sabato 17 giugno 2017

"Nudi come siamo stati", il secondo esordio di Ivano Porpora

Nudi come siamo stati
di Ivano Porpora
Marsilio, 2017

pp. 335
€ 18,00


Nudi come siamo stati è il secondo romanzo di Ivano Porpora. Esce a cinque anni di distanza dal suo libro d'esordio, La conservazione metodica del dolore, pubblicato da Einaudi Stile Libero nel 2012. Un intervallo piuttosto lungo, in cui Porpora non pubblica niente – almeno, niente nel campo della narrativa lunga.

La concisione dei numeri è il modo migliore per rendere chiaro un primo dato di fatto: in un'epoca che ha sancito la necessità dell'iper-produzione narrativa come unica via possibile per sopravvivere ai frenetici risucchi del turn over in libreria, uscire con un secondo romanzo cinque anni dopo aver esordito significa, poco più poco meno, esordire di nuovo. In editoria come in molti altri settori, ormai, il tuo valore è il valore dell'ultima cosa che hai fatto: e quasi nessuno ha la memoria così lunga da riuscire a ricordarsi il valore di un esordio che risale a così tanto tempo fa.

A questo si aggiunge un secondo dato: come Porpora sottolinea almeno due volte nel libro (nella dedica e nell'Avvertenza dell'autore), la scrittura di Nudi come siamo stati ha occupato gli ultimi nove anni della sua vita. Un parto piuttosto lungo, il cui concepimento si colloca addirittura quattro anni prima dell'uscita de La conservazione. In altre parole: se la matematica non è un'opinione, in un certo senso Nudi come siamo stati si può considerare il vero esordio di Ivano Porpora.

Anzi, forse in più di un senso.

Questa è una storia vera. È l'ultimo tentativo che faccio per venire a capo dei miei pensieri: per catalogarli, farli rientrare come un gregge che mi è scappato di notte.

A parlare qui è Severo, la voce narrante della prima delle tre parti di cui si compone il romanzo. La storia che ci racconta (e che ci assicura essere vera, anche se in alcune occasioni sarà proprio a lui a metterne in discussione la realtà) cerca di ricostruire ragioni e significati della relazione tra lui, la sua fidanzata Anita e Arsène Jamet, famosissimo pittore francese che vive a Reggio Emilia, parla poco di sé e del suo passato e inspiegabilmente, tra tanti, sceglie proprio Severo come suo allievo. Una relazione che avrà ben poco a che fare con l'insegnamento tradizionale della pittura, prendendo ben presto la forma di una specie di codipendenza, quasi di un'osmosi. In un'atmosfera che si fa ogni giorno più parossistica, maestro e allievo si sfideranno a trovare non la risposta giusta, ma la giusta domanda, quella destinata a dare senso alla loro esistenza, a rivelare il significato della loro autentica missione. Nascondendo le proprie giustificazioni sotto la cenere eternamente tiepida di passati irrisolti, conflitti edipici e identità individuali tanto fluide da confondersi e scambiarsi continuamenteo, Severo e Arsène si distruggono a vicenda per potersi ricostruire. Per fare finalmente i conti con se stessi, con le proprie mancanze e i propri falllimenti.

Cosa rimane di noi? Questa era la domanda, porca troia. Cosa rimane di noi dopo che tutto quanto se n’è andato, dopo che la marea ci ha lasciato i detriti e portato via quello che chiamavamo amore?

Da Viadana, in provincia di Mantova, a Reggio Emilia e poi a Collobrières in Provenza, dal 2005 agli anni Settanta e poi risalendo ancora fino al 2008, Porpora alterna situazioni, registri e voci narranti anche molto diversi tra loro. Segue avanti e indietro nello spazio e nel tempo i percorsi travagliati dei suoi protagonisti, osservandoli o incalzandoli, frastornandoli di incomprensioni, false consapevolezze e improvvise rivelazioni, mantenendo il racconto sempre in bilico tra salvezza e perdizione, resa e perdono. Porpora fa esplodere il presente di Severo e scava nel passato di Arsène, nel tentativo di spiegare quali colpe e quali fallimenti li abbiano resi ciò che sono. Poi li spinge fino al punto di rottura e resta lì, a vedere cosa succederà loro dopo averlo superato.

Nel suo "secondo esordio" Porpora non si è certo risparmiato. Nudi come siamo stati è un romanzo complesso, denso, esigente, che pretende dal lettore un coinvolgimento emotivo non inferiore a quello che deve averne guidato la stesura. Per accompagnare Severo e Arsène nel loro progressivo disvelamento è necessaria la più completa attenzione; la disponibilità a instaurare con i personaggi un'interazione sufficientemente intima da indovinare le ragioni dei silenzi, delle mezze verità che i due si raccontano per proteggersi, dei vuoti sparsi qua e là nel racconto a segnare la linea di frattura tra passato e presente, condanna e assoluzione.

Una scommessa non facile, provare a tirar fuori qualcosa di nuovo da una struttura narrativa già tanto battuta come la tensione dialettica maestro-allievo. Per fortuna Nudi come siamo stati non si gioca interamente su quella perché, per quanto la figura di Arsène sia così ben riuscita da giganteggiare sulle altre, si ha qua e là l'impressione di assistere a scene che da L'attimo fuggente in poi (ma anche da prima) suonano un po' come citazioni che citano se stesse. L'iniziale, reciproca negazione di Severo e Arsène, le ritrosie a spogliarsi delle maschere protettive dietro cui hanno scelto di nascondere i rispettivi sviluppi interrotti, la creazione di un surrogato di rapporto padre-figlio-fratello a compensare le ferite mai sanate nelle famiglie d'origine: nella grammatica narrativa di una storia così, tutti questi elementi sono poco più che l'alfabeto o, per restare nell'ambito della pittura, la tela o i colori. Ingredienti basilari, insomma, poco altro.

