domenica 21 maggio 2017

Nulla dura, nulla è finito, nulla è perfetto: la filosofia Wabi-Sabi

Wabi-Sabi per artisti, designer, poeti e filosofi
di Leonard Koren
Ponte alle Grazie, 2015

Traduzione di Guido Calza

1^edizione: marzo 2002

pp. 92
13,50 (cartaceo)

Wabi-Sabi è la bellezza delle cose imperfette, temporanee e incompiute. E' la bellezza delle cose umili e modeste. E' la bellezza delle cose insolite.

Spiegare la filosofia Wabi-Sabi è un impresa complessa anche per l'autore del libro Leonard Koren. I giapponesi stessi formulano affermazioni nebulose non appena viene posta loro la domanda su che cosa venga inteso esattamente con i due caratteri che ne identificano la corrente filosofica. La nebulosità appartiene al Wabi-Sabi stesso, elogio dell'imperfezione, dell'inafferrabilità e della decadenza naturale. Un fiore che appassisce dopo pochissimi giorni incarna la bellezza Wabi-Sabi, il fenomeno dell'hanami, ossia la rinomata osservazione della fioritura dei fiori di ciliegio -sakura- è per eccellenza un fenomeno di questa corrente o ancora l'arte del tè e la creazione di un vaso che nasce con una crepa. O ancora, un esempio di wabi-sabi spontaneo: il particolare della facciata del Bombay Cafè e dell'emporio Okura (Daikanyama, Tokio), fatta con legni trasportati dal mare, lamiere riciclate e gesso. Sono solo alcuni esempi pratici di una filosofia assai complessa e ricercata, tipicamente orientale, che trova fondamento nell'antica pratica buddista zen. Leonard Koren nel manuale preso in esame si sforza di spiegarla e di farla comprendere a noi “occidentali”, ma soltanto chi ha già un'infarinatura iniziale è in grado di seguire i concetti e gli aneddoti narrati tra le pagine scritte con il carattere informatico definito a livello mondiale il più brutto di sempre, il Comic Sans. Certamente una scelta voluta e ricercata. Anch'essa si deduce, possa rientrare appieno nel quadro della filosofia qui analizzata.
Certi critici giapponesi ritengono che il wabi-sabi debba mantenere le sue qualità misteriose, sfuggenti, difficilmente definibili perché l'ineffabilità è una sua caratteristica peculiare. […] Da questo punto di vista, la conoscenza mancante o indefinibile è soltanto un altro aspetto dell'”incompiutezza” intrinseca del wabi-sabi.

Con grande sforzo e con vaga attinenza, i due caratteri giapponesi possono essere tradotti con l'espressione “bellezza triste”. Ma va evidenziato che è soltanto dal XIV secolo che i due caratteri sono stati riconosciuti con accezione più melodica e positiva, lasciandosi alle spalle il connubio tra solitudine e disagio -wabi- in stretto rapporto con scarno e freddo -sabi-. E, sempre con vaghezza, l'autore oggi collega al moto estetico il termine inglese “rustic” in riferimento agli oggetti semplici, “rustici” appunto, ruvidi e irregolari, non artefatti e non costruiti a tavolino con orpelli di lusso.
Va riconosciuto che apprezzare la bellezza del Wabi-Sabi non è cosa alla portata di tutti, ma credo sia nell'interesse comune impedire al wabi-sabi di scomparire completamente. Il pluralismo culturale è una forma di ecologia certamente auspicabile, per fronteggiare la tendenza incalzante verso l'appiattimento digitale di tutte le esperienze sensoriali, in cui un lettore elettronico si frappone fra l'esperienza stessa e l'osservatore, e ogni manifestazione è codificata nella stessa identica maniera. […] In Giappone, dunque, impedire l'estinzione di un universo di bellezza non significa soltanto preservare, anche se con un grave ritardo, determinati oggetti o edifici, ma soprattutto mantenere viva un'idea estetica in tutte le sue espressioni. E poiché non è possibile ridurre il wabi-sabi a formule o slogan senza distruggerne l'essenza, la sua salvaguardia si prospetta un'impresa non facile.

