martedì 30 maggio 2017

Viaggio di sola andata, direzione crescere

Sola andata
Marcello Fois
Il Maestrale

pp. 137
10




Sola andata è il frangente di vita di tre adolescenti e di un prete che si incontrano nell'amicizia, nella fiducia e nell'immoralità di un ricatto privo di realtà. Sola andata è un racconto di formazione per adulti attraverso l'analisi e l'immersione psicologica nel quotidiano pensiero dei tre giovani protagonisti Volpe, Claudio e Denis che, senza orpelli, scopre e illustra una natura complessa quanto un viaggio di sola andata, tragitto diretto all'inesorabile crescita di ognuno di loro, di ognuno di noi. Nel momento in cui ci si accorge che si è intrapreso tale viaggio, significa che è anche arrivato il momento di scendere dal treno. Capolinea.
- Io i grandi non li capisco. Davvero, non lo so se voglio diventare grande. A volte mi sembra di sì. Mi sembra che il tempo non passi mai. Mio padre dice che dopo i vent'anni la vita scorre come acqua dalle mani. Questo dice. Altre volte, come oggi, non credo di aver voglia di crescere, non so...è meglio che vada.- È come partire, - disse don Sazzini ancora senza voltarsi, - con un biglietto di sola andata in tasca. È come iniziare un viaggio, che fa male e rende felici allo stesso tempo. Un viaggio che sembra non cominciare mai e quando ci si rende conto che si è partiti, è già tempo di scendere dal treno...- È per questo che sto così male?Don Sazzini tirò fuori un sigaro dal cassetto delle posate. Lo accese, aspirò la prima boccata con molta calma. - Sei sul primo binario, ragazzo mio, - disse sputando uno sbuffo di fumo denso.
- Certe volte penso proprio che voi grandi siete tutti matti.Don Sazzini scoppiò in una risata fragorosa. - Non dire niente a nessuno di questo, - disse sollevando in alto il sigaro.

Un racconto che in forma del tutto lineare ci trasporta dalla prima scena alla realtà cruda di Paolo Sazzini, il prete, che si riveste nell'ambulatorio del dottor Abbiati, luogo in cui apprende quanto poco tempo rimane al suo viaggio. Ma il viaggio si sposta verso coloro che sono alle prese con i primi binari e le prime difficoltà. Una partita di pallanuoto occupa le notti dei tre giovani, ognuno con il proprio ambiente familiare, con il proprio spazio di pensiero. Fois con leggiadria veste i panni mentali degli adolescenti e attraverso un rapido excursus plana nella personalità dei tre, formatasi nella realtà che ciascuno di loro conosce e affronta ogni giorno.

Pareva che il tempo si fosse fermato. In quel pomeriggio di un autunno già freddo, pareva che le lancette dell'orologio, di tutti gli orologi di questo mondo faticassero ad andare avanti. Claudio aveva paura che quel limbo, quella terra di nessuno, quel fermo immagine, fosse come un esempio di quanto lo aspettava: cinque minuti che diventavano un'eternità, due secondi che non passavano mai e il cuore che accelerava a mille.
Anche lo spazio che lo separava da quella specie di confidenza, di rivelazione in prestito, gli sembrava impossibile da percorrere. Quelle scale su cui era salito tante volte.

In questa rapida lettura ci sono i valori alterati dall'adolescenza quali l'amicizia, la competizione, la rivalsa, l'ambizione, la buona e la cattiva fede. Il parossismo della cattiva fede viene raggiunto dalle menzogne che Denis è disposto a dire e alle malevole azioni che vuole causare. La buona fede, invece si esprime in toto nella bontà di Volpe, cresciuto in un ambiente familiare tranquillo in cui non è mai mancato il sostegno dei genitori.

La notte precedente al gran giorno Volpe fece un sogno. Uno di quelli che fai sapendo che quando proverai a raccontarli, appena sveglio, se ne sono già andati chissà dove “nella cantina del cervello” come diceva sempre suo padre.
Volpe si era sforzato di ricordare. Era stato un sogno importante, qualcosa che lo riguardava molto da vicino, molto da vicino.
Qualcosa del tipo che lui era diventato grande e raccontava a suo figlio le storie di quando lui era bambino.

