giovedì 15 giugno 2017

Swing Time


Swing Time
di Zadie Smith
Mondadori, maggio 2017

Traduzione di Silvia Pareschi

pp. 420
€ 22 (cartaceo)


Come diceva il buon vecchio Holden:

Quelli che mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere e tutto quel che segue vorresti che l’autore fosse un tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira.

Ecco, personalmente è dai tempi di White Teeth (Denti Bianchi, nell’edizione italiana edita da Mondadori) che vorrei diventare la migliore amica di Zadie Smith, poterla chiamare, scriverle, ogni volta che sento il bisogno di una conversazione brillante, intelligente, arguta. Ora, scherzi a parte, il fatto è che raramente ho trovato un altro autore capace di incantarmi allo stesso modo, non solo grazie ai suoi libri ma anche nel corso di interviste, incontri, dibattiti. Ho sviluppato nel tempo una profonda ammirazione per la scrittrice inglese, intellettuale vivace, abile narratrice di storie, sempre attenta a sfuggire ad etichette e stereotipi. Il fil rouge di temi e spunti che lega i suoi principali scritti – identità, razza, famiglia, multiculturalismo – si traduce a questo punto della sua carriera letteraria nello sguardo lucido e attento con cui indaga la società contemporanea, le dinamiche mutevoli del mondo, riuscendo comunque ogni volta a rinnovarsi, pur restando fedele alle materie a lei più care e congeniali. Un testo dopo l’altro, Smith riesce nel miracolo di non ripetersi ma, al contrario, dimostra il proprio talento osservando ogni volta la storia da angolature differenti, ritornando poi all’essenzialità della narrazione: la famiglia, i legami, l’identità.
Swing Time, l’ultimo romanzo da poco pubblicato anche in Italia nell’ottima traduzione di Silvia Pareschi, è la conferma della scrittura matura di un’autrice capace di passare agilmente da una forma letteraria all’altra. Ed è, probabilmente, il suo romanzo più politico ed intimo insieme.
Una storia in cui la danza, come evidente già dal titolo che si richiama ad un celebre film con Fred Astaire e Ginger Rogers, riveste un ruolo importante, il mezzo per cui le due giovani protagoniste – bambine, prima, nella Londra degli anni ’80, poi donne tra anni ’90 e 2000 – si avvicinano, riconoscendosi in una passione comune, nei sogni di successo davanti alle immagini di quei ballerini del passato, perfettamente coordinati, eleganti, fissi nel tempo. Ma ben oltre l’interesse comune, ciò che istintivamente le avvicina, che le attrae l’una verso l’altra come una calamita, è quel riconoscersi immediatamente nel colore della pelle: sfumature differenti, forse, ma per entrambe esempio di quella mixed race che, nei sobborghi multiculturali i Willesden (North London) le porta in maniera naturale a legarsi. Un’amicizia – sbilanciata, a tratti crudele – che dura fra alti e bassi per tutta l’infanzia e la prima età adulta, fatta di incontri quotidiani e passioni comuni, poi allentata da differenze, distanza, rancori e gelosie. Da quel legame, Zadie Smith costruisce una storia di sogni infranti, amicizia, affetti e distanze, un racconto di formazione poco ortodosso che è un affresco vivace di un mondo complesso e contraddittorio, ma non per questo privo di ironia e bellezza. Il rapporto tra la protagonista voce narrante della vicenda e l'amica Tracey, tra i punti focali del romanzo, si rivela fin da principio un legame difficile, in cui la parte più forte domina e controlla l'altra, più docile, malleabile, mentre via via che la storia si schiude, gli antichi rancori e gelosie corrompono ogni cosa, con conseguenze spesso tragiche:
 «Mentiva sempre. Aveva questa idea che mio padre era perfetto e voleva rovinarmelo, voleva farmi odiare mio padre come lei odia il suo. Da allora non sono neanche più riuscita a guardarlo negli occhi. Ed è stato così fino alla sua morte.»
Accolto calorosamente da pubblico e critica, racchiude in sé molteplici chiavi di lettura e spunti, risultando particolarmente interessante dal punto di vista tematico quanto strutturale: Smith plasma le parole e costruisce una narrazione in prima persona – mediante, quindi, un punto di vista assolutamente soggettivo e parziale sulla vicenda – su diversi piani temporali che non si susseguono in un preciso ordine cronologico ma, al contrario, scorrono pagina dopo pagina tra presente e passato, flashback, brevi episodi, rinunciando almeno in parte alle tradizionali convenzioni narrative, tra anticipazioni e colpi di scena preannunciati.
Una modalità narrativa costruita con l’obiettivo di concentrare tutta l’attenzione del lettore sugli aspetti veramente importanti della storia, su quelle tematiche e spunti di riflessione che ne costituiscono il cuore pulsante: l’identità, in primo luogo, che cambia a seconda di chi guarda, l’amicizia, naturalmente, e, non da ultimo, il rapporto madre e figlia, a mio parere uno degli aspetti più interessanti della storia. A questi si legano numerosi altri motivi, ognuno in qualche modo altrettanto importante, centrale.
È la sensibilità di ognuno di noi mentre leggiamo la storia, credo, a farci percepire in maniera differente ciò che Swing Time rappresenta, a privilegiare un punto di osservazione o un altro. Perché, come già detto, è un romanzo dalle molteplici letture che, nel racconto di quelle due vite semplici, anonime a tratti, intreccia riflessioni più profonde su rapporti famigliari ed affetti, ma anche il discorso spesso problematico su identità, razza, appartenenza, eredità storica, sogni, aspirazioni e desiderio bruciante di migliorare, le difficoltà del diventare adulti, fino alla riflessione su celebrità, benessere, visione del mondo e valori contrastanti fra Occidente ed Africa. Un romanzo molto ricco, quindi, la cui abbondanza, tuttavia, è al servizio di un narratore esperto, capace di costruire una storia dalle molteplici sfaccettature senza rischiare di perdersi e allontanarsi troppo dal cuore della questione.

