giovedì 11 maggio 2017

Il "vento traverso" di Anna Pavone che soffia poesia


Vento traverso
di Anna Pavone
Le Farfalle, 2017

€ 12,00 (cartaceo)



In una scena di Mary Poppins entrata nell'immaginario di molte generazioni una folata impetuosa di vento - "vento dell'est" - spazza via le aspiranti baby-sitter in attesa del colloquio di lavoro con l'austero Mr. Banks. A questo punto devo confessare che tale reminiscenza cinematografica mi si è presentata, con un'evidente associazione libera di idee, durante la lettura di Vento traverso di Anna Pavone, edito per i tipi de Le Farfalle del poeta-editore Angelo Scandurra rinomato per le attenzioni e la cura artistica che pone alle sue creature editoriali. Associazione arbitraria, si diceva dunque, dato che il volume della Pavone non ha niente a che vedere con baby-sitter, bambini vivaci, banchieri della City da salvare; il "vento" che attraversa le pagine di questo libro così atipico è invece il medium che spalanca al lettore porte e finestre di un mondo parallelo (e molto spesso invisibile) situato sulla 'linea d'ombra' che separa la cosiddetta ragione dall'altrettanto cosiddetta follia.

Anna Pavone, che da grande "voleva fare il dottore dei pazzi", come si legge nell'aletta di quarta di copertina, tiene fede a questa vocazione infantile e dunque la ritroviamo qui intenta a raccogliere frammenti, brandelli, cocci, schegge, crepe di chi, a torto o a ragione, per vari motivi, è stato bollato e allontanato dalla società per ciò che oggi siamo usi chiamare, con tutti i crismi del politically correct, 'diversità mentale'. Tema che ben si presta a sponde e richiami pirandelliani (di cui tra l'altro l'autrice si è occupata in un precedente volume), ma che in Vento traverso la Pavone vuole solo ricondurre alla dimensione di una testimonianza in presa diretta (ma non oggettiva o, peggio ancora, asettica) che si muove nell'alveo di una prosa che ha il passo e il respiro della poesia.

Non referti psichiatrici, dunque, ma lacerti di esistenze spezzate, sfiorite, ferite, denigrate, abbandonate che questo vento che soffia di "traverso" propaga nelle orecchie di chi è disposto, maternamente, ad accoglierle e accudirle. Le parole che Anna Pavone 'registra' sulla carta sono appunto, il più delle volte, sconnesse, terremotate, surreali, iper-lucide, squartate, nutrite dal e nel silenzio oppure partorite da un caos di voci che si sovrappongono dentro la testa del "paziente": la poesia del libro nasce proprio da questo scarto.

Sembrerebbe una Spoon River della pazzia, se non fosse che in questo caso l'autrice etnea dà la parola a soggetti psichici che non si distinguono l'uno dall'altro per particolari dati anagrafici - eccetto alcuni casi in cui il 'genere' del paziente ha modo di manifestarsi nella sua evidenza. Se di antologia è lecito parlare riferendosi a questo libro, allora, è solo perché alla fine tutte queste storie vengono ricomposte in un unico, indistinto flatus vocis che la Pavone, umilmente, come il vento del titolo, si prende la cura e la responsabilità di propagare, con infinito amore e dedizione.


Pietro Russo