mercoledì 24 maggio 2017

#SalTo30 - La danza di un romanzo: Alessandro Baricco e Jan Brokken


Quando due autori del calibro di Alessandro Baricco e Jan Brokken si incontrano per parlare di scrittura il risultato non può che essere un successo: la Sala Gialla del Lingotto è pienissima, la gente di tante età diverse è in fila fuori che aspetta di entrare a questo incontro del Salone Internazionale del Libro di Torino, giunto alla sua trentesima edizione.

Due autori diversi sotto tanti punti di vista, ma con in comune il mestiere più bello del mondo. Baricco è di casa a Torino e non servono presentazioni. Jan Brokken è olandese e i suoi romanzi in Italia sono pubblicati da Iperborea. Scrive di personaggi veri, ma in un modo così lontano dall'asettica biografia che sa renderli di nuovo vivi, riappropriandoli delle loro storie. Questi i tre libri editi in Italia: Nella casa del pianista (2011), dedicato all'amico musicista Youri Egorov, in fuga dalla Russia verso una Amsterdam più liberale e aperta, crogiolo di artisti eccentrici;  Anime baltiche (2014), il titolo con cui forse è più famoso in Italia e in Europa, dove vengono narrate le vite di persone celebri come Mark Rothko, Hannah Harend, Gidon Kremer, tutte accomunate dall'essere nate nelle tre repubbliche baltiche, in un angolo di Europa un po' remoto e troppo spesso dimenticato; Il giardino dei cosacchi (2016), il romanzo che racconta gli anni successivi alla prigionia di Dostoevskij e la sua profonda amicizia con Alexander von Wrangel. Tre testi sul crinale tra il romanzo e il saggio biografico, punto di partenza sia di narrazioni collaterali che di approfondimenti storici o geografici.

L'incontro al Salone è moderato da Marco Filoni che decide di entrare subito nel vivo della questione: come si legano la scrittura e la Storia? Come si tiene conto dei “fatti” quando si scrive?
Baricco dice di aver sempre desiderato di riuscire a scrivere qualcosa di simile a ciò che scrive Brokken, a metà tra la biografia e il romanzo, in grado di raccontare un'epoca o un paese (la vita di Albano per raccontare l'Italia, quella di Madonna per raccontare il mondo). Ma come affrontare questo genere? Se nell'antichità l'eroe doveva essere sublimato, magnificato, oggi quel che conta è mostrare “la vita vera”, del protagonista, depurata da quell'alone di perfezione e esemplarità, ma quanto più umana possibile.

Jan Brokken ha trovato la sua formula magica, di sapiente bilanciamento tra la verità degli avvenimenti e il meccanismo romanzesco (ed è subito Manzoni): prendere dei fatti reali, accertati e affidarli a un narratore esterno, che filtra le vicende e che le restituisce in una chiave narrativa vicina a quella del racconto, per dare al lettore una storia nella Storia.

E qual è appunto il rapporto con i lettori? Lo definiscono una danza, nella quale ci si avvicina a chi legge, ma si mantengono le distanze. Per Brokken tali distanze sono più marcate: il lettore è dall'altra parte, dove riceve il frutto di un lungo lavoro e lo fa suo, lo cambia a suo modo e quando scrive non lo immagina, resta concentrato sulla pagina bianca, così difficile da riempire. Baricco invece cerca sempre di scrivere per qualcuno, pensando a qualcuno, anche se poi se lo dimentica e il passo a due che aveva iniziato diventa una danza solitaria.

L'incontro al Salone, così partecipato, è la dimostrazione che parlare di scrittura e di lettura è un tema sempreverde dal quale far scaturire ogni volta delle nuove riflessioni.

Infine, un'immagine regalataci da Baricco, un aneddoto personale che vuole condividere con chi lo ascolta. È una fotografia, quella di suo figlio appena nato, steso sopra le bozze del suo libro City. Il libro che lui definisce il migliore che ha scritto (e che sono immediatamente andata ad acquistare) è terminato, è finito, e suo figlio è appena venuto al mondo. Il padre è lo stesso, ma sono così diversi, uno complesso e pieno di brutture, l'altro puro e perfetto. Ma sono lunghi uguali e hanno tutta una vita da imparare a percorrere.


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