Per rinnovare una storia che parte così serve un passo ulteriore e per fortuna Porpora lo fa: nel corso del loro rapporto Arsène e Severo non si limiteranno, come da formulario del genere, a incontrarsi e scontrarsi, formarsi deformandosi a vicenda, scavare fino all'osso nelle rispettive personalità per rivelarsi, infine, nudi a se stessi. Si spingeranno più in là, arrivando a sostituirsi, in un certo modo, l'uno all'altro. Accomunati dalla progressiva perdita di consapevolezza che li ha resi ciò che sono ora, i due pittori finiscono per superare la loro tensione trasformandosi in una specie di unica entità alla deriva. Sulla scacchiera su cui stanno giocando la loro partita il nero diventa bianco, il bianco nero, forza e debolezza si scambiano e per un attimo nessuno dei due rimane in piedi.

Resta una domanda, una sola, la stessa per entrambi: cosa ci faccio qui? Perché proprio io?

Sai se la tua missione è finita o meno dal fatto di poter sentire il tuo respiro. Se respiri, non è finita.
Capire quale sia la propria missione al mondo è la direzione principale a cui tendono, spesso inconsapevolmente, le vite di Severo e Arsène (di Anita non serve parlare granché: nelle parole con cui Severo introduce il racconto Anita dovrebbe essere "quasi tutto", in realtà si riduce a poco, non molto più che una figura ancillare con la funzione primaria di fare da stimolo emotivo all'uno o all'altro dei due). Non è però l'unico tema affrontato dal romanzo: tutt'altro.

In Nudi come siamo stati ogni nuovo incontro, personaggio o dialogo sembra generare nuovi temi, ulteriori suggestioni. I padri ingombranti e le madri assenti portano con sé l'incomunicabilità, la solitudine, l'inevitabile necessità di distribuire l'amore in parti diseguali, la difficoltà del perdono. La pittura e gli scacchi (le due arti che fanno da sfondo al romanzo) mettono in tavola questioni come l'equilibrio delle forze nei rapporti, il valore degli avversari, la dignità dell'individuo. Con Verano, il falegname di Collobrières, ci troviamo a parlare di antichi dèi e di palpiti della crescita, mentre vecchi rancori politici si insinuano nel discorso; del resto, a Collobrières, è impossibile non ricordare il nazismo e il periodo di Vichy, ed ecco un nuovo tema. Padre Armas, che non crede più in Dio, ci spinge a riflettere sulla religione e sul conforto offerto agli altri. E così via.

Proprio come in un esordio, a volte si ha l'impressione che l'autore abbia così tanto da dire da sentire quasi la necessità di dilatare gli spazi della sua storia per farci stare tutto. Come se la vita fosse una cosa troppo grossa per ridurla a uno o due temi, soprattutto quando si tratta di esistenze costrette a fare i conti con problemi irrisolti profondi come quelli di Severo e Arsène. Eppure un romanzo non è la vita: è solo il tentativo migliore che abbiamo a disposizione per provare a capirci qualcosa, della vita. Nella sua ansia di dire tutto, indagare tutto, affrontare tutto, Nudi come siamo stati soffre qua e là di una certa pesantezza, un sovraccarico di suggestioni che distraggono senza, in alcuni casi, riuscire a giustificare del tutto la propria presenza. È il caso della parte sul vichismo a Collobrières, che si prende uno spazio forse superiore alla sua utilità; o della serie di incontri che popolano il viaggio di Arsène, prigioniero dello smarrimento assoluto di chi cerca di tornare a una casa che non esiste più, nella terza parte, che non avrebbe affatto sofferto di qualche personaggio in meno (tra tutti, paradossalmente, proprio quello che presta la sua voce a concludere la storia, che con la sua presenza contribuisce a ridurre ancora di più l'importanza del ruolo di Severo, già un po' schiacciato dal peso della personalità di Arsène).

All'urgenza talvolta eccessiva dei troppi temi messi in pagina corrisponde in un certo modo la letterarietà della lingua di alcune parti del romanzo (principalmente la prima). Nudi come siamo stati è scritto bene, molto bene: forse persino troppo. Il lavoro di cesello con cui Porpora ha modellato parole, frasi, immagini del romanzo sbalza non di rado dalla pagina con un percettibile moto di autocompiacimento. Leggendo alcuni passi, possiamo quasi immaginarci Porpora che mette finalmente il punto alla frase e si congratula con se stesso della riuscita. Niente di male, intendiamoci: l'artista deve sempre essere visibile dentro la sua opera, come lascia intendere Arsène a Severo durante una lezione. Diciamo che in questo senso Porpora ha preso molto sul serio quell'insegnamento.

Nudi come siamo stati è un libro che si rivela lentamente, pagina dopo pagina, davanti al suo lettore, senza mai cedere alla facile tentazione di blandirlo, anzi: stimolandolo, sollecitandolo continuamente a cercare la propria personale risposta alle molte domande che pone. Nel farlo mostra i suoi pregi e i suoi difetti. I secondi risentono forse di una lavorazione troppo lunga, di un desiderio troppo forte di scrivere per "fare letteratura": caratteristica tipica di molti esordi. I primi (la capacità di costruire personaggi forti calati in un'architettura coerente, la sicurezza nell'uso della lingua, la profondità dello sguardo, l'intensa empatia con le vicende narrate che trasuda da ogni pagina) rivelano uno scrittore solido e maturo. Di una maturità che si compirà pienamente, con tutta probabilità, nel prossimo romanzo.


Luca Pantarotto
@HoldenCompany

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