Il centro, nella mia personale lettura, è perfettamente rappresentato dal rapporto tra madre e figlia, che in sé racchiude anche il discorso più ampio su legami, razza, identità, e su cui Smith costruisce le pagine più belle ed intense. Da una parte Tracey e la madre, donna debole che lei stessa facilmente governa, che proietta ogni speranza di felicità e riscatto su quella figlia piena di talento, ma per la quale non è capace di rappresentare veramente una guida, un punto di riferimento, metterla in guardia dai pericoli del mondo e dai limiti stessi del suo talento. Dall’altra la protagonista senza nome, voce narrante della storia, e sua madre, il personaggio più intrigante del romanzo, che rappresenta tutto il contrario della madre di Tracey:
«È stata una giovane madre, poi una madre single. Voleva fare delle cose ma allora non poteva: era in trappola. Ha dovuto lottare per avere un po’ di tempo per sé.»
Una donna forte, caparbiamente decisa a costruirsi una vita soddisfacente oltre il ruolo di moglie e madre – per i quali, va detto, non pare in effetti particolarmente portata – convinta che con un’istruzione adeguata sia possibile migliorare la propria condizione di partenza, superare i limiti che il mondo sembra ostinato ad imporre sulla base del sesso e della razza.
Ero più brava come cantante che come ballerina – non ero affatto una ballerina –, anche se andavo troppo fiera della mia voce, cosa che, lo sapevo, infastidiva mia madre. Cantare mi veniva naturale, ma ciò che veniva naturale alle femmine non faceva colpo su di lei, neanche un po’. Dal suo punto di vista, tanto valeva andare fiere di respirare, camminare o partorire.
Un marito innamoratissimo che nonostante tutto la sostiene sempre, ma troppo debole e sbiadito per essere davvero protagonista nella vita di una donna come questa, forse più concentrata a salvare il mondo che a rendersi conto di quello che succede davvero nella sua casa, nel cuore di sua figlia, dietro la porta di Tracey. Eppure, è un personaggio estremamente affascinante, imperfetto, certo, come tutti gli adulti di questa e molte altre storie, con la propria dose di colpe e mancanze, ma a mio avviso assolutamente intrigante. Nel rapporto, problematico e mai davvero risolto, con la figlia ci sono un milione di scontri generazionali, discussioni, ribellioni, contrasti, esempio di uno dei legami più importanti e talvolta complicati dell’esistenza di un essere umano, di una donna. Madre e figlia, che in questa storia si scontrano e troppe volte sembrano incapaci di comprendersi:
Cosa vogliamo dalle nostre madri quando siamo bambini? Completa sottomissione. vuoi solo che tua madre ammetta una volta per tutte che lei è tua madre e solo tua madre, e che la sua battaglia con il resto della sua vita è conclusa. Deve deporre le armi e venire da te. E se non lo fa, allora è davvero guerra, proprio come è stato fra me e mia madre.
Il senso del rapporto madre-figlia è, in qualche modo, racchiuso tutto in questo brano, estremizzato, certo, dalle logiche della narrativa, ma in fondo molto simile a ciò che è reale. Chiediamo alle nostre madri di rinunciare a sé stesse e allo stesso tempo di non starci troppo addosso, di essere guida discreta, complice, alleata, ma di non intromettersi più di tanto nelle nostre scelte, nei nostri sbagli. Un gioco di equilibri che non sempre riesce. Ma se guardiamo alla madre della protagonista nel suo essere semplicemente donna, si svela un altro personaggio ancora, di nuovo intrigante, dalle molteplici sfaccettature: femminista, attivista politica, amante, compagna, una donna che non si accontenta, decisa a spostare sempre un po’ oltre l’asticella dei limiti che la società vorrebbe imporle. Nel farlo, travolge con la sua passione e caparbietà tutto ciò che la circonda: quel marito debole e inadeguato, una figlia incapace di rendersi conto dei privilegi che la circondano.
[…] le donne, nei racconti di mia madre – che avrebbero potuto correre più veloci di un treno in corsa, se fossero state libere di farlo, e che invece, poiché erano nate nel momento e nel luogo sbagliato, non erano potute scendere a nessuna fermata, e nemmeno entrare in stazione. E io non ero forse molto più libera di loro – nata in Inghilterra, nell’epoca moderna –, oltre che molto più chiara, con il naso molto più dritto, molto meno confondibile con l’essenza stessa della Nerezza? Cosa poteva impedirmi di continuare il viaggio? 
Un personaggio irritante a tratti, eppure affascinante, una di quelle madri che ammiriamo sulla carta, ma che in fondo non molti di noi sarebbe disposti ad avere come genitore nella realtà. Ed è sempre attraverso il rapporto madre e figlia e i legami famigliari, che il romanzo ci spinge ad interrogarsi su identità e razza, a partire dal significato di crescere in una famiglia mista: 
«Ma non crescerà confusa?» «Come farà a scegliere tra le vostre culture?» –, tanto che a volte sentivo come l’intero scopo della mia infanzia fosse dimostrare ai meno illuminati che non ero confusa e non avevo difficoltà a scegliere. “La vita è confusa!” era l’imperiosa ricusazione di mia madre. Ma non c’è anche una profonda aspettativa di identicità tra genitore e figlio? Io mi sentivo estranea sia a mia madre sia a mio padre, come se mi avessero scambiata alla nascita […].
Tuttavia, come efficacemente sottolineato da Taiye Selasi nel suo articolo per il Guardian, tutto è relativo in questo romanzo, i confini fluidi, ogni cosa può essere osservata e interpretata da punti di vista differenti che diventano altrettanto differenti verità: «Here we come to Smith’s second major preoccupation: relativity. Nothing in this novel exists in the absolute. Race, colour, class, even happiness, exist only as relative concepts» .

