domenica 18 giugno 2017

L'utopia della parola scritta: Jean-Paul Sartre si chiede "Che cos'è la letteratura?"

Che cos'è la letteratura?
di Jean-Paul Sartre

Il Saggiatore, 2009 (1960)
trad. di Domenico Tarizzo et al.

pp. 588
€ 15,00



Il piccolo Sartre si avvicina ai libri in punta di piedi, li osserva dallo studio del nonno e ne brama il possesso. "Ero abbastanza snob da esigere di possedere libri miei", scriverà ormai quasi sessantenne nell’autobiografia “Le Parole” (Il Saggiatore, traduzione di Luigi de Nardis), un “autoritratto con libri”. La proprietà dell’oggetto è l’identità dentro cui si riflette quella del bambino, lo spazio dove può tranquillamente accrescersi a dispetto delle carezze materne. A sopravvivere è un animo oppositivo: non “come gli adulti”, vuol diventare il fanciullo, bensì contro di essi. I libri che sceglie confliggono infatti con le letture di cui il nonno vorrebbe si vestisse, il vecchio Hugo o lo schietto La Fontaine: il piccolo preferisce i romanzi d’avventura. "Ancor oggi", annota Sartre "leggo più volentieri i volumi della 'Sèrie Noire' che Wittgeinstein".

1947. Sarte è francamente di moda tra i giovani parigini (e non solo tra quelli, un londinese, Colin Wilson, troverà la fortuna nei maglioni accollati e attraverso l’opera “The Outsider”, Lo straniero, citazione del più celebre Étranger di cui Camus aveva tracciato l’indifferente profilo nel 1942). Era il 1945, inoltre, quando la conferenza “L’Esistenzialismo è un umanismo” aveva infiammato col soffio dell’impegno politico l’animo di quanti credevano d’aver raggiunto la più autentica conoscenza del mondo per mezzo della nausea di cui avevano letto nell’omonimo romanzo sartriano. Qualche mese prima era stata inaugurata la rivista “Les Temps Modernes”, di cui Sartre scriverà, tra le righe di presentazione: «è nostra intenzione concorrere a produrre certi mutamenti nella Società che ci circonda».

Nella mente di ogni lettore si produce una teoria della letteratura, la quale si manifesta nelle dita che sfogliano la costina, nello sguardo che si lascia rapire dal frontespizio. Quelle che ne “Lo spazio letterario” il critico Maurice Blanchot delinea quali “circostanze”, nei luoghi di editori, esigenze finanziarie e obblighi sociali, paiono confinamenti necessari perché la letteratura sia tale. “Cos’è la letteratura?”, s’interroga allora Sartre, in un testo che Il Saggiatore presenta al pubblico insieme a una raccolta di moltissimi altri scritti del filosofo che abbiano a materia la critica letteraria.

Se proprio si desiderasse ricercare una direttrice su cui tenta di operare il saggio, si potrebbe scorgerla in quella della libertà, di cui già la filosofia esistenzialista, attraverso “L’Essere e il Nulla”, aveva fatto un crocevia della propria riflessione, in equilibrio tra metafisica e antropologia: la letteratura si presenta per uno scrittore quale luogo di un totale esercizio di libertà. Essa non si manifesta, al pari dell’arte pittorica, dentro l’economia di una critica della realtà (il pittore può decidere di descrivere una scena di guerra alla maniera della “Battaglia di Aboukir” di Jean Gros come a quella della “Guernica” di Picasso) attraversa piuttosto l’immaginario per provare un contatto con quella stessa realtà. La letteratura è da considerarsi in ogni caso utopia in quanto propone l’istituzione di un ideale inesistente, essa è lontana dalla descrizione e vicina alla produzione. Se, per Sartre, non si "dispongono i significati" è perché per essi non basta rappresentazione grafica, c’è invece bisogno di una fabbricazione che abbia a mezzo le parole. È in tal senso che si può escludere la poesia dalle arti letterarie, giacché "i poeti rifiutano il linguaggio", lo piegano al desiderio delle sensazioni e della conformazione visiva. Il significato si realizza completamente nella prosa. Ogni oggetto di un racconto vive nient’altro che di relazione con gli altri: quell’astuccio di cartone che contiene la bottiglietta d’inchiostro di cui scrive Antoine Roquentin nelle prime pagine de “La Nausea”, esiste soltanto in funzione della sua riflessione, così come quella stessa riflessione e lo stesso Roquentin che la produce sono vincolati dalla presenza di quel “parallelepipedo rettangolo”.

V’è, infine, il lettore, colui a cui ogni opera è dedicata. Sartre ne suggerisce una genealogia e dimostra come egli, secolo dopo secolo, sia ben lontano dal farsi universale, si conforma anzi in "gruppi potenziali" che decretano di un autore successo o miseria. Gruppi, già, classi sociali, le medesime di cui si occupa la filosofia politica, quelle che attraverso lo scrittore e i prodotti letterari affermano le proprie identità in forma di ideologie. Fuori dal confinamento della letteratura come opera di speculazione, Sartre propone uno sguardo che costantemente si preoccupi dell’uomo, ne difenda prassi e visioni del mondo. Se, scrive, «lo scrittore è inutile» è perché egli dimentica, per cattiva memoria come per buona astuzia, che il proprio strumento può fabbricare una libertà dove si esprima «l’universale concreto all’universale concreto». Alla prosa il compito di realizzare utopie.


Antonio Iannone

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