Claudio è nel mezzo della mediocrità imposta dalla timidezza, da un lutto precoce e dalla grande voglia di essere accettato e ben voluto da tutti. L'arbitro di vita e di partita è don Paolo Sazzini che indirizza e guida i tre giovani nel duro percorso della crescita. Ma anche lui, uomo adulto, sentirà la terra tremare sotto ai piedi come un ragazzino quando si accende una sigaretta e pensa che dopo tutto, non potrà fargli più male di quello che già ha e avvertirà nuovamente il terremoto interiore quando Denis sarà disposto a tutto, anche all'ingiuria contro di lui, pur di vedere il suo nemico/amico allontanato definitivamente dalla squadra.

Se ci fosse stata ancora la mamma le calze con la riga blu sarebbero state pulite al loro posto. Ma la mamma non c'era più. E questa era una certezza. Una di quelle cose contro cui anche l'onnipotenza di un bambino non poteva fare assolutamente niente.
La cosa buffa era che all'inizio tutta quella storia di ospedali e malattia gli era sembrata qualcosa che non lo riguardava. E anche dopo, proprio quando sua madre era morta, non gli era sembrato così terribile dal momento che tutti lo abbracciavano e lo stringevano. Che era un mare immenso di affetto, quasi che volessero darglielo tutto insieme: tutto quello che gli sarebbe venuto a mancare.

Storie che si incrociano, storie che si intersecano e fili più o meno puliti smuovono il racconto che strega dall'inizio alla fine, in un crescendo di apparente normalità densa di spunti che traggono forza dalla quotidianità e dalla semplicità delle parole usate per narrare.

In quel momento Volpe capì cose importanti, cose che gli erano rimaste dentro per tanto tempo: che amare la gente è difficile, che è più facile odiare; che è più comodo mettersi a sedere e aspettare che qualcuno sbagli piuttosto che aiutarlo a non sbagliare. E forse capì quanto fosse importante sentirsi amati. Ma non è che sapesse dirlo allora, e infatti non lo disse: cominciò a slacciarsi i calzoni, e suo padre li appoggiò a un cespuglio tutto inondato di sole. […] Così Volpe capì anche che nel mondo degli adulti le parole non sono mai abbastanza. Anzi vengono a mancare. In quest'assenza Volpe sorrise al padre e il padre gli sorrise e poi disse, facendo l'arrabbiato, che gli aveva fatto prendere una bella paura.

Uno stile narrativo scorrevole volto a farci immedesimare nei tre giovani più che nell'unico adulto protagonista e a farci ricordare “come eravamo”. Una lettura nostalgica, ma non troppo. Se è vero che è difficile essere adulti, come risulta tra le pagine, è stato ancor più complicato crescere tra dubbi, verità dette e trascurate, tra sentimenti e valori deviati dagli ormoni e dagli eventi. Una storia che racchiude un insegnamento per i piccoli, ma anche per i grandi.

Perché se non c'era pentimento, allora significava che tutto era perduto. E che il mondo era già l'inferno. Se non c'erano lacrime, allora non ce ne sarebbero state mai più. E in quel bambino biondo non c'era l'ombra di pentimento, i suoi occhi non avevano versato lacrime. Gli adulti, in fondo, sono solo dei bambini troppo grandi, troppo ingombranti per la loro piccolezza.
Questo aveva capito don Sazzini. Ed era spaventato per tutta quella infanzia che si era custodito dentro come la tovaglia buona per le feste, avvolta nella carta velina, candeggiata in cortile e stesa nell'orto.

...E tutto finì in un pomeriggio, avevo sì e no sette anni, e me ne stavo a guardare chissà cosa, perché a sette anni o giù di lì non è importante cosa guardi, ma come lo guardi. Ai bambini è concessa la qualità, non la quantità.


Alessandra Liscia 

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