti, uomini incapaci, donne sole, rivalità e battibecchi. È la provincia americana, dove la vita scivola un giorno via l’altro, dove capita che ad un ballo contro il vandalismo il perdente della città si metta nei guai proprio perché sorpreso a compiere un atto di vandalismo e venga arrestato dal nuovo compagno della sua ex moglie; dove anche le cose brutte succedono, i crimini, la violenza, l’infelicità opprimente di un quotidiano senza via d’uscita; dove un neonato abbandonato in uno scatolone fuori da un supermercato convince lo sceriffo a girare tutta la contea nel tentativo di rintracciare la madre, trovarsi faccia a faccia con la solitudine e l’infelicità e fare la propria scelta. E, ancora, dove un uomo e una donna si innamorano, lentamente, e il sentimento è tutto lì, nei gesti semplici, nei silenzi, nelle parole banali che vogliono dire molto altro, molto di più:
«Sono contento di vederti» disse Dan
«Avvicinati un po’» disse lei. «A che cosa stai pensando?»
«Alle tue sopracciglia».
«Si? E che cos’hanno?»
«Mi domandavo che effetto fa baciarle» 
La felicità, misurata. Il dolore, le parole che non servono:
Dan le stringeva la mano così forte da non riuscire più a capire dove finiva la sua e dove cominciava quella di lei.
Drury costruisce una storia di umanità e resistenza, lieve e malinconica, che qualche volta inciampa in una narrazione un po’ troppo piatta, per poi sorprendere con l’intensità di alcuni passaggi. È il quotidiano di esistenze come tante, in un Midwest immaginario eppure realissimo, universale. Sono le nostre vite, quelle che non vorremmo mai trovare impresse sulla pagina ma che poi, qualche volta, la letteratura sa rendere speciali. 

Di Debora Lambruschini 
@DeboraL85
@deboralambruschini


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