L'autore narra del suo primo approccio con l'universo Wabi-Sabi, avvenuto negli anni Sessanta, quando cercava una via di fuga dalla bellezza imperante imposta dalla società europea e in forma minore, negli Stati Uniti. Le sue ricerche presero il via dalle domande esplicite poste ad alcuni intellettuali del Sol Levante e successivamente dalla lettura di alcuni manuali, la maggior parte dedicati alla pratica del tè. Koren, dopo tanto cercare, giunge alla conclusione che trovare le parole giuste per descrivere e far comprendere l'estetica dell'imperfezione equivarrebbe a sminuirla e a mortificare il Wabi-Sabi stesso. La sua inafferrabilità appartiene allo stile stesso dell'estetica esaminata e spiegarla al meglio rendendola chiara e lapalissiana sarebbe come sminuirla dato che “in campo estetico, la ragione è quasi sempre subordinata alla percezione”. Il Wabi-Sabi incarna nella sua complessità anche uno stile di vita che trova massima espressione nella semplicità della vita e nel suo ideale.
Il wabi-sabi mi parve un paradigma estetico fondato sulla natura, capace di restituire all'arte di vivere una certa dose di saggezza e di equilibrio. Era la soluzione al mio dilemma artistico sulla maniera di produrre cose belle senza cadere nel deprimente materialismo che in genere pervade questo genere di attività creative. Il wabi-sabi è profondo, multiforme e sfuggente: sembrava l'antidoto perfetto all'idea di bellezza imperante -così fasulla, stucchevole e istituzionale- che a mio parere stava anestetizzando la società americana. Da allora sono giunto alla conclusione che il wabi-sabi ha un legame con molti dei movimenti antiestetizzanti più radicali che invariabilmente nascono dagli spiriti giovani, moderni e creativi: il beat, il punk, il grunge, o come si chiamerà il prossimo.

E' una forma di estetica inversa con i propri valori, infatti tutto ha origine dall'osservazione certosina della natura tenendo ben presenti alcuni assiomi importanti, peculiari del wabi-sabi: tutte le cose sono temporanee, tutte le cose sono imperfette, tutte le cose sono incompiute, da ciò che è brutto si può ottenere il bello, i dettagli trascurati o poco appariscenti possiedono una loro grandezza.
Lo stile wabi-sabi è importante perché sempre più negli ultimi anni è stato declinato nelle forme d'arte più disparate: dalle opere artigianali, alle creazioni industriali, sino all'architettura e arredo. Un lavoro peculiare e rappresentativo è identificato nel vaso di terracotta che, una volta modellato e asciutto, presenta delle filettature laterali, le quali vengono impreziosite e valorizzate, se non addirittura enfatizzate da un filo d'oro che palesa la crepa. Nei tempi moderni molti artisti e designer hanno fatto propria la filosofia dell'imperfezione, volendo valorizzare l'aspetto imprevedibile che deriva per propria natura dall'atto amorevole del creare. Valido persino nel fatto a mano, nel più comune handmade.
Così la semplicità meno allettante divenne la premessa per un nuovo genere di bellezza, nuova e pura.

Per noi occidentali tutto passa per la via dell'accettazione. In Oriente, nello specifico in Giappone, l'accettazione è il presupposto, un processo che non avviene in quanto si parte dal livello successivo, ossia dall'identificazione e dalla pratica mentale verso la questione. Una creazione che nasce imperfetta non viene posta sotto l'analisi attento dell'accettazione, poiché c'è, ed è quindi da apprezzare. I difetti ne aumentano il valore, senza doverli sottoporre alla razionalizzazione. Ci sono, di conseguenza sono accettati perché esistono e sono pregni di valore. Sono speciali, diremo noi. I giapponesi invece lavorano sulla disposizione d'animo nei confronti della faccenda (che essa sia un oggetto, una situazione o una costruzione).
Anche alcuni suoni comuni suggeriscono la sensazione di malinconica bellezza del wabi-sabi: il mesto gracchiare dei corvi e i gridi dei gabbiani, il desolato mugghiare delle sirene da nebbia, l'eco di un'ambulanza fra i canyon di palazzi in una grande città.

Si tratta dunque di un libro consigliato? Certo, a patto che non si sia a completo digiuno dell'argomento trattato, pena un'ulteriore incomprensione nei confronti di una tematica già di partenza affascinante ma astratta, nebulosa e complessa.


Alessandra Liscia


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