sabato 10 giugno 2017

Pretese d'immortalità: la guerra per Ferruccio Parazzoli

Amici per paura
di Ferruccio Parazzoli
SEM, 2017

pp. 219
€ 15,00


Amici per paura è un bel libro con un titolo non molto centrato. Non è l’amicizia, infatti, il nucleo fondante del romanzo, né tantomeno la paura: il giovanissimo Francesco, protagonista della storia, osserva infatti gli eventi con la serena inconsapevolezza di chi la guerra la vive come un gioco.
Infarcito dagli slogan e dalla retorica fascista, esaltato dai film dell’Istituto Luce che ogni domenica va a vedere con la famiglia, nelle orecchie i motivetti accattivanti delle canzoni del regime, il bambino cresce immerso in una realtà che non è distinguibile dallo stato bellico, “condizione quotidiana che si erano immedesimati a vivere. Ogni azione, ogni ora della giornata era riferita alla Guerra” (11).
Eppure la Guerra, parola altisonante che evoca imprese gloriose e lontane, battaglie vinte e nemici ferocemente sottomessi, non viene associata al timore, appare anzi qualcosa di desiderabile e ambito, un sogno per il futuro: per ora ci si può limitare a giocare con i soldatini di carta sul balcone, ma un giorno, una volta cresciuti, arriverà il momento tanto atteso di schierarsi in prima linea, di combattere sul serio. Fino a quel momento, tutto quel che accade intorno resta solo narrazione, spettacolo avvincente da osservare con la trepida attesa di quel che verrà e accadrà (sicuramente ad altri):
Francesco non aveva paura dei  bombardamenti, gli sembrava impossibile che le bombe cadessero proprio lì dove era lui, sicuramente ci sarebbero stati i morti, alcune case sarebbero crollate, come si diceva fosse già avvenuto non sapeva dove, ma era chiaro che lui, di tutto questo, era e sarebbe stato soltanto uno spettatore (14).
Nell’universo familiare e protetto in cui Francesco cresce, l’idea della morte non è bandita, a volte anzi arriva molto vicina (muoiono la zia Maria, la nonna, persino il nonno), ma viene risemantizzata ed esorcizzata come qualcosa che capita sempre a chi è più anziano, più sfortunato. La morte è una cosa da grandi, rispetto alla quale i bambini sono magicamente immuni. Per questo è più facile avere paura del temporale, con la sua carica inarrestabile e minacciosa, che non della Guerra, che incombe e rischia realmente di travolgere tutto, ma resta solo avventura eccitante agli occhi dei piccoli esaltati che fingono assalti al terrapieno della ferrovia o nella penombra delle loro case:
Francesco correva nel corridoio e nell’ingresso sotto il Crocefisso, dando e ricevendo morti eroiche sul pavimento di piastrelle, stringendo il fuciletto con la canna di latta, dono della Befana fascista, in testa il cappello con le piume da bersagliere. Morì molte e molte volte, come davvero morivano i veri soldati, mai lui, immortale piccolo dio della Guerra, sempre resuscitando a nuove battaglie (38). 
Amici per paura potrebbe sembrare a prima vista un romanzo di formazione; Francesco impara la vita a poco a poco, la realtà irrompe nel suo mondo epico attraverso esperienze progressive: lo sconcerto e l'incredulità dei primi bombardamenti su Roma, la fuga nelle campagne marchigiane con la madre e la sorellina, l’avvicinarsi inesorabile del fronte bellico a Macerata, che pareva intoccabile, cinta dalle sue mura “come nei vecchi castelli delle fiabe” (52). La sua è però una presa di consapevolezza solo parziale: il bambino vede gli aspetti più oscuri della guerra, la confusione dei fronti, la labilità del confine tra il bene e il male, tra uno schieramento e l’altro, tra la giustizia e il sopruso. Vede che anche i buoni, gli eroi, a tratti cadono, come don Elio, abbattuto mentre saltava da un tetto all’altro, non si capisce se dai tedeschi o dai partigiani. Quello che non capisce pienamente è quanto la Guerra coinvolga anche lui in prima persona, preferendo cullarsi nella propria ingenuità di bambino, nella propria pretesa immortalità: “‘Tu non hai paura della guerra?’ ‘Io non ho paura della guerra’” (79); “Io non credo di poter morire come Leo, nemmeno se mi sparano, nemmeno se bombardano tutta la città” (81); “I bambini invece no, i bambini sono immuni. Lui era un bambino ed era immune. Di questo era assolutamente certo, da non pensarci neanche” (83-84); “Noi non ci possono fucilare. Ammazzano solo i grandi, come i partigiani, come don Elio che l’hanno tirato giù dai tetti” (180); e così avanti, come un mantra rassicurante che attraversa l’intera narrazione, al di là di ogni evidenza. Anche di fronte alla prova lampante della falsità di tali asserzioni, Francesco rifiuta di venire a patti con la verità, cercando ancora una volta una scusa consolatoria che consenta di rimandare ancora per un po’ il momento di crescere sul serio. Non è dunque l’amicizia evocata dal titolo che fa diventare grandi; non è nemmeno la paura che inizia a tratti a farsi sentire, con “l’indefinibile odore delle fredde macerie, […] a trasmettere un’inconscia sensazione di precarietà, di inconsistenza di ogni progetto, di ogni affetto” (205), sempre prontamente rinnegata. È, semmai, un pungolo inaspettato che riemerge dalle rovine delle case abbattute: i libri sopravvissuti, ricercati, raccolti e custoditi da un impensabile Noè della cultura, il signor Anselmo, faccendiere della borsa nera e mercante di volumi, cultore della bellezza e della parola stampata, della letteratura come modo di sopravvivere alla barbarie. Sono i libri  infatti che possono rivelare nella distruzione “che cos’è la vita, come sia bello e difficile vivere. E anche Dio, sì, anche Dio c’entra in qualche modo” (203). È questa piccola scintilla di meraviglia, questo squarcio su mondi lontani, che apre la strada a sentimenti nuovi, a nuove aspettative per la propria esistenza: 
Quando [la maestra della prima elementare] gli aveva chiesto che cosa avrebbe voluto fare da grande, […] lui aveva risposto: ‘Il fante’. Adesso era certo che, se qualcuno gli avesse rivolto la stessa domanda, avrebbe risposto; ‘Voglio scrivere libri’ (208).
Con l’afflato ampio e poetico del cantastorie, Ferruccio Parazzoli dalla realtà si slancia così a tratti verso la poesia, restituendo alla scrittura, alla forza dirompente della parola, il ruolo che le spetta nella salvezza di un cosmo disastrato e solo apparentemente perduto. 

Carolina Pernigo

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