L’identità problematica, ha a che fare in questo romanzo non soltanto con il colore della pelle, ma anche con la sfida di diventare adulti e trovare il proprio posto nel mondo, e confrontarsi con realtà spesso molto differenti da quella da cui proveniamo, che ci mettono di fronte all’evidenza di come il metro di giudizio tra benessere e povertà, felicità e sofferenza, sogni e aspettative, possano avere interpretazioni molto diverse da quello che siamo abituati a pensare. Per la protagonista, così introversa, riflessiva, confusa talvolta, la rivelazione di quanto in fondo molte cose che credeva assolute siano semplicemente relative, avviene, simbolicamente, durante un viaggio di lavoro in Africa, che la costringe a fare i conti con la propria idea di identità e appartenenza, benessere. È una parte molto importante della storia, che rappresenta anche un momento di svolta dal punto di vista narrativo, ma, più profondamente, è un luogo, un momento, centrale nello svelamento del personaggio, nel suo percorso come individuo, prima ancora che come donna. E, come il romanzo di Smith ci ha insegnato, rivela innumerevoli altri spunti su cui soffermarsi a riflettere, tra cui, in primo luogo, l’azione degli interventi umanitari, l’impatto che hanno sulle realtà locali, gli errori di valutazione e la superficialità che qualche volta sembra guidare le scelte, il metro di giudizio e la mentalità occidentale applicati a luoghi e culture che troppe volte non ci sforziamo di comprendere davvero. Arrivati nel Paese per costruire una scuola femminile, si rivela un mondo distante dagli stereotipi che siamo abituati a pensare, mentre lo sguardo della protagonista si sofferma sempre più sulle conseguenze dell'intervento occidentale, le buone intenzioni rovinate dalla superficialità:
Anch’io avrei voluto chiedere qualcosa. Perché il preside ha due mogli, perché alcune ragazze si coprono la testa e altre no, perché tutti i libri sono strappati e sporchi, perché le lezioni sono in inglese se a casa non parlano inglese, perché gli insegnanti sbagliano a scrivere le parole sulla lavagna, e se la nuova scuola è per le femmine dove andranno i maschi?
E, ancora, i soldi e il benessere che attraggono come una calamita e rendono così facile abituarsi a nuove consuetudini, dimenticare il passato e chi eravamo; gli antichi rancori, le invidie e i segreti, che lasciati assopiti sono alla fine pronti ad esplodere distruggendo un equilibrio già precario, una «catena di cause ed effetti» che sembrava impossibile da prevedere o che forse era semplicemente destino. Smith, tra eventi presenti, ricordi e flashback, racconta una storia intensa, fatta di innumerevoli altre storie e spunti, scegliendo una narrazione che sembra sfidare convenzioni e consuetudini del romanzo anticipando i punti di svolta, rinunciando quasi del tutto alla suspense, per concentrare la sua completa attenzione su ciò che è davvero importante, in un testo che è, ancora una volta e forse mai come prima per la scrittrice inglese, politico, intimo, universale.

E a passo di danza si muove accompagnando il lettore in questa storia, facendoci credere per un attimo che sia un esempio di quel “best friend Bildungsroman” che sembra andare tanto in voga negli ultimi anni, ma ribaltando ancora una volta la nostra prospettiva, mostrando personaggi per cui è davvero difficile immaginare una qualche forma di riscatto, di consapevolezza, di vittoria sul proprio destino, a voler semplificare. È la vita, tra cadute, sbagli, salite e successi, che si alternano, quasi mai seguendo un ordine preciso.

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